N. 9/10 novembre - dicembre 2010

Sommario.

Alla scuola del piccolo Maestro
  
Silvio Sassi

1910: una maggior luce
  
Gabriel A. Rendón Medina

Un’assenza che è presenza
  
Anna Pappalardo

Vagabondo per Dio
   Mauro Ferrero

"Il tuo biglietto per il Paradiso"
   Beatrice Immediata

Una paolina colta e coraggiosa
   Livia Bianconi

L’Ebook Fest di Fosdinovo
   Claudia Camicia

Ferrua e Alberione
   Mercedes Mastrostefano

Insieme per la pace e la giustizia
  
Angelo Montonati

Davanti al Presepe
   Sergio Deltrio

Famiglia Paolina nel mondo
   
a cura della Redazione

Oltre il fare...
   Sandro De Bonis

Novità multimediali
   a cura della Redazione

Preghiamo per...

Si sentì profondamente obbligato
   Mercedes Mastrostefano
   

Cooperatore Paolino n. 9/10 novembre-dicembre 2010 - Copertina

 ANNIVERSARI - PREPARARSI AL CENTENARIO

 di GABRIEL ANDRÉS RENDÓN MEDINA, ssp
  

1910: Una maggior luce
  

Sono ormai cent’anni da quando don Alberione comprese la necessità di religiosi e religiose per l’apostolato.
  

In diversi luoghi, tra i membri della Famiglia Paolina, da qualche tempo si comincia a parlare del 2014. In questo anno celebreremo il nostro primo centenario di Famiglia: consacrati e laici al servizio del Vangelo. Ma per arrivare a questa data così importante, pure è importante porre attenzione al 2010: primo centenario di "una maggior luce" (AD 24).

Fino al 1910, l’intuizione del beato Alberione era di dare inizio ad «un’organizzazione cattolica di scrittori, tecnici, librai, rivenditori cattolici; e darle un indirizzo, un tipo di lavoro, uno spirito di apostolato» (AD 23). Poi, con una luce più chiara, il Signore gli fa capire che sarebbero stati certamente «scrittori, tecnici e propagandisti, ma religiosi e religiose » (AD 24). Questo con il fine di dare all’opera «più unità, più stabilità, più continuità, più soprannaturalità all’apostolato» (AD 24).

Don Alberione nel 1960 ricorda: «Ma la Famiglia Paolina supera tutti questi organismi [ne parla nel paragrafo precedente] che sono nella Chiesa; mentre i nostri Istituti sono religiosi, compiono un ministero, si compongono di anime consacrate. Invece i cattolici militanti danno un po’ delle specie o frutti della pianta, ma non la pianta. Il religioso dà al Signore ed alle anime pianta e frutti, cioè se stesso e le opere: "Et erit tamquam lignum quod plantatum est secus decursus aquarum, quod fructum suum dabit in tempore suo" [Sal 1,3]; è albero che sta presso la corrente dell’acqua che sale a vita eterna; e che porterà frutti a suo tempo: ecco il religioso che si dà tutto, pianta e frutti: è pastore che dà la vita, tutto» (UPS I, 426).

Partecipanti al corso del carisma paolino in preghiera.
Partecipanti al corso del carisma paolino in preghiera.

Paolino integrale

Nella Famiglia Paolina ci consacriamo per un unico scopo, la santificazione (FSP 1950, 101): questo è il programma, il desiderio e la ragione (APD 1966, 43) della donazione di tutta la nostra vita. La consacrazione a Dio mediante lo stato religioso significa voler raggiungere un’intima unità con Lui (APD 1947, 191). Cioè, la persona dona a Dio la sua vita non soltanto per vivere da buoni cristiani, ma per essere luce che riscalda le anime secondo la volontà di Dio (AAP 1960, 42). La consacrazione è il principio di una vita nuova, che deve progredire anno per anno (cfr. FSP 1951, 211).

