N. 10 dicembre 2008

Sommario.

Verso il Natale con San Paolo
  
Silvio Sassi

"Siate lieti nel Signore"
  
a cura della Redazione

Paolo sulla via di Damasco
   a cura di Olinto Crespi

Buon Natale
   Beatrice Immediata

La nostra devozione all’Apostolo
  
Domenico Cascasi

La Bibbia nel cuore della storia
   Bruno Simonetto

Paolini da 75 anni
   Andrea Damino

Tra amici
    Mercedes Matrostefano

Le aggressioni ai cristiani
   Angelo Montonati

Le parole del futuro
   Claudia Camicia

Una via per costruire la pace
   Patrizia Pappalardo

La vita in Cristo
   Giuseppina Alberghina

L’impegno dei cristiani
   Sandro De Bonis

Famiglia Paolina nel mondo
   
a cura della Redazione

Novità multimediali
   a cura della Redazione

Preghiamo per...
   

Cooperatore Paolino n. 10 dicembre 2008 - Copertina

 ATTUALITÀ - CONFLITTI PERMANENTI NEL MONDO

 di ANGELO MONTONATI

Le aggressioni ai cristiani
  

Quello che meraviglia è l indifferenza dei governi occidentali che sembrano più preoccupati di garantirsi le forniture di petrolio e gli sbocchi commerciali che di salvaguardare innumerevoli vite umane.
  

A conclusione del Sinodo dei Vescovi, Benedetto XVI ha lanciato un appello ai leader mondiali perché difendano le minoranze religiose e mettano fine alle persecuzioni dei cristiani in atto da mesi soprattutto in India e in Iraq.

Si pensava che il nuovo secolo inaugurasse un periodo di relativa tranquillità dopo quello ventesimo, giustamente definito "il secolo dei martiri" (pensiamo a ciò che accadde nell’Europa di Hitler, nella Russia di Stalin e nei paesi dell’Est comunista, nella Spagna ai tempi della guerra civile e in Asia, dalla Cina alla Corea del Nord). Invece, si registrano altri focolai di violenza anticristiana in paesi dove fino a pochi anni fa le varie religioni convivevano pacificamente.

Una chiesa in Irak sorvegliata dai militari.
Una chiesa in Irak sorvegliata dai militari.

Qualcuno – ci riferiamo a un editoriale di Galli della Loggia sul Corriere della Sera - si meraviglia che si susseguano gli assassinii di sacerdoti e di fedeli cristiani (per lo più cattolici, ma numerosi sono anche i protestanti) senza che l’opinione pubblica occidentale, compresa quella esplicitamente cristiana, abbia una reazione «Non vogliamo essere», spiega l’articolista, «non ci sentiamo più delle società cristiane». Questo lo sapevamo da tempo. E non ce ne meravigliamo più di tanto, davanti agli attacchi che attraverso i mass media, in gran parte di proprietà massonica, vengono lanciati continuamente anche da noi in maniera subdola contro la religione e la Chiesa cattolica (il "Codice da Vinci" è solo la punta di un iceberg).

Tuttavia, non è vero che non ci siano state reazioni significative da parte cristiana: ce ne sono state e ce ne sono (l’ultima con parole chiare e forti, è venuta proprio dal Papa). Mancano invece le reazioni a livello politico, da parte di coloro a cui toccherebbe garantire «a livello legislativo la vera libertà religiosa nel superamento di ogni discriminazione» (Benedetto XVI).

I cristiani dell'India confidano nella preghiera di fronte alle violenze subite dai fondamentalisti indù.
I cristiani dell’India confidano nella preghiera di fronte alle violenze subite dai fondamentalisti indù.

