N. 6 giugno 2009

Sommario.

Un impegno che continua
  
Silvio Sassi

L’Apostolo, il padre, l’amico
  
a cura della Redazione

L’attesa della "parusia" di Gesù e l’impegno in questo mondo
   Olinto Crespi

L’eredità dell’apostolo Paolo
   Bruno Simonetto

Una speranza granitica
   Beatrice Immediata

San Paolo Apostolo: padre, modello e fondatore
  
Stefano Stimamiglio e Vincenzo Vitale

Il Signor Teologo e Pinotu
   Mercedes Mastrostefano

Abbiamo bisogno di "famiglie vere"
  
Angelo Montonati

Paolo di Tarso: educatore e maestro
   
Teobaldo Guzzo

Internet e la tutela dei minori
  
Claudia Camicia

Un "Anno Sacerdotale"
  
Anna Pappalardo

La fede: dono per i tempi di crisi
   
Sandro De Bonis

Famiglia Paolina nel mondo
   
a cura della Redazione

Novità multimediali
   a cura della Redazione

Preghiamo per...
   

Cooperatore Paolino n. 6 giugno 2009 - Copertina

 CONOSCIAMO SAN PAOLO - LETTERE A TITO E A FILEMONE

 a cura della REDAZIONE 

L’apostolo, il padre, l’amico
  

Tito, il più stretto collaboratore di Paolo, e il gioiello dell’epistolario paolino.
  

Il logo dell'Anno a "San Paolo" per la Famiglia Paolina.La lettera di Tito. Come Timoteo, anche Tito fa parte della cerchia dei collaboratori di Paolo. Di lui abbiamo poche notizie. Dalla lettera ai Galati (2,1-3) apprendiamo che Tito era di famiglia pagana e che al Concilio di Gerusalemme proprio il suo caso di pagano convertito al cristianesimo e non sottoposto al rito della circoncisione, segnò l’inizio dell’apertura del Vangelo ai pagani (vedi Atti 15).

Dalla seconda lettera ai Corinzi (7,7-15) scaturisce un particolare profilo di Tito: è descritto come il conciliatore e il negoziatore paziente e deciso, quasi completasse con queste attitudini e con queste virtù ciò che mancava all’irruenza e all’impulsività del carattere di Paolo. In questo senso, egli è stato perciò il più stretto collaboratore di Paolo, il più necessario.

Nella lettera che porta il suo nome, Tito è presentato come la guida stabilita da Paolo per la comunità cristiana di Creta (vedi Tito 1,5), dove la sua tomba è ancora oggi venerata (a Gortyna l’antica capitale). Ma il corpo fu distrutto dai saraceni nell’823, si salvò solo la testa che nel 1669 fu portata a Venezia. Nel 1966 fu restituita alla Chiesa ortodossa ed ora si trova nella cattedrale di Eraklion.

Il contenuto della lettera. Secondo lo stile delle lettere pastorali, anche la lettera a Tito – che si compone di tre brevi capitoli – traccia le linee dell’organizzazione nella sua fisionomia interiore e spirituale, della comunità cristiana e contiene il ritratto del pastore ideale che la guida.

Paolo con i discepoli Timoteo e Tito (mosaico, duomo di Monreale).
Paolo con i discepoli Timoteo e Tito (mosaico, duomo di Monreale)
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Nel capitolo 1, il responsabile della comunità chiamato ora "presbitero" (anziano), ora "vescovo", è descritto mediante le virtù che lo devono contraddistinguere e i vizi che deve fuggire, per "essere in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono" (1,9). Vi è poi l’invito a difendere l’integrità della fede contro i falsi maestri, specialmente nell’ambito cretese (presentato qui in un particolare aspetto negativo, alla luce delle parole di un poeta originario di Cnosso, vedi 1,12: "I Cretesi sono sempre bugiardi, male bestie, ventri pigri").

I capitoli 2-3 contengono le esortazioni che Tito è chiamato a rivolgere alle diverse categorie di persone che compongono la comunità. Ciò non significa che ci sia una morale per un gruppo o per un’età e un’altra per una diversa condizione di vita, quanto piuttosto che c’è un solo vangelo, che ciascuno è chiamato a vivere nella situazione particolare in cui Dio lo ha posto ad operare.

Queste indicazioni pastorali sono illuminate da alcuni testi ricchi di poesia, di fede e di teologia (vedi 2,11-14; 3.4-7). Da questi testi appare che la vita quotidiana del cristiano si snoda tutta sotto la presenza e la protezione di Dio, che ha manifestato il suo amore nell'incarnazione, morte e risurrezione del Signore Gesù.

La Lettera a Filemone. Questo breve scritto (sono appena 25 versetti!) è considerato come "il gioiello" dell’epistolario paolino e, per la squisitezza del tratto con cui Paolo stende il contenuto, e considerato "un vero capolavoro di tatto e di cuore".

Qui l’apostolo cede il passo al padre e all’amico. Infatti, questo biglietto di Paolo accompagna il ritorno dello schiavo Onesimo al suo padrone (che è il ricco Filemone), dal quale era fuggito. Nel pensiero dell’apostolo si doveva trattare di un ritorno fraterno e amichevole, senza ritorsioni o punizioni da parte di Filemone (il padrone aveva il diritto di punire lo schiavo fuggitivo, vedi vv. 17-18).

Il tutto si dipana nella luminosità della fede cristiana, che ora accomuna il ricco Filemone (cristiano e collaboratore di Paolo, vedi v. 1) con lo schiavo Onesimo convertito da Paolo (presso il quale egli si era rifugiato).

Questo biglietto, vivace e breve, intenso e vibrante di affetto, ha contribuito a sfaldare, senza alcuna rivoluzione esterna, la schiavitù. Paolo ha operato dall’interno per mettere in crisi questa istituzione, così contraria alla dignità dell’uomo.

E anche Filemone ha intuito il processo irreversibile con cui il Vangelo operava per l’eliminazione della schiavitù: la sua casa, i suoi familiari, i suoi schiavi ormai erano una sola comunità, una piccola fraternità o una piccola chiesa, come lasciano intendere le prime parole di questo scritto "al nostro caro collaboratore Filemone... e alla comunità che si raduna nella tua casa" (v. 1).