N. 3 marzo 2010

Sommario.

"Passio Christi, passio hominis"
  
a cura della Redazione

"I santi sono tutti lavoratori"
   Mario Sgarbossa

Due chiacchiere con Dio
   Beatrice Immediata

Ravvivare il sacerdozio paolino
  
Silvio Sassi

"Cari come la spina dorsale"
   Mercedes Mastrostefano

Giornalismo fai da te
  
Claudia Camicia

L’ora di Dio
   Mercedes Mastrostefano

Emergenza educativa e crisi della famiglia
  
Angelo Montonati

Paese di emigranti e di immigrati
   Anna Maria Pappalardo

Biblioteche e librerie digitali
   Sergio Deltrio

La pedagogia del tempo
   Sandro De Bonis

Famiglia Paolina nel mondo
   
a cura della Redazione

Novità multimediali
   a cura della Redazione

Preghiamo per...

Bra: la Madonna dei Fiori
   Mercedes Mastrostefano
   

Cooperatore Paolino n. 3 marzo 2010 - Copertina

 SAN GIUSEPPE - VIVO ESEMPIO PER IL BEATO ALBERIONE

 di MARIO SGARBOSSA
  

I santi sono tutti gran lavoratori
  

San Giuseppe non è solo il padre putativo di Gesù, è anche è il santo dalle mani callose che tenne a bottega il Figlio di Dio e che gli insegnò a guadagnarsi il pane.
  

Don Alberione propose questo modello di lavoratore ai Paolini "missionari delle metropoli" nel mondo dei mass media.

"Tutto il Vangelo si muove nel mondo del lavoro. I santi furono dei grandi lavoratori: in proporzione degli anni vissuti, quanto hanno operato e in quante direzioni! È vero, diedero il primo posto al lavoro interiore; poi questo fruttò l’operosità esterna, così meravigliosa, fruttuosa, umanitaria" (don Giacomo Giuseppe Alberione).

Il beato don Giacomo Alberione (1884-1971), fondatore della Famiglia Paolina – cinque Congregazioni e quattro Istituti secolari – viene ora riconosciuto anche in ambienti refrattari alle attività cattoliche un genio organizzativo nell’insidioso campo dei mass media, di cui egli intuì, già nei primi anni del Novecento, l’importanza per la nuova evangelizzazione.

Particolare dell'icona di San Giuseppe donata al Papa dai Paolini nel 2005.
Particolare dell’icona di San Giuseppe donata al Papa dai Paolini nel 2005.

Questo prete piemontese, della diocesi di Alba, fisicamente esile, ma dotato di indomita e illuminata ‘testardaggine’ ebbe una particolare devozione verso l’artigiano di Nazareth, il santo dalle mani callose.

Fin dal primo anno di fondazione (1914) volle che i suoi ragazzi dedicassero il mercoledì alla devozione del padre putativo di Gesù. Egli stesso ne diede l’esempio assumendo il nome di Giuseppe alla professione religiosa. Aveva composto una bella "coroncina" in cui sotto i titoli tradizionali con cui la Chiesa onora il "vir iustus", l’uomo giusto di cui parla il Vangelo, oltre all’ammirazione e la lode, vi si privilegiano gli aspetti dinamici della sua eccezionale prerogativa di maestro di lavoro al Figlio di Dio.

La preghiera è divisa in sette parti, in essa vengono messi in risalto altrettanti aspetti della privilegiata personalità del santo: l’aspetto cristologico, in cui si sottolinea l’intimità di vita con Maria e Gesù "nel silenzio amoroso e operoso"; l’aspetto pedagogico: "illuminaci a conoscere sempre meglio il fine per cui siamo creati": l’aspetto sociale "modello di ogni lavoratore, amico dei poveri, consolatore dei sofferenti ed emigranti, fabbro di Nazareth e maestro di lavoro al Figlio di Dio"; l’aspetto familiare: "avevi con Gesù soavi conversazioni, comunanza di lavoro", condividendo con Maria e con il Figlio pene e consolazioni; l’aspetto ecclesiale: come capo della santa Famiglia la sua missione si prolunga nella missione di protettore della Chiesa universale: "difendi la Chiesa dagli errori del male, come un giorno salvasti l’insidiata vita di Gesù dalle mani di Erode"; l’aspetto apostolico, con Maria fu il primo cooperatore che il Figlio di Dio scelse per la salvezza dell’umanità; l’aspetto escatologico, protettore dei moribondi, "tu che hai meritato un transito felice con l’ineffabile consolazione dell’assistenza di Gesù e Maria".