I cristiani esposti ai fanatismi religiosi

Qui intervengono fattori che nulla hanno a che fare con la religione: chiedete a Bush perché ha dichiarato guerra all’Iraq, dove il regime di Saddam, con tutti i limiti che conosciamo, garantiva però ai cristiani libertà di culto, mentre ora essi vivono il loro venerdì santo per la mancanza di sicurezza in un clima di violenza endemica: «Essere cristiani oggi in Iraq», ha detto mons. Jean Benjamin Sleiman, arcivescovo latino di Baghdad, «significa essere esposti a tutte le oscillazioni del fanatismo. Paradossalmente, nel momento in cui la libertà è diventata una realtà, i cristiani sono tra coloro a cui mancano drammaticamente le condizioni per poterne godere… Oggi il cristiano iracheno si sente in trappola. Vorrebbe essere un cittadino pacifico fedele al proprio Paese e cordiale con i connazionali, ma si trova invischiato nella violenza politica. I soprusi dei nuovi poteri etnici e religiosi lo umiliano e lo sottomettono a leggi e abitudini che non gli appartengono e che, per giunta, non sono neppure irachene. La moglie deve velarsi, le figlie sono costrette a stare nascoste, la fede può esprimersi solo timidamente e con discrezione, la cultura si impoverisce in maniera irreversibile e le fonti di sostentamento svaniscono arbitrariamente».

La risposta al perché di certe guerre o di certi silenzi è una sola e si chiama petrolio. Non a caso anche l’Iran, tra i massimi produttori di greggio, è sotto tiro. Perché non si va a mettere pace, ad esempio, in Congo dove si sta consumando – anche qui tra l’indifferenza degli occidentali – una tragedia umanitaria di proporzioni colossali, oppure nel Sud Sudan, dove i cristiani vengono massacrati senza che nessuno si muova per difenderli?

Una Chiesa cristiana in fiamme nello stato di Orissa (India).
Una Chiesa cristiana in fiamme nello stato di Orissa (India).

Stesso discorso se ci riferiamo all’India dove, dal 1990, la violenza anticristiana ha provocato almeno numerose vittime, mentre non si contano le aggressioni a danno della Chiesa cattolica e dei suoi rappresentanti, le devastazioni di scuole ed ospedali cattolici, di roghi di Bibbie.

Osserva Andrea Riccardi nel suo esauriente saggio su "Il secolo del martirio": «In tutti questi episodi di violenza contro i cristiani in India c’è un intreccio tra gli interessi economici e le motivazioni religiose. Non si tratta solo dell’aggressività delle organizzazioni integraliste hindu. Il lavoro di promozione della Chiesa si scontra con un sistema di interessi e di privilegi consolidati, sostanzialmente ostile all’evoluzione delle popolazioni tribali, soggette da sempre allo sfruttamento, se non ad una vera e propria sopraffazione con sistemi delinquenziali. Si verifica dunque una singolare convergenza di interessi tra proprietari terrieri, usurai, amministratori locali, autorità di polizia, bande, da una parte, e integralisti ostili alle conversioni dei "tribali", dall’altra». Eppure, in questo grande Paese ha lasciato un segno indelebile la beata madre Teresa di Calcutta, col suo eroico prodigarsi a favore degli ultimi.

La celebrazione della Giornata della pace.
Il pontificato di Benedetto XVI è caratterizzato da un invocazione di pace dinanzi alle guerre di tutto il mondo.
La celebrazione della Giornata della pace
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La testimonianza dei martiri

In questi giorni si parla quasi solo di Iraq e India, ma ricordiamoci di ciò che accadde in Indonesia tra il 1998 e i primi mesi del 1999, oppure a Timor Est dove l’occupazione indonesiana di quella che era stata una colonia portoghese, nel 1975, fece oltre duecentomila morti, un terzo della popolazione in gran parte cristiana, creando un gran numero di orfani. Ed anche in Pakistan la situazione sta evolvendo in senso sfavorevole ai cristiani in un clima di crescente intolleranza: già nel 1997 cinque cristiani accusati di bestemmia erano stati uccisi mentre i processi erano ancora in corso e un giudice che aveva contribuito a proscioglierne altri due era stato assassinato. Per non dire della Cina, ai cui vescovi cattolici il governo ha vietato di partecipare al recente Sinodo.

Questi rapidi flash bastano a dare un’idea della situazione, non nuova nella storia della Chiesa, dove la testimonianza è spesso connotata dal sangue dei martiri. Alla luce della fede, sappiamo che questo sangue darà i suoi frutti. Ma intanto aspettiamo che i governi di tanti Stati, guidati magari da gente che si dichiara esplicitamente cattolica, si muovano nel senso della solidarietà concreta, più coi fatti che a parole, verso le vittime dell’ingiustizia e della sopraffazione. Come giustamente ha chiesto Benedetto XVI, dicendosi certo che «le antiche e nobili popolazioni di India e Iraq hanno appreso ad apprezzare il contributo delle minoranze cristiane alla crescita della patria comune».

Angelo Montonati