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SULLE ORME DEL FONDATORE  
   
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Un anno con il Padre

di OLINTO CRESPI

TUTTA la Bibbia è intessuta di pagine meravigliose che ci rimandano a Dio come al Padre, alla sua presenza carica di premure verso una umanità che è in continuo pellegrinaggio, alla ricerca di stabilità e di sicurezza, nel deserto della vita. In un cammino incerto, pieno di difficoltà e di prove, quale è la nostra vita, dobbiamo crederlo, siamo sempre nelle mani creatrici e buone di Dio.

Nell’Antico Testamento troviamo ripetute espressioni che vogliono donare, al nostro passo sempre vacillante e spesso pauroso, sicurezza e fiducia:

«Tu (Dio) sei la mia roccia e il mio baluardo» (Sal 31,3-4).
«Ti amo, Signore, mia forza...,
mia roccia,
mia rupe, mio scudo e baluardo,
mia potente salvezza»
(Sal 18, 2-3).

Dio ci precede nel cammino della vita come il buon pastore:

«Il Signore è il mio pastore,
non manco di nulla...
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce...» (Sal 23,1-2).

Soprattutto è commovente quando Dio si presenta all’umanità come Padre tenero e amoroso e si rende premuroso verso la sua creatura tanto fragile:

«Quando Israele era un bambino, io l’ho amato...
Gli ho insegnato a camminare
tenendolo per mano.
L’ho tenuto tra le mie braccia...
L’ho attirato a me con affetto e amore.
Sono stato per lui come uno che solleva
il suo bambino fino alla guancia.
Mi sono abbassato fino a lui
per dargli da mangiare»(Os 11,1-5).

Sorretti da questo atteggiamento paterno di Dio, certamente il nostro cuore prende coraggio, energia per andare avanti e continuare l’avventura terrena. Tanto più che la Bibbia continua a presentarci il nostro Dio con delle espressioni veramente inaspettate:

«Come una madre consola suo figlio,
così io vi consolerò»
(Is 66,13).

«Si dimentica forse una donna del suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio del suo seno?
Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse,
io (Dio) invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15).

Se poi entriamo nel Nuovo Testamento e ci affidiamo alla scuola di Cristo Maestro, Egli, "vero esperto del Padre", ci rivela tutta la bontà, la misericordia, l’amore che un padre deve avere per i suoi.

Ogni pagina del Vangelo di Gesù ci riporta a Dio, ci indica il Padre.

Soprattutto nei momenti difficili e tragici della nostra esperienza umana, Gesù ci presenta un Dio pronto ad accoglierci, ad abbracciarci e a perdonarci.

Uno dei momenti più belli in cui Gesù rivela la tenerezza accogliente del Padre è quando ci racconta la parabola del «Figlio prodigo» (Lc 15,11-32), che in realtà dovremmo chiamare la parabola del "Padre di bontà".

È stato scritto: «senza questa parabola l’umanità sarebbe più povera e più triste».

Il ritorno del figlio prodigo (Murillo, National Gallery, Washington - part.).
Il ritorno del figlio prodigo (Murillo, National Gallery, Washington - part.).

Questa tenerezza, e insieme forza, del Padre la possiamo scorgere in una serie di verbi che tendono a scolpire dentro di noi tutta la paternità di Dio (cf Pino Pellegrino, Un Dio sorprendente, LDC).

«Lo vide»: il figlio è ancora lontano, ma il Padre già lo vede. Dio è sempre vigile sulla sua creatura, non l’abbandona mai. «L’occhio del Signore veglia su chi lo teme, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame» (Sal 32,18-19).

«Si commosse»: non appena vede il figlio, il Padre si commuove. «Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono» (Sal 103,13).

«Gli corse incontro»: in Oriente, per un anziano, non era dignitoso correre. Ma il Padre appena intravede il figlio si mette a correre. L’amore lo fa "scattare".

«Gli si gettò al collo»: dinanzi alla tenerezza del Padre, il figlio riacquista il suo ruolo, la sua appartenenza all’amore del Padre.

«Lo baciò»: è l’amore senza misura che rivela la magnanimità di Dio. «Se uno mi ama, il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). «Disse ai servi»: il Padre dice: «Presto, portate qui il vestito più bello, mettetegli l’anello al dito, i calzari ai piedi, ammazzate il vitello grasso, mangiamo e facciamo festa...» (Lc 15,22-23). Dio non ha misura nel perdonare: il Suo è amore che ridona fiducia, che rigenera, che rimette in movimento la nostra vita e ricrea una gioiosa festa nei nostri cuori.

Dinanzi a tutti questi atteggiamenti "umani" di Dio verso di noi possiamo comprendere allora come il suo pensiero abbia plasmato il cuore di tanti uomini e donne secondo il suo cuore e secondo Gesù, l’inviato del Padre. Se noi vediamo anche solo sommariamente ciò che don Alberione esprime sul Dio di Gesù nella sua vita, ci rendiamo conto quanto la presenza della paternità di Dio nella formazione e ricostruzione della nostra persona a "immagine e somiglianza di Dio", sia indispensabile (Gn 1,26).

«Tutto ho ricevuto da Dio: quanto mi sta attorno, quanto mi sostiene, quanto è dentro di me. Se Dio mi richiedesse ciò che mi diede, nulla mi rimarrebbe, neppure l’esistenza...

«Dio concorre alla nascita di ogni uomo, creando l’anima e infondendola nel corpo.

«Egli dispone tutti gli avvenimenti, regge la storia e guida i secoli: infatti essi, per volontà divina prepararono la venuta del Figlio.... Vivo sotto l’amabile governo del Padre celeste: devo abbandonarmi alla Sua provvidenza che, se pensa al fiore del campi e all’uccello dell’aria, tanto più pensa all’uomo, sua immagine e creatura!...» (don Alberione in Brevi Meditazioni..., p. 13ss).

Ancora: «Dio creò per rendere felici le creature: e queste sono felici nel glorificare Dio... Questo il nostro primo fine...

«L’azione del Padre amoroso che sta in cielo: ha cura di tutto, anche delle creature più piccole: neppure il granello di sabbia trasportato dal vento, neppure la foglia inaridita che alle prime brine cade, sfugge al suo sguardo, al suo potere: "governa con bontà eccellente ogni cosa" (Sap 8,1). Il tutto... per guidare con mezzi adatti l’uomo alla felicità eterna, alla gloria sua» (cf Quaderno 50 di don Alberione).

Nel Primo Maestro, quindi, il vivere "sotto l’amabile governo del Padre" generava un fortissimo senso di fiducia e di abbandono filiale in Dio. E lo spingeva a quella risposta di donazione totale di se stesso che ha caratterizzato tutta la sua vita e la sua missione. Anche questo diventa per noi esempio da imitare e, insieme, proposta concreta da vivere.

In conclusione. Sulla linea di quanto detto e sulle orme di don Alberione, auguro di cuore a tutti i Cooperatori di vivere questo nuovo anno, dedicato al Padre, con cuore rinnovato e fiducioso, comunicando anche noi la bontà e la serenità che Egli, con i suoi gesti di infinita benevolenza, va depositando nella vita di ognuno.

don Olinto Crespi

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