N. 9/10 novembre - dicembre 2010

Sommario.

Alla scuola del piccolo Maestro
  
Silvio Sassi

1910: una maggior luce
  
Gabriel A. Rendón Medina

Un’assenza che è presenza
  
Anna Pappalardo

Vagabondo per Dio
   Mauro Ferrero

"Il tuo biglietto per il Paradiso"
   Beatrice Immediata

Una paolina colta e coraggiosa
   Livia Bianconi

L’Ebook Fest di Fosdinovo
   Claudia Camicia

Ferrua e Alberione
   Mercedes Mastrostefano

Insieme per la pace e la giustizia
  
Angelo Montonati

Davanti al Presepe
   Sergio Deltrio

Famiglia Paolina nel mondo
   
a cura della Redazione

Oltre il fare...
   Sandro De Bonis

Novità multimediali
   a cura della Redazione

Preghiamo per...

Si sentì profondamente obbligato
   Mercedes Mastrostefano
   

Cooperatore Paolino n. 9/10 novembre-dicembre 2010 - Copertina

 STORIA PAOLINA

 di MERCEDES MASTROSTEFANO
  

Ferrua e Alberione
  

Il beato Alberione ebbe certamente un carattere ruvido e deciso, ma sotto la scorza ha sempre avuto un cuore sensibile e attento alle amicizie.
  

Giacomo prima di ricevere i quattro ordini minori e il suddiaconato sente la necessità di ringraziare il suo parroco don Giovanni Battista Mortersino e di interessarlo per la sua posizione sia per l’aspetto canonico che per quello finanziario.

Fu pure spinto dal suo amico Ernesto Ferrua con cui si confidava. Del resto anche il padre di Ernesto, il prof. Giovanni, maestro di musica nel Ginnasio di Cherasco, aveva compreso il giovane Giacomo, lo stimava e ci teneva ad essere amico della famiglia Alberione. Infatti, Giacomo spesso era invitato dalla famiglia Ferrua per amicizia e stima.

Una domanda di aiuto. La "domanda", si ritiene, fosse per poter usufruire di qualche aiuto finanziario per costruire il patrimonio ecclesiastico; e più probabile, per avere le lettere testimoniali riguardanti il tempo trascorso nel Seminario arcivescovile di Bra. Infatti il nulla osta da Bra lo si ebbe senza difficoltà.

Giacomo Alberione con l'amico Ernesto Ferrua nel giorno della vestizione clericale.
Giacomo Alberione con l’amico Ernesto Ferrua nel giorno della vestizione clericale.

Riportiamo la lettera: 

«Illustr.mo e Reverend.mo Sig. Cav. Arciprete, dietro avviso del ch. Ferrua le mando la domanda che Lei sa.

La ringrazio caldamente della premura con cui mi fece avvisato e della sollecitudine che si prende a mio riguardo; premura e sollecitudine che io so di non meritare,ma suggerite a Lei dalla carità sacerdotale ond’è animato il suo cuore. So di non meritarle, eppure Lei conosce quanto mai io ne abbisogni, specialmente nelle attuali circostanze di famiglia. Mentre quindi mi raccomando alla sua tenera bontà e carità, le prometto di continuare a pregare il Signore per quei fini che Lei desidera.

Mentre vado avvicinandomi alle sacre ordinazioni, ricordo il principio di mia vocazione che viene dalle istruzioni sue, dai catechismi, dagli esempi di zelo per le anime. Se avrò dunque la fortuna di legare per sempre la mia vita a servizio di Dio e consacrare le mie fatiche a sua gloria ed a santificazione delle anime lo debbo a Lei. Mentre perciò sento la mia indegnità ed il mio cuore è inondato da una gioia, solo mitigata dalla confusione del mio nulla, benedico il Signore d’aver posto Lei, buon pastore, a illuminare i primi passi della mia vita.

Mi resta ancora un po’ di vergogna per la vita trascorsa e per la virtù mia troppo debole, incostante, inesperta: le sue preghiere, che ogni giorno offre pe’ suoi parrocchiani, spero che vi suppliranno in gran parte.

Mi fu detto di farmi fare le testimoniali pel tempo trascorso nel Sem. di Bra, ma fin verso la fine di Maggio non avrò le lettere di pubblicazione, che verrò poi a portarle, dovendole anche parlare del patrimonio ecclesiastico.

Nelle p.p. vacanze pasquali, non ho più potuto tornare in parrocchia, per la febbre che di nuovo mi aveva assalito; ma son tornato in seminario ai 19 del corrente mese; di salute sto molto meglio, ma l’infiammazione intestinale continua ancora; spero nonostante di poter terminare in Seminario l’anno scolastico.

