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UNA LUCE NELLA "NOTTE SANTA"
   
   Cooperatore Paolino  n.10 dicembre 2000 - Home Page

Il Natale, una festa per umanizzare 
il mondo

di BENITO SPOLETINI

Le Feste Natalizie offrono l’opportunità di rifarci a un imperativo vivissimo nel nostro Fondatore, e oggi più urgente che mai: lo sforzo di aiutare il mondo a ricuperare un "supplemento di anima".
   

CONOSCIAMO gli scenari in cui don Alberione si mosse: l’apparire dell’anarchismo, le sanguinose repressioni dei primi moti operai, la prima guerra mondiale (1915-1918), l’avvento del fascismo, del comunismo e, successivamente, del nazionalsocialismo, la seconda guerra mondiale (1939-1945), con tutti gli orrori che conosciamo. Come si vede, il mondo di sempre.

Il motto "Gloria a Dio e pace agli uomini", scelto da don Alberione e riproposto senza fine, non era in lui una semplice espressione, ma era la sintesi lungamente meditata della sua missione, e non si spiega senza il contesto storico che fa del nostro secolo uno dei più violenti della storia. Scrivendo, ai Cooperatori nel 1954, annotava: "Tutti assieme si forma un’unione di persone che mirano e si aiutano a promuovere "la gloria di Dio e la pace degli uomini", secondo l’ esempio di san Paolo" (AD 344)

"Cristificare" il mondo per umanizzarlo

Ricordo le sue lezioni sul trattato "De Verbo Incarnato". Si entusiasmava, batteva ripetutamente le nocche delle dita sulla cattedra e con la sua voce sottile, ma vibrante, ripeteva: "Christus verus homo", "verus homo", Cristo, vero uomo, vero uomo. Anni dopo, il teologo cileno Segundo Galilea, ci faceva notare che tutte le grandi riforme della Chiesa si sono fatte all’insegna dell’umanità di Cristo; e citava Francesco d’Assisi, Teresa d’Avila, Ignazio di Loyola, Vincenzo de’ Paoli e tanti altri. Gesù, in effetti, si fece uomo, vero uomo, per redimere l’umanità dal di dentro. Don Alberione si situava in questa linea, molto paolina. Negli anni ‘30 usa il verbo cristificare per indicare questa missione; sono gli stessi anni in cui Teilhard de Chardin si poneva il problema del "fenomeno umano" che da Cristo riceve la spinta evolutiva fino alla pienezza di Dio. Entrambi partivano da san Paolo.

Ma già nella "notte santa" del carisma (1900-1901), la necessità di umanizzare l’ uomo è presente in Alberione. Nei suoi ricordi di quella notte di preghiera e di grazia, egli si rifà al "venite a me tutti..." del vangelo di Matteo, un testo che rivela l’amore misericordioso di Gesù per "il gregge senza pastore", stanco, sbandato, affamato. E alla fine della sua riflessione annota: "Rimaneva in fondo il pensiero che è necessario sviluppare tutta la personalità umana per la propria salvezza e un apostolato più profondo" (AD 22).

Nasce lì il filo conduttore di tutto il progetto formativo "paolino" di don Alberione, con un forte accento incarnazionista: prima l’uomo, poi il cristiano, il religioso, le realtà terrestri, la redenzione, la pienezza finale. Non si tratta di una velata dicotomia, è semplicemente una maniera di far comprendere che il progetto di Dio ha come obiettivo fondamentale l’uomo, il rinnovamento e la elevazione di tutto l’uomo e, con lui, del mondo. Di questo rinnovamento, Cristo è la radice, il modello e il principio dinamico. Questo spiega la preferenza di don Alberione per il titolo di "Maestro" riferito a Cristo, titolo che è alla base della sua spiritualità e del suo sistema formativo; per lui il Maestro è "il principio dinamico di tutto lo sviluppo umano"; è colui che lo aiuta a farsi uomo, a umanizzarsi, a essere pienamente umano.

Il presepio è sempre un quadro suggestivo che ci ricorda la nascita di Gesù nella "grotta" di Betlemme.
Il presepio è sempre un quadro suggestivo che ci ricorda
la nascita di Gesù nella "grotta" di Betlemme.

Il ruolo umanizzante di Maria e della donna

In questa visione si comprende meglio la forte presenza della donna nella Famiglia Paolina. Dei dieci rami che la costituiscono, cinque sono di Istituti femminili e due - l’Associazione Cooperatori e l’Istituto Santa Famiglia - contano su una forte presenza femminile. Don Alberione, fin dagli inizi del suo sacerdozio, comprese bene il ruolo della donna nel piano salvifico di Dio e la sua particolare urgenza nel mondo attuale, come lo rivela uno dei suoi primissimi libri: "La donna associata allo zelo sacerdotale" (1912). Era cosciente che nei suoi Istituti, chiamati a utilizzare mezzi e tecniche moderne, complicate e fredde, la presenza della donna era indispensabile per dare alle attività paoline un volto umano e umanizzante.

