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MESSAGGIO DEL SUPERIORE GENERALE
   
   Cooperatore Paolino  n.10 dicembre 2000 - Home Page

Con don Alberione ci protendiamo 
in avanti

di PIETRO CAMPUS

Scandito dal susseguirsi delle giornate giubilari, l’Anno Santo del 2000 assomiglia ad un lungo percorso a tappe che volge ormai al termine, con un unico traguardo: la realizzazione della vocazione alla santità propria di ogni cristiano. Messaggio particolarmente significativo per noi Paolini, nel mese in cui ricordiamo don Alberione.

Cari amici, Cooperatrici e Cooperatori, Domenica 31 dicembre 2000, tutti i Paolini e Paoline e Cooperatori, di ogni continente e di ogni condizione, si ritroveranno attorno al Tabernacolo per formare un’unica assemblea, in adorazione dell’unico Maestro. Egli ripeterà a noi, come al giovane Alberione: «Venite tutti a me». E noi andremo a Lui con i medesimi sentimenti di responsabilità apostolica, interpreti dei nostri coetanei e concittadini del mondo, per inaugurare nella luce di Dio il nuovo millennio.

Tutte le comunità della Famiglia Paolina saranno aperte ad accogliere gli amici in preghiera. In Roma l’appuntamento sarà nel Santuario Regina Apostolorum; in Alba, il tempio di San Paolo; nelle altre città, le sedi delle comunità paoline che si organizzeranno per celebrare insieme la "notte santa" del nostro centenario carismatico.

Il sedicenne Giacomo Alberione, in quel 31 dicembre 1900, portava nella sua preghiera davanti a Gesù Eucaristico la lucida coscienza di quanto avveniva nel suo tempo travagliato, le angosce della Chiesa e le speranze dei cattolici più illuminati. Nella luce del Tabernacolo egli comprese quanto quell’ora fosse «decisiva per la specifica missione e [lo] spirito particolare in cui sarebbe nato il suo futuro apostolato»; «si sentì profondamente obbligato a prepararsi a far qualcosa per il Signore e gli uomini del nuovo secolo…» (AD 13-15).

La fede conferiva all’adolescente Alberione un «senso abbastanza chiaro della propria nullità» e, al tempo stesso, la certezza che il Maestro Divino sarebbe stato con lui e che «in Gesù-Ostia si poteva avere luce, alimento, conforto, vittoria sul male» (AD 16). Questa luce, infine, gli permetteva uno sguardo profetico e pieno di speranza sull’avvenire: «Vagando con la mente nel futuro, gli pareva che nel nuovo secolo anime generose avrebbero sentito quanto egli sentiva» e si sarebbero associate a lui nell’impresa da affrontare (cf AD 17).

Ecco in qual modo la vigilanza di un giovane con gli occhi aperti sul presente della Chiesa divenne "profezia" e progettazione del futuro, sulla base saldissima in Gesù Maestro e nelle sue promesse: «Non temete, io sono con voi. Di qui voglio illuminare. Abbiate il dolore dei peccati» ossia l’umiltà dei convertiti (cf AD 152).

Una "speranza operosa"

San Paolo si presentava come «apostolo di Cristo Gesù nostra speranza» (1Tm 1,1). In Lui, dunque, è fondata anche la nostra speranza.

La speranza è la forma di "profetismo" che noi siamo chiamati a esercitare nel mondo attuale. Non è un atteggiamento passivo di attesa; è invece lavoro, passi da compiere perché si realizzi ciò che attendiamo: è progettazione e "semina" delle premesse dalle quali nascerà il futuro voluto. Poiché il futuro si costruisce.

È il momento di ricordare ciò che Giovanni Paolo II ricordava agli istituti di vita consacrata: «Voi avete non solo una gloriosa storia da raccontare, ma anche una grande storia da costruire» (Vita consecrata, n. 110). Vale soprattutto per noi la conclusione: «Guardate al futuro!».

Guardare al futuro non significa sognare ad occhi aperti; non è "futurologia". Il futuro si prevede, si ipotizza e si prepara studiando la nostra storia – poiché la memoria è la radice della profezia, - e poi valorizzando il presente con le sue opportunità, come fa il contadino nella stagione della semina. Il tempo presente è l’aiuola fertile del futuro.