Riverisco il curato, D. Colombaro, P. Sicca e sua sorella e rinnovando i ringraziamenti a Lei Le auguro e prego lunga vita e perfetta sanità. Con stima e rispetto. (24)

Riconoscent.mo parrocchiano Alberione Ch. Giacomo. Seminario d’Alba, 26 Aprile 1906».

Il chierico E. Ferrua al tempo del servizio militare.
Il chierico E. Ferrua al tempo del servizio militare.

Il tuo amico ‘cattivo’. Giacomo Alberione, ora beato, non era nato santo e del resto nessuno nasce tale, ma ha sempre lavorato per farsi santo, combattendo, con costante tenacia, i suoi difetti.

Ma qui non si vuole tessere l’elogio dell’uomo di Dio, come ebbe a definirlo Padre Pio da Pietrelcina, ma rilevare qualche tratto della sua vita feriale e delle sue caratteristiche umane. Egli sotto una scorza rigida, sbrigativa, quasi rude, nascondeva un cuore sensibilissimo, umile, riconoscente...

Una lettera del 1910, quindi prima di tutte le fondazioni iniziate nel 1914, scritta al suo amico, compaesano e compagno di Seminario, don Ernesto Ferrua, ci svela dei lati inaspettati. Era la prima volta che i due amici si separavano: Alberione è in seminario ad Alba in qualità di Direttore Spirituale e don Ernesto Ferrua viene inviato a Sommariva Perno.

«Amico carissimo, Don Ferrua, la tua lettera mi ha confuso e rallegrato insieme. Confuso per le immeritate lodi: rallegrato molto di più, perché mi dici di volermi ricordare così spesso innanzi al Signore.

Si può quasi dire che il bisogno di imparare, o piuttosto di avere propriamente il nome di scolari è trascorso per noi: ed ora ci dobbiamo separare; io però, che ebbi tante cose da imparare da te e da te ebbi anche diversi benefizi, ne sento dolore abbastanza sensibile. Mentre mi rallegro che ora parti per fare del bene, spero quindi di nutrirti sempre lo stesso affetto: non sono queste parole con cui voglia riempire il foglio sono cose da cui sono impressionato.

Perdona, caro amico, se mai ebbi a disgustarti: non fu effetto d’animo cattivo: fu sbadataggine e la mia naturale alterigia: già ne chiesi perdono al Signore e da ora spero benigno compatimento; conosco bene il tuo buon cuore, non volerti però prendere scandalo da me: edifica tutti con la tua umiltà e con la dolcezza.

La dolcezza è la virtù che guadagna i cuori e fa d’un sacerdote, il padre, il fratello, l’amico di una popolazione: io non l’ebbi né con te né con gli altri; ma fa’ d’averla tu è così quel giorno della mercede al buon o p e r a i o : quel giorno che definitivamente ci uniremo lassù potrai mostrarmi molte spighe raccolte da te nel dolore del ministero. Dio voglia che io possa fare altrettanto!

Grazie e perdono e augurio! Sono le tre parole con cui mi separo da te che parti per il ministero. Mi separo da te, cui non so dire niente di utile, ma vado ai piedi di Gesù eMaria SS. e a loro ti raccomando: ho già pregato molto la settimana scorsa, pregherò ancora di più questa settimana: sta certo.

La Beata Vergine delle Grazie che fu il sostegno nostro fin qui, ti dia ora un santo ministero: va’ a dirvi una messa prima di partire.

Tanti rispettosi ossequi alla gentile tua famiglia.

Addio. Scusa sempre il tuo amico cattivo

Sac. Alberione G.».

Don Giovanni Battista Montersino.
Don Giovanni Battista Montersino.

Giuseppina, la sorella di Ernesto, ricordava con commozione il fatto che Giacomo Alberione frequentava la loro casa e serviva Messa con il fratello Ernesto.

Giacomo ed Ernesto durante le vacanze, da chierici, erano solleciti ad essere presenti non solo per la Messa ma per tutte le funzioni della parrocchia di San Martino con il loro bravo parroco don Giovanni Battista Montersino.

Terminato il loro servizio in chiesa, Giacomo poteva accedere alla biblioteca del parroco; Ernesto si fermava in chiesa alla tastiera dell’harmonium. Ma aveva bisogno che qualcuno tirasse i mantici! Chiedeva a Giacomo il quale per un po’ lo faceva, poi si stancava e se ne andava lasciandolo a secco. Allora si rincorrevano come ragazzi: del resto erano gesti della loro età...

Mercedes Mastrostefano