Così, come don Alberione parla dell’uomo integrale, si può parlare del consacrato totale. Nel dire "il religioso che si dà tutto" troviamo l’integralità caratteristica dell’identità paolina. La consacrazione intesa come "totalità" o "pienezza" attira una maturazione integrale della persona in Cristo sull’esempio di Paolo. La santità del Paolino dipende dal "tutto": dare al Signore "la mente, la volontà, il cuore, il corpo, tutto quello che abbiamo e quello che avremo, così apparterremo interamente a Dio" (Il PM alle neoprofesse, Roma 1961).

La consacrazione paolina come strada di santità prende da Paolo la caratteristica del "tutto": «San Paolo vi suggerisce la forma della vostra professione: Tutto offro, dono, consacro. Tutto. Ecco la grande parola. La santità vostra dipende da quel tutto. Se ci diamo interamente al Signore, se gli diamo la mente, la volontà, il cuore, il corpo, quello che abbiamo e quello che avremo, apparterremo interamente al Signore. Così ha fatto san Paolo » (Il PM alle neoprofesse, 1961).

La Casa dei paolini

La consacrazione del Paolino ha una caratteristica necessaria: il senso della comunità. «Ciò che lievita il pensiero della comunità paolina è la maturazione integrale della persona in Cristo, sull’esempio di san Paolo» (Capitolo Generale Speciale 19691971, p. 417). Perciò, il Paolino consacrato è stato chiamato a vivere in comunità, che non è il luogo dove si va a riposare, dove si mangia, dove ci si ripara dalle intemperie, bensì un santuario e un luogo di apostolato.

«Un santuario perché il centro è il Tabernacolo dove abita Gesù, e accanto al Tabernacolo vi è Maria, la Madre di Gesù, e il vostro padre S. Paolo con la spada pronta a difendervi e a scacciare qualunque diavolo si presenti. La vostra casa deve essere innanzitutto una casa in cui voi attenderete alla santificazione, il luogo in cui vi sarà una santa gara nel bene, nell’amor di Dio… deve essere, in secondo luogo, la casa in cui eserciterete l’apostolato, un centro da cui devono partire tanti raggi che raggiungano tutti gli stati, i paesi, le anime del Messico, dove fioriranno i gigli di purezza, le rose di carità, le viole dell’umiltà» (FSP 1952, 265).

La comunità paolina essendo un santuario, diviene "la casa editrice di Dio" (FSP 1950, 53). Essa è il luogo dove troviamo persone che ci comprendono, che ci incoraggiano e che ci danno appoggio sicuro nelle immancabili tempeste della vita (Cfr ACV 143). L’importanza della comunità Paolina come "casa editrice di Dio" è precisamente un punto da cui il frutto principale è l’apostolato.

Perciò il Paolino che viva lì ove trovi cuori aperti, anime generose e benevoli, spiriti nobili e delicati, vivrà constatando che «nulla in questo mondo rappresenta sì bene l’ammirabile assemblea della Gerusalemme celeste, quanto una società religiosa perfettamente unita nella benevolenza. Nostro Signore è in mezzo ad essi; il luogo che abitano è ‘la porta del cielo» (ACV 143).

Don Alberione nella Cripta della chiesa del Divin Maestro a Roma.
Don Alberione nella Cripta della chiesa del Divin Maestro a Roma.

Far vivere san Paolo oggi

Avvicinandosi il quarantesimo anniversario della Fondazione della "Società San Paolo" fu chiesto al beato Alberione di scrivere qualcosa sulla storia della Famiglia Paolina. Don Alberione, convocò don G. Roatta e, consegnandogli dei foglietti, gli disse: «Vorrei far sapere questo, che mi pare importante: che dopo la mia morte non si parli più di me, ma solo di san Paolo: lui è il Fondatore, il modello, il padre, l’ispiratore per noi. Bisogna che traspaia, dal lavoro a cui avete messo mano» (G. Roatta, "Rassegna…",p. 35).