Una prova importante di questo la offre il testo orazionale-contemplativo "Via humanitatis". Lì Maria, la donna per eccellenza, è vista come la "Madre dell’umanità", come la via umanizzante dell’uomo e del creato nel progetto salvifico di Dio. In questa luce si comprende ancora meglio perché don Alberione abbia sottolineato tanto il ruolo della donna nella famiglia e nel mondo: in essa nasce l’uomo, in essa si educa, da essa parte per la sua missione nel mondo. Lì, nella famiglia, si intrecciano bellamente la gloria di Dio che è l’uomo vivente, e la pace, condizione indispensabile dell’armonia che fa possibile la convivenza umana.

Significativo mi pare ciò che scrive ai membri dei primi Istituti secolari paolini nel 1958. Li esorta ad accedere a posti di importanza per rendere un miglior servizio alla gente e avere un più ampio influsso cristiano nella società. E con anticipazione profetica, li chiama ad "essere samaritani" dell’uomo contemporaneo (cf CISP, 1306 e 1309). Paolo VI, alla chiusura del Concilio Vaticano II, utilizzerà la stessa immagine: la Chiesa si fa samaritana dell’uomo attuale...

"Il mio servo non griderà nelle piazze..."

Molti uomini e donne del nostro tempo hanno sentito questa stessa preoccupazione, e, da veri profeti, hanno scosso la coscienza di molta gente con il loro messaggio di annunzio e di denunzia. Don Alberione anche lo ha fatto, ma nello spirito di Betlemme e di Nazaret; cioè con discrezione, nel silenzio, in profondità, ispirandosi a san Paolo per il quale il profeta è "colui che esorta, edifica e consola" (1Cor 14, 3).

Nel 1942, in piena guerra, don Alberione, pubblica l’articolo "La tregua di Dio", sulla rivista Domenica Illustrata, nella quale chiedeva che, nei diversi fronti di guerra, cessassero le armi per dar modo ai soldati di poter celebrare un Natale sereno. Concludeva: "Egli (Gesù) è la pace; egli è la tregua di Dio; oggi solo di pace si parli, e di amore, oggi tregua dei cuori". Non solo rimase inascoltato, ma le autorità civili minacciarono la sospensione del giornale e il carcere per l’autore. Altro che umanizzazione del mondo! Ma lui continuò a crederci.

Testimone e artefice di umanità: il santo

Don Alberione non amava le cose che restavano a livello di progetto; i sogni e le utopie per lui avevano senso solo se si ritraducevano in fatti. La sua visione dell’uomo integrale, alla quale aspirava formare i paolini, la vedeva realizzata pienamente nell’uomo "santo". A uno scrittore famoso, convertito a Cristo, chiesero perché, fra le tante Chiese che lo sollecitavano, era entrato finalmente nella Chiesa cattolica. La risposta fu che nella Chiesa cattolica aveva trovato quello che stimava essere il modello più perfetto di uomo: il santo. Don Alberione ci si sarebbe riconosciuto in pieno. Per lui "il santo non è un uomo sfinito, una mezza coscienza, che non sa assumere le sue responsabilità nella vita... Per san Paolo la santità è la maturità piena dell’uomo, l’uomo perfetto... e questo lo sarà, in proporzione dello spirito di fede e della buona volontà: il Signore è con noi; noi siamo cooperatori di Dio" (Pensieri, p. 50, 4° ediz.; CISP,1135).

Natale, festa dell’Uomo

La festa di Natale don Alberione la vedeva in questa prospettiva umanizzante. Per lui la "cattedra del presepe" è il luogo privilegiato da dove il "Maestro", entrando nel mondo, offre agli uomini la sua primissima lezione: Dio si fa uomo, perché l’uomo diventi Dio. Umanizzare il mondo significa aiutare l’uomo a ritrovare i valori autentici della sua esistenza - e certamente l’uomo li ha, se Dio in Gesù si è fatto vero uomo! -: il silenzio, la povertà, la cordialità, la gratuità, la sobrietà, l’umiltà, il rispetto, la solidarietà e soprattutto l’amore che lo rende somigliante a Dio. Che cosa se non l’amore lo spinse a farsi uno di noi? E quale cammino se non quello dell’amore, riavvicinando gli uomini tra loro, può riumanizzarli e può spezzare finalmente il circolo magico della violenza e della guerra?

Mi pare che don Alberione aspetti da noi quest’impegno, che oggi è un imperativo urgente da non disattendere. "Gloria a Dio nei cieli e pace agli uomini che Dio ama". Lo hanno cantato gli angeli a Betlemme, dobbiamo riecheggiarlo noi oggi, con tutti i mezzi a nostra disposizione perché il mondo possa ritrovare la sua umanità ed essere ancora vivibile.

Benito Spoletini

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