Patrono dei lavoratori

Su quest’ultimo aspetto c’è un particolare interessante nella vita di don Alberione: il 16 giugno 1917, come è documentato nel registro della guanelliana Pia Unione del Transito di san Giuseppe, vi si legge appunto il nome di Alberione.

Da tre anni ad Alba era nata la prima congregazione paolina, che contava pochi ragazzi ai quali il fondatore faceva da maestro e da cuoco. In regime di autarchia (c’era la prima guerra mondiale in corso), si mangiava polenta e castagnaccio. Si studiava come si poteva e per sopperire al poco tempo dedicato alla grammatica don Alberione aveva composto un’originale preghiera, dal titolo "segreto di riuscita" per dire al Signore; siamo ignoranti in tutto, ma tu fai in modo che in un’ora di studio impariamo quanto i nostri coetanei imparano in una settimana...

I suoi ragazzi avevano imparato il mestiere di tipografi: stampavano e diffondevano il settimanale diocesano Gazzetta d’Alba. In questo stile di vita, accanto alla figura del ‘titolare’ san Paolo (se nascesse ai nostri giorni il grande apostolo delle genti farebbe il giornalista, andava ripetendo don Alberione) campeggiava dunque quella dell’artigiano di Nazareth, il fedele cooperatore di Dio alla redenzione dell’umanità alla deriva: Giuseppe, l’uomo dell’ascolto e della risposta fattiva, si assume la paternità ‘putativa’ di Gesù, permettendogli di acquisire cittadinanza legale e religiosa nella discendenza di Abramo e di David. Non fu adozione ma paternità con la piena assunzione dei doveri che ne derivano, umani, pedagogici e spirituali verso il figlio della propria sposa, Maria.

Le Figlie di San Paolo negli anni 50 diffondono la buona stampa tra i lavoratori.
Le Figlie di San Paolo negli anni 50 diffondono la buona stampa tra i lavoratori
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Silenzioso protagonista nella storia

Giuseppe ha dunque meritato di entrare da protagonista nel progetto di redenzione, quale "patriarca del Nuovo Testamento", come si legge nel Nuovo Dizionario di Mariologia, delle Edizioni Paoline: "Servo buono e fedele, Giuseppe non è entrato casualmente nella storia della salvezza e neppure vi è rimasto al margine. L’altissimo incarico e la corrispondente fiducia riposta in lui da Dio stesso, affidandogli i tesori più preziosi: Gesù e Maria, suppongono da parte di Dio, assieme a grazie eccezionali, anche una speciale vocazione, simile a quella dei profeti".

L’affermazione è condivisa dal teologo protestante Karl Barth, secondo il quale Giuseppe è una figura biblica sulla quale è possibile un consenso ecumenico avendo egli realizzato con Cristo lo stesso compito che dovrebbe svolgere la Chiesa.

La devozione a san Giuseppe, secondo don Alberione, è una prospettiva di grande attualità anche per chi è impegnato nell’apostolato moderno. Si è parlato di declino di tale devozione, dovuto alla perdita di valori tradizionali, come l’autorità paterna e la sociologia familiare. Ai sette dolori di alfonsiana memoria si dovrà forse aggiungerne un altro? Ignorando magari le corrispondenti allegrezze...

Don Alberione in Cile nel 1952.
Don Alberione in Cile nel 1952.

Nel calo di fervore religioso, di cui anche in seno al mondo cattolico si vedono segni evidenti, – e non è necessario portare le prove – torna più che mai d’attualità il biblico invito "ite ad Joseph", rivolgetevi a Giuseppe.

Il beato Giaccardo: Se non ci pensi tu...

Di questo invito fece tesoro il fedele collaboratore di don Alberione, don Giuseppe Timoteo Giaccardo, il primo sacerdote paolino il cui nome figura nell’albo dei beati (1989) prima di quello del fondatore (2003), avendolo preceduto nella tomba di un quarto di secolo.