Don Alberione amava il motto «Mi protendo in avanti» (Fil 3,13). E questo significava per lui "speranza operosa", fiducia che invita a fare progetti, a seminare. «Seminate, seminate! – egli ripeteva. – È vero che si semina nella fatica, ma si raccoglierà nella gioia. In morte, il pensiero di aver esercitato bene l’apostolato darà all’anima tanta consolazione» (Hæc meditare, 2° 1,80). Queste espressioni sono cariche di forza creativa, come le parole del Vangelo di cui sono una traduzione. Ci spingono in avanti con lo slancio e la chiaroveggenza dei profeti.

Ma Don Alberione ci ricordava realisticamente che la semina, il raccolto, insomma le "opere di Dio", «si fanno con le persone di Dio». Se mancano gli operai evangelici, la messe biondeggia invano. Ecco la prima esigenza che io mi permetto di segnalare anche a voi, Cooperatrici e Cooperatori, come l’ho segnalata ai miei confratelli. E lo faccio con le parole stesse del Fondatore:

«Prima cosa, è necessario in ognuno un impegno deciso per le vocazioni: il reclutamento e la formazione. Non è cosa questa che dipenda soltanto dal Superiore; interessa, obbliga e dipende da tutti. […]. Dipende molto dalla grazia del Signore, ma anche tanto dallo zelo; ed è uno dei segni più chiari di amore alla Congregazione».

In conclusione, «il problema vocazionario, fra le opere di zelo, deve essere messo in primo piano. Gesù non cominciò il ministero pubblico col predicare; lo cominciò col farsi i Discepoli... Se veramente amiamo il prossimo come noi stessi, vorremo per tanti altri il bene grande che noi stessi possediamo… Se noi abbiamo la mente tesa verso la santità, desideriamo che altri pure vivano di questo ideale» (Ut perfectus sit I, 84-85).

Alla luce di un secolo di storia

Come Saulo nella luce del Risorto lungo la via di Damasco, e come Alberione nell’adorazione di fine secolo, penso che ognuno di noi medita in cuor suo la domanda: «Signore, che cosa vuoi che io faccia? Nell’aprirsi del nuovo millennio, che cosa posso fare, dire e proporre ai nostri contemporanei?…».

In altre parole: quale bilancio possiamo trarre da un secolo di storia carismatica, vissuta al séguito di un giovane, che ha avuto il coraggio di aprire strade nuove a sé e alla Chiesa? Molte e stimolanti le possibili risposte.

Era la fede condivisa, e resa operante in un nuovo slancio apostolico, che associava al giovane fondatore gli spiriti più generosi del laicato. Perciò ai miei confratelli ho ricordato l’urgenza di ricuperare questa "anima" originaria; di "riattivare" questo carisma specifico. E di convocare tutti i cuori apostolici attorno al divino Maestro, percorrendo la stessa via per la quale il carisma si accese nel cuore del giovane Alberione: la preghiera davanti al Tabernacolo, per attingere "luce dall’Ostia" (cf AD 15). Davanti all’Eucaristia l’anima si risveglia, si illumina, nutre il proprio discernimento sui disegni di Dio e sulla missione da svolgere nell’ora presente.

Sia così per tutti noi!

Pietro Campus
   

Gli auguri del Delegato Nazionale 
"Cooperatori Paolini"

Questo numero de "II Cooperatore Paolino " si apre con un Messaggio del Superiore generale che ricorda I'interessamento che don G. Alberione ha sempre avuto per i Cooperatori; riconoscendo in loro una delle forze più vive della Famiglia paolina, in quanto - sono parole sue - «tutti insieme si forma un'unione di persone che mirano e si aiutano a promuovere la "gloria di Dio e la pace degli uomini». Sappiamo bene, del resto, come nel pensiero del Fondatore i Cooperatori siano parte integrante e non accessoria della grande istituzione alberioniana: "terzo ramo della Gasa"(con la Società San Paolo e le Figlie di San Paolo).

La Lettera del Superiore generale mi offre, perciò, I'opportunità di ricordarne l'importanza e di invitare i Cooperatori a rinnovare la coscienza di una loro sempre più grande responsabilità nel rispondere alla specifica vocazione laicale in seno alla nostra Famiglia religiosa. Lo ripetiamo forte, all'alba di un nuovo millennio che segue la "notte di luce" che ha illuminato le origini della Famiglia paolina. Con tale spirito esprimo a tutti i Cooperatori gli auguri di un Santo Natale e di un Nuovo Anno di Grazia 2001, facendo sempre memoria di quanto, nell’Anno del Giubileo dell'lncarnazione che si chiude, "Il Cooperatore Paolino " ha richiamato per la crescita carismatica di tutti i Cooperatori e le Cooperatrici della nostra Famiglia.

Don Olinto Crespi

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