N. 9/10 novembre - dicembre 2010

Sommario.

Alla scuola del piccolo Maestro
  
Silvio Sassi

1910: una maggior luce
  
Gabriel A. Rendón Medina

Un’assenza che è presenza
  
Anna Pappalardo

Vagabondo per Dio
   Mauro Ferrero

"Il tuo biglietto per il Paradiso"
   Beatrice Immediata

Una paolina colta e coraggiosa
   Livia Bianconi

L’Ebook Fest di Fosdinovo
   Claudia Camicia

Ferrua e Alberione
   Mercedes Mastrostefano

Insieme per la pace e la giustizia
  
Angelo Montonati

Davanti al Presepe
   Sergio Deltrio

Famiglia Paolina nel mondo
   
a cura della Redazione

Oltre il fare...
   Sandro De Bonis

Novità multimediali
   a cura della Redazione

Preghiamo per...

Si sentì profondamente obbligato
   Mercedes Mastrostefano
   

Cooperatore Paolino n. 9/10 novembre-dicembre 2010 - Copertina

 NATALE  - CANTI NATALIZI

 di SERGIO DELTRIO
  

Davanti al Presepe
  

I canti natalizi sono un’occasione per i bambini per fare festa, ma sono anche un’ottima occasione di catechesi, e non solo per i bambini.
  

Davanti al Presepe ci sentiamo bambini, ci ritorna alla mente e al cuore la nostra infanzia. Di fronte al Bambinello nella culla si intenerisce il cuore e ci sentiamo più buoni. Poi però, ce ne allontaniamo e torniamo grandi... Cose se il Natale non fosse cosa per gli adulti, ma solo una tenera memoria del mondo infantile.

Davanti al Presepe si cantano canzoncine semplici ed accorate. Eh già, si dirà, le canzoncine di Natale sono cose da bambini; per i cristiani adulti ci vuole ben altro.

Qualche volta bisogna ammettere che è vero, alcuni canti natalizi sono solo canti di circostanza, non sono liturgici e talvolta solo vagamente cristiani. Parlare di bianco natale o di campanelle, o di alberelli addobbati, o anche solo di un bambino nato, non è affatto sufficiente.

Per essere veramente natalizi e cristiani infatti le composizioni poetiche e musicali, devono parlare di Gesù il Figlio di Dio: deve emergere sia la dimensione umana che quella divina. Anche se in modo semplice, e con un linguaggio adatto anche ai più piccoli, non possono tralasciare il nucleo del mistero cristiano.

Alcuni canti natalizi sono veramente "infantili" per contenuto e per livello espressivo. Di altre composizioni però, siamo noi che non ne comprendiamo la profondità. Tra queste possiamo annoverare certamente quelle della tradizione napoletana che trovano la sua origine in sant’Alfonso de’ Liguori. Il santo vescovo di Pagani fu, infatti, oltre che fecondo e apprezzato scrittore, fu pittore (aspetto meno conosciuto), e anche valente musicista.

Questi canti appartengono ormai alla tradizione, e si fatica a trovare edizioni critiche, infatti sono nati per essere cantati e non per essere pubblicati, così spesso li ritroviamo con varianti di strofe e di grafia.


Il presepe napoletano visse il suo periodo d’oro proprio all’epoca di Sant’Alfonso,
quando si iniziò a realizzarlo anche nella case private.

Natale in napoletano

Di queste composizioni natalizie, certamente la più famosa in Italia è "Tu scendi dalle stelle" composta nel 1755. Canzone tradotta in tutto il mondo, che senza della quale, come ebbe a dire Giuseppe verdi, «Natale non sarebbe Natale».

Ma forse tra le sue composizioni natalizie sono da considerare anche più riuscite la pastorale "Quando nascette Ninno" e la ninna nanna "Gesù Cristo piccerillo".

Limite e forza di queste composizioni sta nell’essere in dialetto napoletano. Sono molto amate in Meridione per la forza espressiva linguistica. Questo però ne ha costituito anche un grosso limite alla diffusione: tradurle in italiano o altra lingua fa perdere la loro bellezza poetica.

Ma queste hanno anche una profondità di fede ed una consonanza biblica, che meriterebbe maggiore attenzione. Sono canti semplici ma anche molto profondi, per questo toccano nell’intimo ed emozionano.

Quando sant’Alfonso compose queste poesie, aveva nei suoi propositi due intenti principali. Il primo era di contrastare le canzoni, considerate superficiali, allora in voga, di cui il principale esponente era il Metastasio (ma paradossalmente proprio il nostro autore finì per essere considerato un metastasio ecclesiale).

Secondo, ma più importante intento era quello di fare catechesi, cioè di elevare il contenuto dei canti popolari e di farne un potente strumento di educazione religiosa.

