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N. 10 dicembre 2006
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MEMORIE
INEDITE - UN OMAGGIO A DON GIACOMO ALBERIONE
Umanità e fascino
Esce in questi giorni un agile volumetto sul beato Giacomo Alberione, motivato dal centenario della sua Ordinazione sacerdotale (29 giugno 1907). La data del centenario dell’Ordinazione di Don Alberione offre l’occasione per una "rimpatriata" affettiva nell’esistenza di un uomo, che tanto profondamente ha segnato la storia del Novecento e la vita di migliaia di persone. L’ispirazione dello scritto avvenne in un momento e in un luogo lontani dal comune: precisamente il 20 agosto 2005, in cui la Famiglia Paolina del Venezuela celebrò in Mérida un incontro commemorativo delle nostre origini. Prima ancora, l’idea si affacciò nell’orizzonte di un paesaggio straordinario: dalle pendici del Pico Bolìvar, sulle Ande, a 4700 metri di altitudine. Un fratello osservò: "Che spettacolo divino! e che orizzonte sconfinato, su misura della universalità paolina!": da lassù si decise di rendere un omaggio al nostro Fondatore. Che genere di omaggio? E perché altre pagine dedicate ad una figura così grande e già nota a dimensione mondiale? Ma sappiamo che cosa si verifica nelle famiglie numerose, quando si credeva da tutti di conoscere tutto del proprio padre: documenti anagrafici, ritratti e foto storiche, che hanno ormai consacrato una immagine accettata, definitiva. E invece no: ecco spuntare da cassetti e antiche raccolte delle immagini inattese: foto ingiallite, istantanee inedite che ce lo restituiscono giovane e vivo, in pose originali o con aspetto pensoso, che talora fanno sorridere e altra volta commuovono e inducono a riflettere.
Ecco lo scopo della presente pubblicazione: ricuperare dall’oblio vecchie memorie e mostrarle, soprattutto ai lettori più giovani, perché il volto di Don Alberione venga illuminato da luci nuove, anche se discrete, e appaia così in tutta la ricchezza delle sue sfumature. Un volto forte e al tempo stesso umanissimo, severo e tenero, con tratti del tutto inattesi eppure decisamente suoi; segnali di una personalità autenticamente umana oltre che carismatica, coinvolta in vicende ecclesiali di portata storica. Il centenario dell’ordinazione sacerdotale di Don Alberione coincide con il cinquantesimo dei primi Capitoli generali delle prime tre Congregazioni paoline e con il cinquantesimo di ordinazione di 28 sacerdoti della Società San Paolo, oltre che di numerose professioni religiose. "Fioretti" umani di Don Alberione A questa raccolta hanno contribuito alcuni membri della Famiglia Paolina che hanno avuto la fortuna, non solo di conoscere personalmente il Fondatore, ma anche di essere stati da lui conosciuti altrettanto personalmente, amati e talora ammoniti; testimoni, insomma, di episodi noti soltanto a loro e avvolti generalmente nel segreto di relazioni personali del tutto ignorate dalla storia o dalla cronaca ufficiale. Il libro offre ai lettori questi contributi: semplici pennellate, o battute verbali stile "fioretti" francescani, dal sapore umanissimo. Alcuni ricorderanno che nella prima metà del Novecento ebbe molta fortuna un libro intitolato Don Bosco che ride. Forse potremmo aspettarci un "Alberione che sorride": alcune pagine del contenuto ci presentano certamente il volto sorridente di un uomo, che i ritratti ufficiali hanno presentato spesso in atteggiamento serio, se non austero. La realtà tuttavia che si vuol mettere in luce è molto sfumata, e le testimonianze raccolte lo dimostrano: ne presentano i lati più umani, il grande cuore, oltre che gli ideali apostolici più affascinanti.
Le pagine più suggestive sono quelle che riferiscono le testimonianze inedite, o scarsamente note, dei "pionieri paolini", i primogeniti della Società San Paolo, i quali in tempi diversi riferirono la loro esperienza diretta con Don Alberione. È noto che fin dalle origini della nostra fondazione, Don Alberione ha esercitato un forte potere di persuasione sui primi giovani suoi seguaci. Egli agiva con coerenza e audacia, perché aveva tutte le caratteristiche del leader: profonda conoscenza degli uomini e delle situazioni, perfetto equilibrio tra pensiero e vita, coraggio per affrontare i rischi e criterio per valutare le persone. Ma innanzitutto aveva quel tocco carismatico, proprio dei capi nati, che contagia quanti gli si avvicinano; una forte pedagogia, insomma, che sapeva coinvolgere i primi seguaci nei futuri progetti di Dio, dando loro la massima fiducia. E allora la gioventù rispondeva con generosità e creatività. Proprio così hanno visto Don Alberione i pionieri e patriarchi della Famiglia Paolina, come si può costatare dalle esperienze riportate. Essi ebbero infatti una grande fede nel giovane Alberione, quando ancora niente o quasi esisteva della progettata opera di San Paolo. Questa incominciava nella più assoluta povertà, sullo stile della grotta di Betlemme, come amava ripetere il Fondatore. Tra quei pionieri troviamo i due primi giovani che furono presenti al semplice atto dell’inaugurazione della prima istituzione, il 20 agosto 1914: Tito Armani e Desiderio Costa. Posteriormente si unirono ad essi altri giovani, molti dei quali provenienti dal Seminario diocesano di Alba, dove Don Alberione era Direttore spirituale e professore. Il comune denominatore di quasi tutti quei seminaristi fu l’opposizione dei loro genitori, i quali non vedevano nessun futuro per i propri figli alla sequela di Don Alberione. Invece i giovani sì, ci credevano e sentivano una forte attrattiva per la personalità e la guida del loro direttore. Occorre notare che la maggior parte di essi erano stati temprati dalla disciplina militare durante la Ia Guerra Mondiale, 1915-1918.
