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N. 3 marzo 2003
Carla Romano
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RADICI
BIBLICHE DELLA SPIRITUALITÀ ALBERIONIANA
"Non temete" Con la promessa del Signore "Io sono con te", ogni chiamato intraprende la sua missione sostenuto dall’invito a "non temere". Nell’invito lasciatoci da don Alberione a "non temere" di fronte a ogni iniziativa apostolica, avremo la garanzia del successo se il primato viene dato alla Parola di Dio. TUTTA la Bibbia è percorsa dall’invito a non temere, che quasi sempre sgorga dalle labbra di Dio. Sono soprattutto i racconti di chiamata (o di vocazione) ad aprirsi su questa espressione che Dio rivolge a quanti ha scelto per una particolare missione (Abramo, Mosè, Giosuè, Isaia, Geremia, Maria, Paolo), o a quanti egli desidera rivelare se stesso e la sua volontà (come al popolo biblico, al quale è rivolta la promessa del ritorno dall’esilio e della sua piena ricomposizione in Gerusalemme). Con questo invito a non temere, il Dio della Bibbia si china su tutte le situazioni dell’uomo, rese drammatiche dalla paura, dall’angoscia, dall’incertezza per il futuro e dal timore dell’insuccesso, della non riuscita, del fallimento (che sono l’altra faccia della chiamata, vista dall’uomo, la sua incognita). L’uomo viene così collocato in una dimensione di tranquillità e di attesa serena, che solamente questo rapporto fiduciale con il suo Dio riesce a creare. È ancora la Bibbia, mediante le parole di lode dell’orante dei Salmi, a descrivere questa dimensione nuova, che riporta l’uomo nell’alveo della fiducia e di una rinnovata "infanzia" dello spirito: "Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia" (Sal 131,2). La stessa notte, immagine di tutto ciò che di oscuro e di negativo percorre la vita dell’uomo, appare nella sua dimensione serena e tranquilla: "In pace mi corico e subito mi addormento: tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare" (Sal 4,9).
Anche Gesù ha presente questa dimensione fiduciale, quando rivolge l’invito
ai suoi ascoltatori (e all’uomo di ogni tempo) a ritornare come i
bambini: "In verità vi dico: Se non vi convertirete e non
diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt
18,3). La spiritualità del cristiano e di ogni famiglia religiosa vive
in questa dimensione nuova, che tutto avvolge in un rapporto fiduciale e
filiale, e rasserena tutto ciò che potrebbe divenire fonte di timore,
di angoscia, di incertezza e di sfiducia. In profondità all’invito a
non temere, che il Fondatore don Alberione ha voluto fissare
visibilmente nei nostri luoghi di culto e della nostra vita comunitaria,
possiamo cogliere la ricchezza di questa spiritualità che, nella sua
semplicità, è sempre stata conosciuta come "infanzia dello
spirito". "Prima di formarti nel grembo materno, io ti conoscevo" (Ger 1, 5) È in questa affermazione, che troviamo nel racconto della chiamata del profeta Geremia, la motivazione profonda dell’invito a "non temere" (vedi Ger 1,5: "Prima di formarti nel grembo materno, io ti conoscevo; prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato: ti ho stabilito profeta delle nazioni"). Di noi, tutto è conosciuto da Dio. Dio stesso, secondo una particolare concezione del mondo antico, presiede all’opera meravigliosa della nostra "tessitura" nel grembo materno, come si legge nel Sal 139,13: "Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre". Si tratta, in definitiva, di ritornare alle nostre origini, al momento della creazione quando, nella sua intensa simbologia, la Bibbia colloca l’uomo tra le mani e le dita del suo Dio che lo plasma, lo modella come l’argilla, gli infonde il soffio vitale e lo rende un essere vivente. L’uomo, così amato e plasmato da Dio, non può andare perduto né può avere paura del suo Dio. "Andare perduto" significa incorrere nel fallimento totale e definitivo di noi stessi, come significa, sulle labbra di Gesù, il verbo "perdere". "Avere paura" di Dio significa interrompere il rapporto fiduciale e filiale della creazione, infrangere l’immagine e la somiglianza che l’uomo ha con lui. Ma significa anche la scelta del rifiuto, della ribellione, dell’allontanamento da Dio, cioè del peccato. Significa ripetere l’esperienza negativa di Adamo, con le sue terribili conseguenze ("Ho avuto paura, perché sono nudo e mi sono nascosto", dice Adamo a Dio dopo il peccato, vedi Gn 3,10). Il verbo "conoscere" ("Prima di formarti nel grembo materno, io ti conoscevo") non ha il significato intellettuale che gli attribuiscono le nostre lingue moderne. Indica invece la partecipazione di Dio a tutta la vita dell’uomo, alla sua crescita, ai suoi progetti, alle sue difficoltà, alle sue attese e speranze. Anche in questa piena e totale conoscenza che Dio ha di noi, scopriamo un’altra motivazione dell’invito a non temere.
