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N. 3 marzo 2003
Carla Romano
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MARZO: GIORNATA MONDIALE DEI MISSIONARI MARTIRI
Fino all’effusione del sangue La missione è un atto di fede e di fraternità universale. I martiri con la loro vita donata sono un autoritratto delle beatitudini.
FU UN GIORNO indimenticabile il 7 maggio dell’anno giubilare del 2000, quando il Papa volle rendere omaggio con un incontro di preghiera ai martiri di tutti i secoli e di tutte le confessioni cristiane. Fu un evento straordinario che riuscì ad accomunare gente di ogni razza, età e religione, al Colosseo, quel luogo che aveva visto cadere i primi cristiani sotto la scure del nemico imperatore, dati in pasto ad animali feroci, e fatti obbrobrio di una folla inferocita che assisteva al terribile spettacolo. Quell’incontro sottolineava e sensibilizzava i presenti che il martirio non è una realtà del passato; continua ad esserlo anche oggi, dopo due millenni di cristianesimo. Infatti migliaia, forse centinaia di migliaia, i "nuovi martiri" del nostro tempo, molti dei quali possiamo definire "militi ignoti" che hanno versato il proprio sangue per essere rimasti fedeli al Vangelo, per aver difeso i diritti dei più poveri e indifesi.
Missione e martirio Il martirio è strettamente collegato alla missione affidata da Cristo ai suoi discepoli: "Andate e ammaestrate le genti". E’ una delle connotazioni della evangelizzazione e della missione. E’ presente sin dai primi albori del cristianesimo, ed è stata una realtà vissuta nella chiesa di tutti i secoli e sotto tutti i cieli: in oriente come in occidente, nel nord e nel sud del mondo. Le sue vittime sono incalcolabili, a partire dagli stessi apostoli e discepoli del Maestro, fino a chi oggi è perseguitato, carcerato e seviziato a causa della fede e all’eroicità della sua testimonianza cristiana. Al di là delle cifre accertate (si pensi che già nel 1987 "Missioni Consolata" annoverava nel numero dei martiri sparsi in tutto il mondo circa 200.000 persone tra sacerdoti, religiosi/e e laici), forse nessuno ne conosce il numero e l’identità personale. Al martirologio conosciuto sono da aggiungere quelli che Giovanni Paolo II ha chiamato i "militi ignoti" appartenenti non solo alla chiesa cattolica, ma anche alle altre confessioni religiose. Tra questi, moltissimi missionari caduti lontani da testimoni oculari e lasciati morire in carceri, in campi di concentramento e di sterminio. Che cosa determina una tale ostilità da indurre a atti di violenza mortali contro i testimoni della fede, contro i missionari? Le motivazioni sono molteplici. Spesso la causa scatenante è l’opera evangelizzatrice dei missionari che educano il popolo a conoscere e far rispettare i propri diritti violati e calpestati; altre volte è la denuncia fatta nei confronti di governi totalitari che opprimono la gente e non lasciano spazio alla libertà e alla giustizia; altre volte è la scoperta di coltivazioni e traffici illeciti contro popoli e contro l’umanità. Quando vengono colpiti gli interessi loschi e ingiusti, quando e dove l’ideologia vigente e dominante rigetta una visione dell’uomo contraria o diversa dalla propria, il missionario diventa l’oggetto su cui scatenare la propria rabbia, la vittima di violenze e di atti criminosi. E il sangue di innocenti e dei nuovi testimoni della fede arricchisce il martirologio.
Testimoni d’amore Come aveva scritto Gino Concetti in un articolo de L’Osservatore Romano del 9 aprile 1989, "Dove batte il cuore della Chiesa": "I persecutori non gradiscono essere criticati, né contestati, né smascherati nei loro progetti e nelle loro azioni. Per questo decidono di ridurre al silenzio tutti i loro oppressori, compresi i missionari, gli evangelizzatori di Cristo. Con la loro alterigia presumono di arrogarsi ogni potere, anche quello di condannare a morte chi predica la pace, il bene, la libertà, l’uguaglianza, la verità; chi si fa portavoce e ministro di Cristo". I martiri sono un autoritratto delle beatitudini e del messaggio dell’amore. Sono messaggi viventi rivolti all’umanità per dire no alla discriminazione razziale e religiosa, alla vendetta, alla violenza, alla barbarie, all’odio; per dire sì al rispetto della vita, alla tolleranza, all’accoglienza, al perdono, alla fraternità. Chi li uccide priva i popoli del loro prezioso contributo; un contributo che non è solo trascendente, ma anche umano. Sfogliando le cronache ufficiali e ufficiose, e facendo ricorso alle testimonianze di chi è stato vittima di martirio, veniamo a sapere come lungo i secoli siano cambiate le modalità e il lugubre cerimoniale del martirio, e come le motivazioni scatenanti restino sostanzialmente le stesse. Il martire muore negli anfiteatri, sbranati e fatti cibo di fiere, come avveniva nei primi secoli della storia cristiana; muore impiccato o sul rogo, nei campi moderni di sterminio e di concentramento, nelle carceri come sugli altari e sui sentieri delle missioni, in città e in luoghi isolati. Muore per la fede e per essere dalla parte del povero e dell’indigente. Muore in Congo come in Vietnam, in Rodesia, a El Salvador, in Rwuanda, in Angola, in Mozambico, in Liberia, in Kenia, a Mogadiscio, in Russia, in Spagna, per indicare alcune delle località conosciute. "Le persecuzioni nei riguardi dei credenti - sacerdoti, religiosi e laici - hanno operato una grande semina di martiri in varie parti del mondo. Nel nostro secolo (XX) sono ritornati i martiri, spesso sconosciuti, quasi militi ignoti della grande casa di Dio" (TMA, n 37). Non importa chi dà la vita fino al martirio, se il vescovo Oscar Romero, il religioso Massimiliano Kolbe, la religiosa carmelitana Edith Stein, un catechista o un semplice laico, un uomo o una donna. Sono tutti testimoni della fede; sono come delle macchie di sangue e di sudore sparsi sulla terra di ogni continente, sono i semi di una nuova grande fioritura cristiana, sono i maestri eloquenti del dono di sé per testimoniare la verità, per difendere l’uomo e la sua dignità. La Chiesa delle catacombe è una realtà che non appartiene solo al passato. Ogni nazione e ogni popolo ha i suoi martiri il cui numero si snoda lungo i secoli. Ogni Istituto religioso annovera tra le sue fila persone che hanno sofferto la persecuzione e il carcere e che hanno versato il proprio sangue in terra di missione. Anche la Famiglia Paolina ha vissuto questa esperienza. Alcuni tra i suoi missionari sono stati ostacolati nella loro opera di evangelizzazione e di promozione umana al punto da dover subire processi popolari sommari e costretti a lasciare la terra di missione; altri hanno subito carcere e torture. Tra questi, don Canavero e don Bertino, imprigionati e torturati prima di essere espulsi dalla Cina e don Zecchin da Cuba. Tra i martiri che hanno effuso il loro sangue come non ricordare don Michelino Gagna caduto sotto i colpi delle armi mentre portava in salvo l’Eucaristia prelevata dalla Cappella delle Figlie di San Paolo durante una rivolta in Africa?
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