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N. 7 luglio - agosto 2010
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ANNO
SACERDOTALE -
LA
VEGLIA IN PIAZZA SAN PIETRO
CINQUE
DOMANDE AL PAPA
Benedetto XVI ha parlato a decine di migliaia di sacerdoti e fedeli nella grande veglia toccando la vita pastorale, la teologia e la dottrina, il centro della vita sacerdotale, il rischio di clericalismo ed infine la testimonianza vocazionale. Il Santo Padre ha espresso la sua grande gioia nel vedere un così gran numero di sacerdoti venuti per testimoniare la propria vocazione e la comunione con il successore di Pietro. È stato toccante il colloquio del Santo Padre giovedì 10 giugno, durante la Veglia dell’Incontro Internazionale dei sacerdoti, quando Benedetto XVI ha risposto a cinque domande cruciali per la Chiesa, che cercheremo di sintetizzare nei punti salienti.
1 La pastorale parrocchiale Don José Eduardo Oliveira y Silva, brasiliano, ha chiesto al Papa come fare una pastorale parrocchiale in una società che non è più interamente cristiana, e dove l’impegno pastorale si rivela insufficiente. «Sono ben consapevole che oggi è molto difficile essere parroco, anche e soprattutto nei Paesi di antica cristianità» ha riconosciuto Benedetto XVI, evidenziando anche la frustrazione di non riuscire a fare abbastanza. «So che ci sono tanti parroci nel mondo che danno realmente tutta la loro forza per l’evangelizzazione, per la presenza del Signore e dei suoi Sacramenti, e a questi fedeli parroci, che operano con tutte le forze della loro vita, del nostro essere appassionati per Cristo, vorrei dire un grande ‘grazie’, in questo momento». È bene che i fedeli possano vedere un sacerdote impegnato, ma soprattutto vederlo «uomo appassionato di Cristo, che porta in sé il fuoco dell’amore di Cristo. Se i fedeli vedono che è pieno della gioia del Signore, capiscono anche che non può far tutto, accettano i limiti, e aiutano il parroco. Questo mi sembra il punto più importante: che si possa vedere e sentire che il parroco realmente si sente un chiamato dal Signore; è pieno di amore del Signore e dei suoi». Tuttavia è anche vero che non si può fare tutto: servono delle priorità. In particolare «sono le tre colonne del nostro essere sacerdoti. Prima, l’Eucaristia, i Sacramenti: rendere possibile e presente l’Eucaristia, soprattutto domenicale, per quanto possibile, per tutti, e celebrarla in modo che diventi realmente il visibile atto d’amore del Signore per noi. Poi, l’annuncio della Parola in tutte le dimensioni: dal dialogo personale fino all’omelia. Il terzo punto è la "caritas", l’amore di Cristo: essere presenti per i sofferenti, per i piccoli, per i bambini, per le persone in difficoltà, per gli emarginati; rendere realmente presente l’amore del Buon Pastore». Infine non bisogna dimenticare che è «una priorità molto importante» anche la preghiera: «è proprio "professione" del sacerdote pregare, anche come rappresentante della gente che non sa pregare o non trova il tempo di pregare. La preghiera personale, soprattutto la Preghiera delle Ore, è nutrimento fondamentale per la nostra anima, per tutta la nostra azione».
