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RIVISITANDO IL NUMERO 19 DI "ABUNDANTES DIVITIAE…"   
 

   Cooperatore Paolino  n.10 dicembre 2000 - Home Page

"Dal Tabernacolo… tutto…"

di CARLA ROMANO

31 dicembre 1900: una data davvero straordinaria per la Famiglia Paolina e per tutta la Chiesa. Da non dimenticare. Mai. E’ la notte in cui siamo nati, tutti, pensati da quel cuore "amante" che era il cuore del sedicenne Giacomo Alberione, un uomo "eccezionale", che sarebbe poi diventato il Fondatore di ben dieci istituzioni.

"Che il secolo nascesse in Cristo Eucaristia": questo è il segreto della Famiglia Paolina. Ecco perché è un baluardo che può essere minato da più parti, ma non può crollare, perché ha un’origine salda: il Tabernacolo. Sì, perché essa è nata ai piedi del Tabernacolo, da un cuore che amava tanto l’Eucaristia, da invocarla alle radici e alle fondamenta della "mirabile" Famiglia che proprio da lì sarebbe nata.

La Famiglia Paolina è come la Chiesa, che ha ricevuto una promessa straordinaria dal suo Fondatore: "Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa…". Anche qui nulla di negativo potrà dominare, perché la fonte è "forte" e indiscutibile.

"Che nuovi apostoli risanassero le leggi, la scuola, la letteratura, la stampa, i costumi…". Chi di noi può dimenticare il celebre n. 19 di quello che a ragione è considerato il "testamento spirituale" del nostro Primo Maestro, don Alberione: Abundantes divitiae gratiae suae? Si badi bene al cambio di prospettiva: non persone che semplicemente, in base ad una scelta di fede, fossero presenti nelle varie sfere e dimensioni della società, bensì uomini e donne che – forti di quell’esperienza del "Tabernacolo" – si impegnassero a "risanare", ossia ad operare, dall’interno, un processo di recupero del positivo che indubbiamente c’è sempre, almeno in parte, e soprattutto di instaurazione di una mentalità "cristiana" ovunque. Infatti don Alberione era solito dire ai suoi figli con forza e decisione: non parlare sempre e solo di religione, bensì parlare di tutto cristianamente. Secondo la ragione ordinata alla fede.

Don Giacomo Alberione mentre celebra la S. Messa profondamente assorto nel mistero.
Don Giacomo Alberione mentre celebra la S. Messa profondamente assorto nel mistero.

"Tutte e ciascuna (scienze, invenzioni, scoperte) sono capitoli del grande libro della creazione – scriveva il Fondatore – ognuna deve servire come mezzo all’uomo per andare a Dio; tutto deve servire a preparare l’uomo a vedere Dio, se avrà ben usato della ragione, accolta e creduta la rivelazione". E l’apostolo deve illuminare su questa strada. Perciò urge dare Cristo al mondo. Cristo, Via e Verità e Vita.

"Che la Chiesa avesse un nuovo slancio missionario…": Don Alberione comprese la necessità di invertire la rotta anche in questo senso. Non aspettare più la gente che va in Chiesa, ma andare noi da loro… Come? Con tutti quei mezzi che, dopo oltre sessant’anni da quella notte, saranno definiti dal Magistero della Chiesa "mirifica", doni di Dio. E lo slancio missionario, nel cuore del Fondatore, era anche collaborare "dal vivo" alla missione corredentrice di Maria: come lei aveva "dato alla luce" il Salvatore (edidit), così ogni paolino deve "dare alla luce" (editare) la Parola di Dio, facendola penetrare nella vita e nella cultura, attraverso tutti i linguaggi che il progresso pone a disposizione dell’uomo. Ma nuovo slancio missionario equivalse anche ad aprire case all’estero, affinché tale apostolato potesse essere diffuso ovunque.