Questi intenti sono attuali e validi anche oggi, ovviamente al posto del Metastasio dovremmo mettere le canzonette dei nostri giorni e al posto del napoletano usare l’italiano. Analizzando in particolare "Quando Nascette Ninno", non si intende soffermarsi sul valore musicale di questi testi e sulla loro capacità di suscitare emozioni. Piuttosto si vorrebbe attirare l’attenzione sulla profondità teologica e biblica.

Sono testi intrisi di allusioni bibliche, quelle che ritroviamo nel tempo di Avvento e di Natale. Ed inoltre adombrano con delicatezza e profondità teologica il mistero cristiano della Natività di Gesù, intrecciando la dimensione umana e quella divina: vengono espressi sia gli affetti per l’umanità che la adorazione per il Dio che si rende visibile e salvatore nella storia e nell’umanità.

Un canto d’amore per Gesù

La poesia è un vero canto d’amore per il bambinello che sotto la nenia della ninna nanna lascia trasparire l’amore dell’animo per lo Sposo Divino e dell’anima perdonata per il suo Redentore. Cosi inizia questa pastorale per la nascita di Gesù: «Quando nascette Ninno a Bettalemme / era nott’ e pareva mizzo jorno/ maje le stelle, lustre e belle / se vedettero accossì ». Era notte e pareva mezzogiorno, esprime tutta l’atmosfera della festa liturgica di Natale, che è la festa delle luci; ma si avverte anche l’allusione evangelica al prologo di Giovanni. «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).

Ma anche se il contesto in cui viene visto il Bambinello è quello evangelico dei pastori («Correttero i Pasture a la Capanna...») viene sottolineato il contesto messianico di cui parla Isaia: «No nc’erano nemmice pe la terra, / la pecora pasceva co lione; / co o caprette se vedette / o liupardo pazzeà; / l’urzo e o vitiello / e co lo lupo ‘n pace o pecoriello». E ovviamente il termine napoletano "pazzeà" rende molto di più che giocare spensierato che qualsiasi traduzione. Qui si riprende quasi alla lettera Isaia: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà» (Is 11,6).

Con naturalezza dal contesto pastorale sognante e messianico si passa ad un’altra allusione bibblica. «A no Paese che se chiamma Ngadde, / sciurettero le vigne e ascette l’uva. / Ninno mio sapuritiello, / rappusciello d’uva si Tu. / ca tutt’amore / faje doce a vocca, /e po’ mbriache o core ». A sorpresa l’immagine di Gesù come un dolce grappolo d’uva, non è solo una allusione liturgica al calice eucaristico, ma seguendo la citazione biblica ci accorgiamo che il testo ci rimanda dal Cantico dei Cantici: «L’amato mio è per me un grappolo di cipro nelle vigne di Engàddi» (Ct 1,14) e «e le viti in fiore spandono profumo» (Ct 2,13). Oggi i canti natalizi non osano fare tali accostamenti!

Dalla nascita sino alla croce

Dunque questa composizione sul ritmo di una ninna nanna è in realtà forgiato oltre che sui testi messianici anche sul Cantico dei cantici, testo che la tradizione cristiana ha sempre visto un cantico d’amore tra Cristo e la Chiesa, tra l’anima e il suo Dio.

Il canto a Gesù Bambino è dunque un canto d’amore dell’anima a Cristo che mischia diversi registri, quello dell’amore verso un figlio, ma anche quello dell’amata per il diletto sposo, ed infine anche quello del peccatore per colui che lo perdona.

«Io pure songo niro peccatore, / ma non voglio esse cuoccio e ostinato / io non voglio cchiù peccare, / voglio amare, voglio stà / co Ninno bello / comme ‘nce sta lo voje e l’aseniello». Si può cogliere l’atteggiamento della persona davanti al presepe. Ma poi più avanti dice «A buje, uocchie mieje, doje fontane / avite ‘a fa’ de lagreme chiagnenno / pe llavare, pe scarfare / li pedilli di Gesù; / chi sa pracato /decesse: via, ca t’aggio perdonato».

Che però rimanda chiaramente alla figura della Maddalena che lava piedi di Gesù: «Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco» (Gv 7,47). Immagine classica dell’amore verso Cristo dell’anima perdonata e redenta. E nell’ultima strofa non dimentica di rivolgersi alla Madre di Dio, speranza dei peccatori dicendo: beato io se ho questa fortuna di essere perdonato... «Viato me si aggio sta fortuna! / Che maje pozzo cchiù desiderare? / O Maria Speranza mia, / Ment’io chiagno, prega Tu: / Penza ca pure / Sì fatta Mamma de li peccature».

Maria, anche nel Presepe, non è un semplice personaggio, è sempre laMadre di Dio che Gesù dalla Croce ci ha donato anche come nostra madre.

Sergio Deltrio