2 La teologia come conoscenza dell’amato Dalla Costa d’Avorio, don Mathias Agnero ha posto al Papa-teologo la delicata problematica della frattura tra teologia e dottrina e ancora di più tra teologia e spiritualità. Cosa fare con una teologia che non sembra avere Dio e Gesù Cristo al centro, o che sembra lontana dalla vita quotidiana. Benedetto XVI ha ammesso che è «un problema molto difficile e doloroso. C’è realmente una teologia che vuole soprattutto essere accademica, apparire scientifica e dimentica la realtà vitale, la presenza di Dio (...). C’è realmente questo abuso della teologia, che è arroganza della ragione e non nutre la fede, ma oscura la presenza di Dio nel mondo. Poi, c’è una teologia che vuole conoscere di più per amore dell’amato, è stimolata dall’amore e guidata dall’amore, vuole conoscere di più l’amato». Benedetto XVI invita perciò i teologi ad aver coraggio, con un grazie per il loro sincero impegno «ai tanti teologi che fanno un buon lavoro. Ci sono gli abusi, lo sappiamo, ma in tutte le parti del mondo ci sono tanti teologi che vivono veramente della Parola di Dio, si nutrono della meditazione, vivono la fede della Chiesa e vogliono aiutare affinché la fede sia presente nel nostro oggi». Non bisogna, poi, aver paura del fantasma di una "scientificità". Con un tocco personale Benedetto XVI ha ricordato di aver visto ormai tre generazioni di teologi: e molte ipotesi allora così nuove, «assolutamente scientifiche, assolutamente quasi dogmatiche, nel frattempo sono invecchiate e non valgono più! Molte di loro appaiono quasi ridicole». Occorre evitare una ragione che escluda il trascendente. «Noi teologi dobbiamo usare la ragione grande, che è aperta alla grandezza di Dio. Dobbiamo avere il coraggio di andare oltre il positivismo alla questione delle radici dell’essere (...) avere l’umiltà di non sottomettersi a tutte le ipotesi del momento, vivere della grande fede della Chiesa di tutti i tempi (...): la vera maggioranza sono i Santi nella Chiesa e ai Santi dobbiamo orientarci!» «La Sacra Scrittura – ha poi continuato il Papa – non è un Libro isolato: è vivente nella comunità vivente della Chiesa, che è lo stesso soggetto in tutti i secoli e garantisce la presenza della Parola di Dio. Il Signore ci ha dato la Chiesa come soggetto vivo, con la struttura dei Vescovi in comunione con il Papa, e questa grande realtà dei Vescovi del mondo in comunione con il Papa ci garantisce la testimonianza della verità permanente». Riferendosi, poi, al disorientamento dottrinale, ha ammonito che la seria preparazione teologica è importante, sia per la Sacra Scrittura, che per le correnti di pensiero. «Ma dobbiamo essere anche critici: il criterio della fede è il criterio con il quale vedere anche i teologi e le teologie». E abbiamo anche uno strumento pratico, "la sintesi della nostra fede" che è il Catechismo della Chiesa Cattolica,
3 La vita sacerdotale Don Karol Miklosko, dalla Slovacchia, ha ricordato l’importanza della Santa Messa per il sacerdote, "ed ha chiesto una luce anche sul celibato ecclesiastico". Benedetto XVI ha risposto sottolineando la fondamentale relazione tra Eucarestia e vita sacerdotale: «centro della nostra vita deve realmente essere la celebrazione quotidiana della Santa Eucaristia; e qui sono centrali le parole della consacrazione: "Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue"; cioè: parliamo "in persona Christi". Cristo ci permette di usare il suo "io", parliamo nell’"io" di Cristo, Cristo ci "tira in sé" e ci permette di unirci, ci unisce con il suo "io". E così, (...) realizza la permanenza, l’unicità del suo Sacerdozio; così Lui è realmente sempre l’unico Sacerdote», ma anche si rende presente in ogni sacerdote oggi. Ciò diventa anche ragione del celibato sacerdotale perché «questa unificazione del suo "io" con il nostro implica che siamo "tirati" anche nella sua realtà di Risorto, andiamo avanti verso la vita piena della risurrezione (...). Quindi, il celibato è un’anticipazione resa possibile dalla grazia del Signore che ci "tira" a sé verso il mondo della risurrezione». Benedetto XVI rileva come questo sia «un punto molto importante. Un grande problema della cristianità del mondo di oggi è che non si pensa più al futuro di Dio: sembra sufficiente solo il presente di questo mondo (...). Il senso del celibato come anticipazione del futuro è proprio aprire queste porte, rendere più grande il mondo, mostrare la realtà del futuro che va vissuto da noi già come presente». Da sempre per il mondo agnostico, «il celibato è un grande scandalo, perché mostra proprio che Dio è considerato e vissuto come realtà», ma proprio per questo non deve scomparire. Nella crisi odierna, dove è di moda il non-definitivo, bisogna riaffermare il celibato come scelta definitiva, «perché il non-sposarsi è basato sulla volontà di vivere solo per se stessi, di non accettare alcun vincolo definitivo (...), un no alla definitività, un avere la vita solo per se stessi. Mentre il celibato è proprio il contrario: è un sì definitivo, è un lasciarsi prendere in mano da Dio, (...) e quindi è un atto di fedeltà e di fiducia, un atto che suppone anche la fedeltà del matrimonio». Perciò celibato e matrimonio cristiano sono insieme alla base della nostra cultura. «Se scompare questo, andrà distrutta la radice della nostra cultura».