Memorie inedite del Fondatore Alle loro testimonianze si sono aggiunti altri interventi di testimoni successivi, ancora viventi e attivi nella Famiglia Paolina, portatori di memorie in vario modo significative. Di proposito il libro trascura le vicende già note e di dominio pubblico, anche se interessanti e molto colorite, riportando invece particolari pressoché ignoti, ma densi di significato, capaci di proiettare una calda luce di verità sul "caro Padre"; una luce che ne evidenzia la carica umana di cui era vibrante la sua personalità. Un testimone della prima ora, Don Paolino Gilli, dichiarò al confratello che lo intervistava: "Nell’accettare la presente intervista, io ho pensato soprattutto a questo: aiutare a conoscere Don Alberione secondo verità: cioè Don Alberione "uomo", "amico", "buono", nella pienezza del termine". Tale esattamente è l’intento del volumetto, che vuol essere anche una provocazione per quanti altri sono depositari di analoghe esperienze, custodi di segreti che potrebbero invece arricchire la conoscenza del Fondatore della Famiglia Paolina. Una testimonianza speciale A titolo di saggio, riportiamo i ricordi del giovane Torquato Armani, divenuto il noto e caro Don Tito, che forse alcuni fra i Cooperatori più anziani hanno conosciuto come Direttore della Casa Divin Maestro di Ariccia (Roma). «Avevo 11 anni, nel 1910, quando vidi per la prima volta Don Alberione. Veniva a Benevello [suo paese natale] alla domenica, per aiutare il nostro Parroco. Quando lui parlava, io pendevo completamente dal suo labbro: era semplice, incisivo, affascinante. Anche ai Vespri c’era un gran concorso di gente. Egli faceva la catechesi in forma di dialogo col nostro Parroco. Il Parroco faceva la parte del discepolo e lui quella del maestro. Un giorno egli venne a trovarmi presso la frazione Montrucchi, dove io mi trovavo al pascolo, mentre mia madre stava lavando alla fontana. Mi cercava. Ricordo il dialogo:
E una mattina, dopo che gli avevo servito la Messa, mi chiese: "Non ti faresti prete?" Lì per lì, non seppi cosa rispondere; lui mi disse di pensarvi e di dire ogni giorno un’Ave Maria, che poi ne avremmo ancora parlato. Diedi poi la mia risposta qualche tempo dopo: "Sì, mi farei prete molto volentieri, ma i miei sono poverissimi e non potranno mai farmi studiare". Mi rispose: "Non preoccuparti di questo: provvederò io". Da quel momento io gli appartenni per la vita. Quando potei conoscerlo da vicino, compresi che Don Alberione è sempre stato l’uomo di Dio che tutti conoscono, anche se in lui vi fu una crescita, un passaggio da qualche forma di durezza che lo caratterizzava quando era giovane e stava impiantando tutto, ad una grande dolcezza, specie negli ultimi tempi. Nell’estate del 1914, Don Alberione mi scrisse: "Non verresti a passare le vacanze con me in Alba?" D’accordissimo, andai a cercarlo in Seminario nel giorno previsto. In parlatorio mi venne incontro un altro ragazzo, Desiderio Costa, un po’ più giovane di me, che mi disse: "Sei Torquato?" Capii che a fare le vacanze con Don Alberione c’era anche lui. Il 20 agosto, nella casetta d’affitto in Piazza Cherasca, ci fu l’inaugurazione della "Società". Erano presenti, oltre il nostro Fondatore, il Can. Chiesa e altri amici. Ci fu un breve scambio di saluti e di auguri; non mancò nemmeno il brindisi. Anche a noi due fu passato un buon bicchiere di vino. La sera dello stesso giorno, Don Alberione condusse noi due a pregare nella cappella privata di un altro monsignore: si pregò per San Pio X, il Papa che era morto proprio quella mattina, e per chiedere a Gesù eucaristico le grazie necessarie alla nascente istituzione. Fin dal primo giorno, il "Signor Teologo" (come chiamavamo Don Alberione) ci parlò di San Paolo, e anche nelle conferenzine della sera v’erano sempre raccomandazioni a pregare l’Apostolo e ad affidarci completamente a lui. Mi pare che già nel momento della fondazione ci fosse un quadro di San Paolo, forse portato dal Seminario. Ricordo che a quel quadro eravamo tanto affezionati che, quando facemmo un trasloco nel 1916, ripescammo all’ultimo momento il quadro, che stavamo per dimenticare nella vecchia abitazione. Costa spinse una finestra e rientrò in casa a prenderselo. Come si sarebbe fatto, senza? La nostra Congregazione è certamente cresciuta con San Paolo». Eliseo Sgarbossa |
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