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N. 10 dicembre 2006
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CHIESA
- IN MARGINE AL IV CONVEGNO ECCLESIALE DI
VERONA - 1
Fedeli laici, testimoni
di Cristo
Vivendo nelle festività natalizie il mistero di Dio che entra come uomo nella nostra storia, rivisitiamo le riflessioni del Convegno della Chiesa Italiana celebrato a Verona. Già nel numero dello scorso Settembre, presentando la "Traccia di riflessione" del IV° Convegno Ecclesiale di Verona, ne riassumevamo il senso con la constatazione che tutti i Cristiani sono chiamati ad annunciare al mondo complesso del nostro Paese, spesso segnato da indifferenza religiosa, ateismo pratico e relativismo etico, la speranza teologale della Risurrezione di Cristo. È un tema che ritorna caro, mentre ci apprestiamo a celebrare le festività natalizie, rivivendo il mistero di Dio che entra come uomo nella nostra storia; e il mistero della Vergine Madre che si fa parte della storia divina e umana del Salvatore del mondo. La riflessione della Chiesa Italiana si è sviluppata nell’approfondimento teologico-pastorale dei Relatori e nelle successive analisi e proposte dei numerosi "Gruppi di studio", articolate nei cinque ambiti di presenza ecclesiale:
Dinamica propria del mondo affettivo Come Cooperatori Paolini, "fedeli laici" impegnati nell’attuazione della progettazione emersa nel Convegno, vogliamo riprenderne le istanze, analizzandole per quanto ce lo consente lo spazio in una serie di interventi in merito. Inquadriamo stavolta il primo ambito [vita affettiva] che ha decisiva importanza nella esistenza personale dei singoli e nella vita della intera società, a iniziare dal suo nucleo fondante che è la famiglia, prendendo l’avvio dall’enciclica "Deus Caritas est" di Papa Benedetto XVI che scrive: "La comunicazione del Vangelo in un mondo che cambia passa anche attraverso la capacità di guardare con occhi nuovi l’intera dimensione della vita affettiva; occhi capaci di leggere e riconoscere le ragioni del cuore" [cfr. ibid., n. 31]. Il programma del cristiano - il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù - "è un cuore che vede". Con questa indicazione di fondo Luigi Alici, Presidente dell’Azione Cattolica Italiana, aveva introdotto il primo ambito di riflessione, già in preparazione al Convegno ecclesiale di Verona, dedicato alla "vita affettiva", inserendolo nel più vasto tema del Convegno [Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo"] e spiegando: "La coltivazione virtuosa degli affetti per un verso esprime il modo più alto di onorare la vocazione umana alla reciprocità ma, per un altro verso, manifesta una insuperabile instabilità e fragilità, che solo l’incontro salvifico con il Risorto può rigenerare efficacemente e aprire alla speranza che non delude".
A tale enunciazione venivano assegnati degli ‘obiettivi’, il primo dei quali è "aiutare a riconoscere la dinamica propria del mondo affettivo", il suo spessore etico, le sue possibili derive emozionalistiche; e "la frontiera più esposta ad una deriva emozionalistica degli affetti è la famiglia, come società naturale fondata sul matrimonio" che domanda "un’attenzione strategica sul piano pastorale, culturale, sociale, economico, politico". Diversi "piani di lettura" si sono così presentati al Convegno di Verona, a proposito dell’ambito della "vita affettiva", assumendo questa obiettivamente un carattere non settoriale o periferico, ma attraversando tutte le forme della vita personale e di relazione:
A fronte di questi interrogativi, è parso ovvio che si ponesse anzitutto l’esigenza di un approccio pastorale integrato a questo primo ambito, in riferimento anche agli altri ambiti: lavoro e festa [chiedendosi come la vita affettiva "può essere aiutata a misurarsi concretamente, in modo equilibrato, con i ritmi del lavoro e la celebrazione della festa"]; fragilità dell’esistenza umana [con le sue esperienze di sofferenza fisica, psicologica e spirituale vissute nel legame affettivo]; tradizione ["Come educare gli affetti, in modo da sottrarli alla nicchia dei rapporti corti in cui a volte essi sono confinati?"]; e, infine, all’ambito della cittadinanza ["In quale misura alla vita affettiva, correttamente intesa, si può riconoscere un vero e proprio diritto di cittadinanza?"].