4 Il rischio del clericalismo Il giapponese don Atsushi Yamashita, ricordando la figura del santo Curato d’Ars ha chiesto come vivere la centralità dell’Eucaristia senza perdersi in una vita solo cultuale, estranei alla vita degli altri. Benedetto XVI ha risposto che il clericalismo è «una tentazione dei sacerdoti in tutti i secoli», e sempre bisogna trovare il modo vero di vivere l’Eucaristia, che è anche apertura al mondo. «Dobbiamo tenere presente che nell’Eucaristia si realizza questo grande dramma di Dio che esce da se stesso. (...) L’avventura dell’amore di Dio, che lascia, abbandona se stesso per essere con noi» e questo diventa presente nell’Eucaristia li dove Dio si dona a noi. «... Il sacrificio consiste proprio nell’uscire da noi, nel lasciarsi attirare nella comunione dell’unico pane, dell’unico Corpo, e così entrare nella grande avventura dell’amore di Dio. Così dobbiamo celebrare, vivere, meditare sempre l’Eucaristia». Benedetto XVI ha voluto ricordare Madre Teresa come esempio di un amore che non dimentica nessuno, neppure gli ultimi o i moribondi. Ma anche ammonito che Madre Teresa supponeva «come prima condizione di una sua fondazione la presenza di un tabernacolo. Senza la presenza dell’amore di Dio che si dà non sarebbe stato possibile realizzare quell’apostolato, non sarebbe stato possibile vivere in quell’abbandono di se stessi». Dunque il Papa ha concluso dicendo che «vivere l’Eucaristia nel suo senso originario, nella sua vera profondità, è una scuola di vita, è la più sicura protezione contro ogni tentazione di clericalismo». 5 La vocazione sacerdotale Dall’Australia don Anthony Denton ha ricordato la crisi vocazionale, e ha chiesto cosa fare per testimoniare oggi la vocazione ai giovani. Benedetto XVI ha risposto osservando come questo sia un problema grande e doloroso del nostro tempo «a causa del quale Chiese locali sono in pericolo di inaridire, perché manca la Parola di vita, manca la presenza del sacramento dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti». Ma ha ammonito a non cadere nella tentazione di pensare di poter fare tutto con le sole nostre forze, di trasformare il sacerdozio in una "normale professione", per renderlo accessibile e facile ma mettendo in secondo piano di "essere eletto da Lui". «Ma è una tentazione, questa, che non risolve il problema». «Così, anche noi, se svolgessimo solo una professione come altri, rinunciando alla sacralità, alla novità, alla diversità del sacramento che dà solo Dio, che può venire soltanto dalla sua vocazione e non dal nostro fare, non risolveremo nulla. Tanto più dobbiamo – come ci invita il Signore – pregare Dio, bussare alla porta, al cuore di Dio, affinché ci dia le vocazioni; pregare con grande insistenza, con grande determinazione, con grande convinzione anche, perché Dio non si chiude ad una preghiera insistente, permanente, fiduciosa», anche se lascia aspettare. E allora bisogna incoraggiare i fedeli a pregare insistenti e fiduciosi per avere vocazioni. Inoltre Benedetto XVI propone tre punti: primo «cerchiamo di essere noi stessi sacerdoti convincenti» poiché «penso che nessuno di noi sarebbe diventato sacerdote se non avesse conosciuto sacerdoti convincenti nei quali ardeva il fuoco dell’amore di Cristo». Secondo invitare alla preghiera «questa fiducia di parlare con Dio con forza, con decisione». Ed infine come terzo punto, chiedere ai giovani di «pensare che Dio li chiami, perché spesso una parola umana è necessaria per aprire l’ascolto alla vocazione divina». Ma serve anche un contesto adatto «i giovani hanno bisogno di ambienti in cui si vive la fede, in cui appare la bellezza della fede, in cui appare che questo è un modello di vita, il modello di vita»". La parrocchia o altri contesti ove «siano circondati dalla fede, dall’amore di Dio, e possano quindi essere aperti affinché la vocazione di Dio arrivi e li aiuti». E quindi ha concluso ringraziando e invitando a fidarsi di Dio. «Del resto, ringraziamo il Signore per tutti i seminaristi del nostro tempo, per i giovani sacerdoti, e preghiamo. Il Signore ci aiuterà! Grazie a voi tutti»! |
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