Questi foglietti diedero vita alla cosiddetta "storia carismatica della Famiglia Paolina", che prese il titolo di Abundantes Divitiæ Gratiæ Suæ. Nelle prime pagine di questo libro il Primo Maestro fa riferimento a una duplice storia (AD 2): "la storia delle divine misericordie" cioè tutto ciò che il Signore ha fatto in lui, e la riconoscenza verso l’apostolo Paolo come vero Fondatore della Famiglia Paolina: "per lui è nata, da lui fu alimentata e cresciuta, da lui ha preso lo spirito" (AD 2).

L’ammirazione e la devozione per san Paolo, il santo dell’universalità, iniziarono dalla meditazione della Lettera ai Romani (AD 64). A Paolo la Famiglia Paolina è stata consacrata e a lui si deve ispirare per riuscire ad avere il cuore di Cristo. Il tutto di Paolo continua nel Paolino: «La Famiglia Paolina ha una larga apertura verso tutto il mondo, in tutto l’apostolato» (AD 65). Avendo il cuore di Cristo il Paolino, sull’esempio di Paolo, diventa apostolo «per far conoscere Gesù Cristo ... per far sentire la presenza della Chiesa in ogni problema» (AD 65).

Il Paolino, essendo un apostolo, ha il compito di far "vivere Paolo" nel mondo di oggi. Lo fa vivere nel suo apostolato, fornendo la dottrina che salva, parlando cristianamente di tutto (AD 87): l’apostolato Paolino si può sintetizzare con le parole del Papa Giovanni XXIII (UPS IV, 281283) rivolte ai partecipanti al mese di Esercizi Spirituali nel 1960, discorso valido per tutta la Famiglia Paolina.

«Le opere della Società S. Paolo camminano sulla scia del Cottolengo, con la differenza che, mentre quelle erano ispirate alla carità, queste si volgono di preferenza all’intelligenza. Sono ispirate all’amore per la verità. Sono destinate ad onorare l’ottavo Comandamento, che è il più pericolante fra i Comandamenti del Signore. Vedete come la bugia sia al fondo delle relazioni tra uomo e uomo. Nel mondo tutto si risolve in un tradimento della verità. L’ottavo Comandamento ci richiama al culto della verità, e Voi, diletti Sacerdoti della Società S. Paolo. Voi andate dritto, voi colpite giusto e opportunamente in questa battaglia per il trionfo della verità, che è la battaglia per Dio, per Cristo, il Verbo di Dio incarnato che è la Verità » (UPS IV, 283) .

Noi Paolini, rappresentando "Paolo vivo oggi" mediante il nostro apostolato, diveniamo sempre più apostoli. Il Primo Maestro dà una definizione della parola "apostolo". «Apostolo è colui che porta Dio nella sua anima e lo irradia attorno a sé. Apostolo è un santo che accumulò tesori; e ne comunica l’eccedenza agli uomini. L’Apostolo ha un cuore acceso di amore a Dio ed agli uomini; e non può comprimere e soffocare quanto sente e pensa. L’Apostolo è un vaso di elezione che riversa, e le anime accorrono a dissetarsi. L’Apostolo è un tempio della Ss. Trinità che in lui è sommamente operante. Egli, al dire di uno scrittore, trasuda Dio da tutti i pori: con le parole, le opere, le preghiere, i gesti, gli atteggiamenti; in pubblico ed in privato; da tutto il suo essere. Vivere di Dio! e dare Dio» (UPS IV, 278).

Prepararsi al 2014, comincia adesso, ravvivando questo primo centenario di "una maggior luce". Così arriveremo al centenario della meravigliosa Famiglia Paolina rinnovando il dono ch’è in noi come ha raccomandato il nostro Padre Paolo al suo amato figlio nella fede, Timoteo (cfr 1 Tim 4, 14). L

Gabriel Andrés Rendón Medina