La Relazione di Raffaella Iafrate, discorso alto sull’affettività Presentando al Santo Padre Benedetto XVI, Ospite al Convegno, i lavori dello stesso, Giovanna Ghirlanda così si esprimeva in riferimento al tema della "vita affettiva": "Considerare la vita affettiva uno degli ambiti della testimonianza e della speranza cristiana significa vedere la persona umana come un valore da custodire e, come tale, posta al centro dell’azione della Chiesa. La riflessione [del Convegno] ha evidenziato la necessità di curare le relazioni coltivando il dialogo e l’amicizia, l’esigenza di rinnovare i linguaggi dell’annuncio e i percorsi per l’educazione all’amore e all’affettività e l’urgenza di sostenere un pensiero forte sulla famiglia, fondata sul matrimonio, per riattribuire un senso ai legami affettivi profondi". Un discorso "alto", che bene riassume il significato delle riflessioni sul tema, così espresse in sintesi, per punti dalla Relatrice, prof.ssa Raffaella Iafrate, docente di Psicologia dei Gruppi e Comunità all’Università Cattolica di Milano: 1 i tempi in cui viviamo sono quelli che Dio ci ha donato e in quanto dono di Dio vanno vissuti nella dimensione della speranza. La speranza da testimoniare è il Vangelo dell’amore. L’enciclica di Benedetto XVI Deus Caritas est ci dice che l’amore umano si fonda sull’Amore che per primo ci è stato donato. Da questo punto di vista è importante rendere visibile la dimensione teologale della vita affettiva fondata sull’amore-carità. È per questo fascino del divino che traspare dall’amore umano ciò di cui ha fame e sete l’uomo contemporaneo. Non possiamo non partire da questa origine per comprendere lo spazio della vita affettiva nell’esperienza umana. Fondare la vita affettiva su Cristo morto e risorto significa porre le premesse per una piena umanizzazione e per una testimonianza risplendente di speranza. Tale esperienza è struttura portante dell’esistenza umana ed è la modalità privilegiata attraverso cui le donne e gli uomini cercano risposta alla propria domanda di felicità e di senso. Peraltro la vita affettiva è inevitabilmente generativa di una generatività non necessariamente biologica. Del resto l’espressione "Dio è Padre" ricorda questa dimensione come fondativa dell’antropologia cristiana. Attraverso la comune condizione di figli di Dio e fratelli, nasce una nuova e più ampia parentela tra gli uomini […].
2 Per quanto riguarda la riflessione sull’esperienza, i Gruppi hanno sottolineato sia gli aspetti di rischio e fragilità, sia gli aspetti di risorsa e potenzialità della vita affettiva. Sul primo versante, un primo nodo antropologico riguarda la cultura dell’individualismo che rende l’affettività fragile perché, fuori dall’orizzonte etico e religioso, essa è ridotta a sentimentalismo ed edonismo. Ricorrente è l’espressione "analfabetismo affettivo" per significare lo stato di immaturità personale diffuso in particolare tra adolescenti, ma anche tra giovani o adulti, in difficoltà ad assumersi impegni e responsabilità, in particolare quando devono compiere scelte che richiamano il "per sempre", peraltro elemento costitutivo dell’amore. La condizione di immaturità affettiva emerge anche nelle stesse Comunità cristiane, spesso caratterizzate da relazioni formali e che faticano a pensarsi come luoghi di relazione affettiva e di condivisione delle responsabilità […]. La speranza nella vita affettiva è messa alla prova anche da numerose sofferenze e dolori che vanno dalle gravi crisi o dai fallimenti delle relazioni familiari alla solitudine degli anziani, a condizioni di povertà strutturale (precarietà lavorativa, immigrazione ed emergenze) che paralizzano la progettualità affettiva. A fronte di questi aspetti problematici della vita affettiva, si registra però un profondo bisogno di relazioni autentiche e una volontà e desiderio di vivere legami e amicizie significative […]. In questa prospettiva, la vita affettiva, anche se fragile, e proprio attraverso la propria fragilità, rimane valore. Ciò vale in particolare per la famiglia che è stata da molti sottolineata come luogo per eccellenza generativo di affetti […]. 3 Sul piano degli interventi pastorali, è emersa innanzitutto l’importanza di un compito culturale per la Chiesa. Ad essa è chiesto il servizio della verità, decisivo di fronte all’attacco all’identità dell’uomo che nella vita affettiva trova un punto di fragilità forte. Ci si aspetta dalla Chiesa una riflessione "alta" che non abbassi il livello e che sappia "rendere ragione" della bellezza dell’esperienza cristiana nella vita affettiva. Una proposta condivisa e prioritaria è quella di una formazione non settoriale, che sappia cogliere tutta la persona nella varietà delle sue condizioni esistenziali. Molto sentita è l’esigenza di una pastorale unitaria che non divida i contesti di vita […]. Particolarmente auspicabile è una maggiore valorizzazione della presenza educativa della donna, con la sua risorsa di femminilità e di attenzione alla vita. Se la famiglia è luogo privilegiato dell’esperienza affettiva, essa è e deve essere anche soggetto centrale di vita ecclesiale e ciò richiede che ad essa sia dato spazio e responsabilità nel rispetto di tempi, esigenze e fasi del suo ciclo di vita […]. La Comunità ecclesiale, in particolare la Parrocchia, è chiamata ad essere essa stessa luogo di vita affettiva: ciò significa che essa sia poco "struttura", ma luogo di vita, ambito aperto, Comunità cristiana viva, capace di fare rete, incarnata nel territorio. Il dinamismo pastorale inoltre deve essere sempre più orientato in senso missionario, per incontrare gli uomini dove vivono, amano, soffrono e lavorano. La cura pastorale va rivolta anche alle situazioni difficili e di disordine morale, oggi così frequenti. Il volto della Chiesa da proporre all’uomo d’oggi è quello di una Chiesa Madre oltre che Maestra, capace di curare le ferite dei figli più deboli, dei diversamente abili, delle famiglie disgregate, di camminare a fianco di ogni persona prendendosi cura con tenerezza di ogni fragilità e capace al tempo stesso di orientare su vie sicure i passi dell’uomo […]. Sono proposte di riflessione e richiamo di impegno pastorale ‘integrato’ che non hanno bisogno di commento. Bruno Simonetto
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