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N. 3 marzo 2004
Benito Spoletini
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RADICI
BIBLICHE DELLA SPIRITUALITÀ ALBERIONIANA
Per una spiritualità
dell’ascolto "Ipsum audite". – Anche questa incisiva espressione scaturisce dalla formazione biblica del nostro Fondatore ed è stata scelta come chiave di interpretazione di una sua ampia raccolta di meditazioni, curata dalle Pie Discepole del Divin Maestro.
IL contesto della espressione Ipsum audite è l’episodio della Trasfigurazione, che ha come protagonisti i tre discepoli che Gesù amava avere con sé nei momenti decisivi della sua missione: "Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro... Egli stava ancora parlando quando una nube luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo (ipsum audite)" (vedi Mt 17,1-2.5). Al centro dell’ascolto Gesù, Figlio di Dio L’ascolto, a cui sono esortati i tre discepoli testimoni della Trasfigurazione di Gesù, trova le sue radici nella profonda religiosità di Israele. È soprattutto il testo di Deuteronomio 18,15 a delineare quella spiritualità dell’ascolto di cui è intriso tutto questo libro biblico, che darà origine a quella particolare corrente teologica che da esso prende nome (cioè la corrente deuteronomistica, caratterizzata proprio dal richiamo al popolo di Israele perché ascolti la Parola di Dio). Dice il testo di Dt 18,15: "II Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: a lui darete ascolto". Nella complessa traiettoria che caratterizza i testi biblici più decisivi per la spiritualità del credente, queste parole culminano nella persona di Gesù, il Figlio amato da Dio, al quale va dato l’ascolto più pieno e definitivo. Sono stati molti i personaggi biblici depositari della Parola di Dio e tutti degni di ascolto (l’episodio evangelico della Trasfigurazione, in cui culmina il testo di Dt 18,15, li concentra in Mosè ed Elia), ma il depositario della Parola decisiva e definitiva è Gesù, lui stesso Parola del Padre. Il testo di Dt 18,15 è importante anche sotto un altro aspetto, quello della rivelazione della vera identità di Gesù. A lui infatti verranno attribuiti i titoli di profeta, maestro, re, figlio di Davide, Messia, ma la sua vera identità viene rivelata definitivamente nella confessione di fede che vede in lui il "Figlio di Dio", come appare nell’episodio della Trasfigurazione ("Questi è il Figlio mio prediletto", Mt 17,5) e nella professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo ("Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente", Mt 16,16). Al centro dell’ascolto "biblico" c’è perciò Gesù, il Figlio di Dio.
Il senso dell’ascolto nella Bibbia Gli studiosi della Bibbia osservano che la maggior parte dei testi in cui compare il verbo "ascoltare" è concentrata nel libro del Deuteronomio e nella corrente teologica da esso sviluppata, la deuteronomistica (una delle quattro grandi correnti teologiche dell’Antico Testamento, accanto alla Jahwista, alla Elohista e alla Sacerdotale). Se pensiamo che la Bibbia non conosce quella che noi occidentali chiamiamo "vita contemplativa", balza subito agli occhi l’importanza di questo verbo. Infatti è al verbo shama’ (come viene reso in ebraico il verbo italiano "ascoltare") che la tradizione religiosa di Israele affida il ruolo della "contemplazione" e della "interiorità", che sono le sorgenti della spiritualità biblica. II tema di fondo del Deuteronomio è il pressante invito a Israele perché "ascolti" la Parola del Signore, "custodisca" la legge e "pratichi" i comandamenti ("Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu tema il Signore tuo Dio... che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che oggi ti do per il tuo bene?", Dt 10,12-13). Al lettore attento di questo libro non sfugge la presenza di questi verbi, che con tanta frequenza costellano quasi ogni sua riga, fino a formare un tutt’uno nella vita quotidiana del credente israelita, che la Bibbia ama esprimere con i verbi "alzarsi e sedersi, camminare e coricarsi" ("Questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai", Dt 6,6-7). Nella Bibbia ebraica il libro del Deuteronomio (questo termine significa "seconda legge" ed è il titolo coniato dai traduttori greci per questo libro) è chiamato "Le parole" (in questa Bibbia infatti il nome dei libri è derivato dalla prima parola con cui essi iniziano). I capitoli che lo compongono sono pertanto la manifestazione di ciò che Dio chiede al suo popolo attraverso le parole di Mosè, che sono le parole stesse di Dio. A Israele che sta camminando nel deserto viene chiesto l’ascolto di queste parole che lo orientano e lo introducono nella terra della promessa. Senza questo "ascolto", Israele rischia di compiere un semplice spostamento geografico (insignificante per la storia della salvezza) e non quel cammino di fede e di grazia che fa di questo suo pellegrinare nel deserto il modello dell’itinerario spirituale che conduce il credente a Dio (simboleggiato nella "terra promessa" a cui tende l’Israele della storia).
La risposta del credente a Dio È interessante notare come, prima di questo libro, la Bibbia concentri la spiritualità del credente nella risposta attenta a Dio che chiama il suo fedele, il quale gli si rivolge con la piena disponibilità dell’"eccomi" (è il caso di Abramo, modello di simile disponibilità: "Dio mise alla prova Abramo e gli disse: "Abramo, Abramo". Rispose: "Eccomi", vedi Gn 22, 1,11). Nella semplicità di questa parolina, che è al tempo stesso ricca di teologia, la Bibbia innerva la spiritualità dell’ascolto, originata proprio da questo atteggiamento di disponibilità e di attenzione che l’"eccomi" racchiude e svela. L’ascolto della Parola di Dio non è solo all’origine dell’itinerario interiore di Israele che, nel deserto, diviene il modello del credente di ogni tempo (come anche di Gesù, che non esita a ispirarsi alla spiritualità del Deuteronomio per superare le tentazioni e rafforzare il suo itinerario interiore verso la volontà del Padre: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio", Mt 4,4), ma è anche la condizione per conservare i doni di Dio. Infatti nel libro del Deuteronomio viene sviluppata questa tematica: se Israele ascolta la Parola di Dio, rimarrà nella terra di cui entrerà in possesso; se invece non ascolta questa Parola, verrà sradicato da questa terra e verrà privato dei doni di Dio (all’orizzonte del Deuteronomio infatti si profila già l’evento dell’esilio, visto come castigo per Israele che non ha voluto ascoltare la Parola del Signore). E’ vitale per Israele "conservare" e "custodire" questa Parola (notiamo che questi due verbi sono, nella Bibbia, sinonimi di "ascoltare"). Anche Maria è descritta, nel vangelo di Luca, in questo atteggiamento ("Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore", Lc 2,51; vedi anche Lc 2,19). Ella ha compreso che, per conservare e custodire il dono più prezioso che Dio ha fatto all’uomo - cioè il Figlio Gesù - è necessaria questa profonda e interiore spiritualità dell’ascolto. Nell’affermare con forza il primato della vita interiore sulle stesse opere apostoliche, Don Alberione aveva chiara questa spiritualità dell’ascolto. È questa, infatti, l’anima delle opere apostoliche e questa solamente ha la capacità di garantirne la fecondità, la continuità e la diffusione. Anche per il Paolino, come per il popolo di Israele che camminava nel deserto, la meta da raggiungere è la "terra promessa" (che è Dio e il suo Regno annunciato da Gesù) e solo l’itinerario interiore scandito dall’ascolto quotidiano della Parola del Signore ne indica le tappe e ne traccia il cammino, ne conserva il carisma e ne custodisce la ricchezza. Primo Gironi |
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