Si rileva con frequenza, nelle opere del Fondatore, la chiara
convinzione che quanto egli ha compiuto nella Chiesa e per la Chiesa non
è il frutto del suo ingegno, né della sua congenita abilità nel
costruire o nell’amministrare con oculatezza l’ingente patrimonio
che le opere apostoliche esigono. Tutto invece è dono di questa
particolare "conoscenza" di Dio, secondo la quale, nella
Bibbia, egli stesso è all’origine della nascita, della crescita e
dello sviluppo, sia dell’uomo sia della sua opera. Questa convinzione
del Fondatore è ciò che lo ha portato a non temere mai, a non
dubitare, a non arrendersi, a non contestare, ma a rifugiarsi tra le
mani e le dita del Dio della creazione, a rievocare con fede fiduciale
la lenta e ricca gestazione della sua opera nel grembo della bontà e
della provvidenza di Dio, del suo amore e della ricchezza della sua
grazia (a quest’ultima egli volle attribuire tutta la sua opera,
descrivendola nel profetico ed eloquente volumetto "Abundantes
divitiae gratiae suae"). "Non temere, sii forte e coraggioso!" (Gs 1, 6. 9) Il libro di Giosuè, per il particolare contesto che lo caratterizza, ci aiuta a comprendere meglio l’invito a non temere, che nelle sue pagine è associato con frequenza a due espressioni altrettanto significative ("sii forte", "sii coraggioso"). Il libro di Giosuè è "il libro del successore". L’opera "fondata" e iniziata da Mosè, ora viene trasmessa alle mani di Giosuè, designato da Dio come "il successore" del grande condottiero. Dove troverà Giosuè la motivazione a non temere davanti alla difficile opera della conquista della terra promessa, con la quale portare a compimento quanto solamente intrapreso da Mosè? Ma anche a non temere di fronte alla luminosità meno viva del suo carisma e alla sua età ancora non temperata dall’esperienza? Dalla fedeltà alla Parola di Dio e dalla piena adesione alla sua volontà, risponde l’autore di questo libro. Nella tradizione religiosa di Israele, Giosuè appare come il modello del perfetto ascoltatore e del perfetto esecutore della volontà di Dio. Le sue opere sono il rinnovamento di quelle prodigiose di Mosè (come avviene per il passaggio del fiume Giordano, modellato in tutto sul passaggio del Mar Rosso, sotto la guida di Mosè) e la sua persona ha il privilegio di dialogare con Dio a faccia a faccia, di sentire la sua parola e di risentire l’invito a non temere, unito all’esortazione ad essere forte e coraggioso nel proseguire l’opera del "fondatore" Mosè.
Le opere del Fondatore sono ora le nostre opere. Il suo spirito è ora il nostro spirito (come è stato per Giosuè nei confronti di Mosè e come sarà per Eliseo nei confronti di Elia: "Due terzi del tuo spirito diventino miei", 2Re 2,9). La nostra è la generazione di Giosuè, la "generazione del successore". Lasciandoci l’invito a "non temere", don Alberione ci colloca nella scia di Giosuè, assicurando che i prodigi della fondazione potranno essere anche i prodigi che accompagneranno la nostra generazione di successori, i nostri passi e le nostre nuove iniziative, se il primato viene dato alla Parola di Dio e alla sua Volontà, alla sua grazia e alla sua provvidenza, al confronto con lui e alla preghiera. Come Giosuè e come la sua generazione succeduta a Mosè. Primo Gironi |
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