Un cuore sul mondo

E il cuore di don Alberione è stato, fino all’ultimo momento della sua esistenza umana, un cuore missionario. Chi dimentica quel mappamondo che c’è ancora sulla scrivania della sua stanza? Un simbolo di una realtà radicata in quell’uomo, "piccolo" di statura fisica, ma "gigante" dello spirito…

"Voi siete ai piedi di una grande montagna – egli scrisse – salitevi su, mirate il vostro orizzonte: è tutto il mondo… Alzate gli occhi, mirate in alto un grande albero di cui non si vede la cima: questa è la nostra Casa… voi non siete che alle radici…".

"Che fossero bene usati i mezzi di apostolato…": fermiamoci a riflettere sull’avverbio "bene". Il Primo Maestro non invita i suoi figli soltanto a servirsi dei mezzi, ma a servirsene "bene". In che senso? Diversi sarebbero i significati che potremmo dare all’avverbio: anzitutto per il bene, vale a dire al fine di contribuire a quel processo di "risanamento" di cui si parlava prima, poi con competenza, con professionalità e creatività. Sì, perché noi non possiamo dare agli altri ciò che non abbiamo, che non possediamo "dentro" e "fuori".

Ma allora? Ci voleva tutti "industriali" dei media? No, ci voleva "innamorati" del suo progetto, che era grande, perché senza limiti e senza confini, né di spazio né di tempo: annunciare il Vangelo, la salvezza, l’amore agli uomini di ogni tempo, servendoci proprio di quei mezzi, oggi definiti linguaggi, che ispirano tutta l’esistenza umana.

"Che la società accogliesse i grandi insegnamenti delle encicliche di Leone XIII, specialmente riguardanti le questioni sociali e la libertà della Chiesa…". Questo era un dato storico, che rispecchiava il momento che si stava vivendo, ossia la necessità di far conoscere e diffondere la dottrina sociale della Chiesa; oggi senz’altro avrebbe esteso il discorso a tutto il Magistero. Non dimentichiamo che quel cuore "amante" dell’Eucaristia, della missionarietà, era altresì un cuore profondamente "fedele" al Magistero della Chiesa. E questa fedeltà l’ha sempre chiesta a tutti i suoi figli.

Il Venerabile don Alberione impartisce la benedizione eucaristica nella Cripta del Santuario "Regina degli Apostoli" in Roma.
Il Venerabile don Alberione impartisce la benedizione eucaristica
nella Cripta del Santuario "Regina degli Apostoli" in Roma.

"Il Papa è per noi via, verità e vita, perché lui è il vicario di Cristo… Avere mentalità "ecclesiale"… Chi ha questa mentalità non tentenna, ma aderisce con tutto il cuore…

La sede, la reggia della verità è la cattedra di San Pietro… Preghiamo ogni giorno per il Papa. Ma con cuore. Perché i superiori hanno sempre bisogno di consolazioni. E il superiore massimo ha bisogno di molta consolazione", scriveva don Alberione il 29 giugno 1955.

Chi conosce la vita del Fondatore sa bene che egli godeva della stima e della venerazione del Pontefice e del Magistero ecclesiastico tanto che fu annoverato tra i superiori generali invitati come padri conciliari al Vaticano II. E poteva persino dire di avere Paolo VI come "amico", che si recò spontaneamente a visitarlo, quando lui era già in coma. Mezz’ora prima del suo decesso.

E la definizione che ha dato di Don Alberione proprio Paolo VI è sicuramente il più alto riconoscimento della validità del carisma del Fondatore: "una delle meraviglie del nostro secolo". Sempre Paolo VI scrive di don Alberione: "la continuità delle iniziative, la capillarità della loro diffusione, la costanza, la perseveranza, niente di dilettante o di improvviso, è proprio questa una delle caratteristiche del vostro Fondatore; l’occhio vigile sui bisogni del nostro tempo, l’ansia di portare alimento e conforto agli uomini di oggi, lo spirito di fedeltà e di sacrificio per dare allo strumento tecnico la sua efficacia, la carità nella verità…".

E noi sappiamo da dove attingeva il suo essere apostolo.

Carla Romano

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