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n. 6 NOVEMBRE-DICEMBRE 2009 EDITORIALE SERVIZI
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SOMMARIO Nel testo si dice che la cura è anzitutto una maniera di rapportarsi al mondo: quella maniera che protegge dal male qualcosa; soprattutto qualcuno, ma qualcosa o qualcuno che sia vulnerabile. Perciò si aggiunge che l’esperienza diffusa e costante della vulnerabilità delle cose di natura e degli esseri umani è alle origini della cura. Si analizzano poi le varie declinazioni del rapporto di cura, sottolineando la necessità di una certa reciprocità, per quanto asimmetrica essa sia, tra chi cura e chi è curato. Un essere umano, infatti, può essere intercettato nella propria libertà, e curato, solo se viene interpellato come un soggetto, cioè se viene riconosciuto nella sua dignità. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . L’autore si confronta con il tema della cura muovendo da una psichiatria fenomenologica, nella quale i modi di essere della vita psichica, incrinata o meno dalla sofferenza, sono considerati come incentrati sull’interiorità, sulla soggettività, di chi sta male, e come condizionati da una genesi multifattoriale (dalla presenza di fattori talora biologici ma sempre personali e interpersonali, relazionali). La cura in questa prospettiva non è mai solo farmacologica ma soprattutto relazionale: nutrita di dialogo, di ascolto, di introspezione e di immedesimazione, di partecipazione emozionale al destino, e al senso, dell’angoscia e della disperazione, della tristezza e dell’inquietudine del cuore. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il contributo parte da una riflessione sulla relazione tra cura e famiglia, luogo primario di esperienza del prendersi cura e dell’aver cura. La cura viene definita come evento complesso, fatto di azioni concrete e modalità di relazione, luci e ombre, che costituisce una formidabile esperienza formativa. Avere cura significa sviluppare l’attenzione e la conoscenza di sé, degli altri, del mondo, imparare l’autonomia e la responsabilità. È un processo intriso di valori e la famiglia è il terreno in cui imparare le diverse soluzioni che gli umani trovano al bisogno di cura. In particolare, nelle relazioni tra generi e generazioni emergono difficoltà e possibilità ulteriori di cura educativa. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . L’uomo impara che la relazione è composta da dedizione, tempo, e cura. Quest’ultima, quindi, rientra a pieno diritto non solo tra gli elementi costitutivi dell’essere umano in quanto essere in relazione, ma anche nella famiglia in quanto luogo primario di relazione. Nella logica della sussidiarietà, da parte dei familiari deve esplicarsi un agire sociale caratterizzato dalla responsabilità e da un orientamento pro-sociale, mentre da parte delle politiche deve essere proposto un approccio capace di favorire la "messa in movimento" della famiglia. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le donne migranti rappresentano il perno di un sistema parallelo di welfare che si è rapidamente diffuso in Europa. La difficoltà delle famiglie a garantire le tradizionali funzioni di cura, in carenza di un welfare pubblico, ha indotto la ricerca di soluzioni alternative. L’assunzione di persone immigrate, spesso in condizione irregolare, ne è il tratto saliente. Tra le famiglie e le assistenti domiciliari si sviluppa un peculiare rapporto, un mix di alterità e familiarizzazione. Le donne migranti hanno a loro volta delle famiglie alle spalle. Il trasferimento all’estero impone una complessa riorganizzazione delle loro vite, e lascia in ogni caso un vuoto affettivo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La Vidas è nata a Milano nel 1982 per l’assistenza e cura dei malati terminali e ha come assunto di base che la vita è tale e degna di attenzione fino all’ultimo respiro. Si regge sui volontari che vanno nelle case ad assistere i malati e su figure professionali (medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, fisioterapisti) creando équipe molto coese e capaci di venire incontro ai diversi bisogni del malato e della sua famiglia. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . L’idea di cura in bioetica affronta tre questioni: una complessiva interpretazione dell’esperienza antropologica (chi è l’uomo? Come pensare l’identità umana? E quale rapporto sta tra me e l’altro? Quale è il nesso tra l’esperienza umana e l’esperienza morale?); il significato dell’alleanza nella relazione tra il malato e l’altro; l’essere una testimonianza cristiana, nella quale il credente annuncia concretamente all’altro un amore più grande del suo, che è l’amore di Dio. |
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