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N. 10 dicembre 2008
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CONOSCIAMO
SAN PAOLO - LETTERA
AI FILIPPESI
"SIATE LIETI NEL
SIGNORE"
Filippi, nella Macedonia, è stata la prima città del continente europeo nella quale è giunto il Vangelo.
«Vi porto nel mio cuore». La lettera si apre con un intenso e affettuoso saluto ai destinatari, che Paolo assicura di portare sempre nel cuore. Prosegue con il ringraziamento a Dio per aver consolidato questa comunità che l’apostolo ha fondato e per aver reso i membri ottimi cooperatori nella diffusione del Vangelo (1,5), fino a scrivere i loro nomi "nel libro della vita" (4,3). Quello dei collaboratori è un tema ricorrente in questa lettera, che mantiene così una viva attualità anche per il nostro tempo, dove ormai il Cristianesimo si gioca sulla collaborazione di tutti i membri delle comunità di fede, nessuno escluso. Si alternano poi la preghiera per la comunità, l’esortazione a una continua crescita spirituale, l’incoraggiamento ad annunciare il Vangelo anche in mezzo alle sofferenze e a sostenere la stessa lotta che per il Vangelo sostiene Paolo. È chiaro il riferimento alla prigionia (che Paolo chiama qui tre volte con il nome di "catene"), ma anche alla lotta che l’apostolo deve intraprendere contro i giudaizzanti (chiamati in 3,2 "cani, cattivi operai, quelli che si fanno circoncidere", e in 3,18: "nemici della croce di Cristo"), cioè quei predicatori che continuano a presentare la legge mosaica senza collegarla al compimento che esse hanno avuto in Cristo.
È Cristo che va posto al centro, non più la legge, la quale ha già esaurito il ruolo di luce e di vita che le attribuiva l’antico Israele, in attesa del compimento in Cristo Gesù. In forza di questo compimento Paolo può osare alcune sconvolgenti affermazioni: "Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno" (1,21). "Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura" (3,7-8). A questo riguardo, nel capitolo 3° Paolo ricorda la propria identità di ebreo osservante della legge e come, preso per mano da Cristo sulla via di Damasco, egli sia stato condotto alla piena comprensione della sua centralità e dell’unicità della salvezza da lui offerta (e non più dalla legge e dalle sue opere). L’uscire dall’ambito della legge e dimenticare la propria identità passata, e l’entrare nell’ambito nuovo di Cristo e della sua salvezza è ciò che Paolo chiama "protendermi verso il futuro" (3,13). Cristo, modello di umiltà. Il capitolo 2° contiene lo stupendo inno, con il quale le prime comunità paoline cantavano il mistero dell’incarnazione-umiliazione di Cristo e quello della sua risurrezione-esaltazione. In esso convergono le immagini e le parole che il profeta Isaia riferiva al Servo sofferente del Signore ( qui rese con i termini "spogliò se stesso", "umiliò se stesso", riferiti a Cristo), ma anche le parole delle più antiche professioni della fede (racchiuse nei termini "esaltare", "dare un nome", "proclamare che Gesù Cristo è il Signore"). L’esortazione di Paolo è un invito ai Filippesi, e ai cristiani di ogni tempo, a fare della loro comunità il luogo in cui appare in tutta la sua luminosità il mistero della umiliazione. |
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