Il beato Giuseppe Timoteo Giaccardo (1896-1948), fu buon imitatore del Primo Maestro (così i paolini e le paoline chiamavano il fondatore) anche nella devozione a san Giuseppe, ma lo superò nelle espressioni esteriori. Umile e obbediente alle indicazioni di don Alberione, ebbe il compito di amministrare la comunità che si stava ingrandendo a vista d’occhio (nuove case e un imponente tempio ad Alba), nonostante i conti fossero perennemente in rosso.

Fatture e intimazioni di pagamento giacevano sul suo tavolo di lavoro, o meglio sotto la statuina di piombo del santo della Provvidenza, con un cartellino in bella calligrafia: San Giuseppe pensaci tu. Ingenuità o fiducia non apprezzabili dal punto di vista finanziario, ma l’attesa del provvidenziale intervento di san Giuseppe ebbe una felice conclusione al punto che don Giaccardo riuscì sempre a rimettere in carreggiata i conti, ad Alba come a Roma dove fu destinato nel 1926 a fondare la prima filiale.

Le Figlie di San Paolo negli anni 50 diffondono la buona stampa al lavoro tecnico in tipografia.
Le Figlie di San Paolo negli anni 50 diffondono la buona stampa al lavoro tecnico in tipografia.

Qui per il povero economo i conti non tornavano quasi mai in carreggiata e allora don Giaccardo pose accanto all’effigie del santo un’implorazione più forte: "Se non ci pensi tu, andiamo male... ".

Un giorno gli parve che il santo della Provvidenza si mostrasse caparbiamente sordo alle sue reiterate invocazioni d’aiuto. I ragazzi in tipografia attendevano il suono della liberatoria campanella con impazienza (comprensibile dopo l’inatteso prolungarsi dell’orario di lavoro, passate le quindici!). E finalmente la risposta del santo, uno sconosciuto bussò alla porta e consegnò una busta: conteneva il denaro sufficiente per le spese dell’intera settimana.

Il lavoro santifica e realizza il voto di povertà

"Prega e lavora", recita il motto benedettino. San Paolo è più esplicito: chi non lavora non mangi, parole sante che i cristiani si sentirono dire 18 secoli prima di Carlo Marx. Il lavoro ci rende simili a San Giuseppe e Gesù. Questo lo ripeteva don Alberione ai suoi ragazzi.

Ogni espressione dell’attività umana per un cristiano è modellata sull’esempio dei due santi artigiani di Nazareth, Giuseppe e Gesù, perché lavoro e preghiera, combinati insieme, rappresentano la via maestra verso la santificazione.

Per i religiosi il lavoro realizza il voto di povertà perché offre i mezzi sia per il sostentamento della famiglia e della comunità e per le opere di apostolato. Don Alberione scrive a tale proposito: "Il Padre celeste, avendo pietà dell’umanità errante, volle restaurare tutto in Cristo. Questi cominciò dalla famiglia e dal lavoro. Il mistero di Cristo operaio ci sembra più profondo del mistero della Passione e Morte: tanti anni al banco di falegname!".

Sacra Famiglia di G. Fratalocchi voluta da don Alberione per la cappella del Noviziato ad Albano Laziale (Roma).
Sacra Famiglia di G. Fratalocchi voluta da don Alberione per la cappella del Noviziato ad Albano Laziale (Roma).

E ancora: "Gesù mostra in cielo al Padre le sue mani non solo trapassate dai chiodi, ma ancora callose per gli strumenti di lavoro che egli ha adoperato assiduamente con sublimi intenzioni redentive".

Mettersi al lavoro, ecco la consegna che ci viene dalla bottega di Nazareth. Sono tante le mansioni nel mondo dell’umana attività. Ce n’è per tutti, chiarisce don Alberione: "Non ha più merito chi adopera il badile di chi adopera la penna". Detto tra noi, la penna a volte pesa più della zappa.

Le forze fisiche e mentali vanno usate con lo stesso impegno e pari merito "perché il Signore non ci ha dato solamente l’anima", ma braccia, buoni muscoli e adeguata intelligenza. Quasi sempre. Parole di don Alberione. Giuseppe e l’apprendista Gesù ce lo dicono con il loro lavoro, "piallando, piantando chiodi, costruendo mobili e attrezzi", nella modesta bottega di artigiani.

Mario Sgarbossa