N. 8 settembre-ottobre 2007

Sommario.

La benevolenza divina e umana secondo il Vangelo
  
Olinto Crespi

Eucaristia, mistero da vivere
   Bruno Simonetto

Il mio amore ha quarant’anni
    Beatrice Immediata

Gesù e le sue parabole
   Primo Gironi

Le donne al servizio del Vangelo
  
dalle Catechesi di Benedetto XVI
   a cura di Olinto Crespi

Don Alberione maestro di preghiera
  
Eliseo Sgarbossa

Mia figlia "principessa"
  
Claudia Camicia

PELLEGRINAGGIO-CONVEGNO DEI COOPERATORI PAOLINI
  
I90 anni dell'Associazione Cooperatori
  
Angelo Montonati

Famiglia, prima comunità educatrice
  
Antonio Capano

Giubileo dell’Istituto S. Gabriele
  
Angelo De Simone

Il primato della missione
   Anna Pappalardo

Un "buon samaritano"
   Giovanni Grigoletto

Un avamposto che guarda ad Oriente
   Giuseppina Alberghina

Sr Elisabetta Franchi, mitezza evangelica
   Giuseppina Alberghina

I genitori di Don Alberione
   Mercedes Mastrostefano

Famiglia Paolina nel mondo
   
a cura della Redazione

Novità multimediali
  
a cura della Redazione

Preghiamo per...
   

Cooperatore Paolino n. 8 settembre-ottobre 2007 - Copertina

 MEMORIE INEDITE - LO SPIRITO DI PIETÀ NEL FONDATORE

 di ELISEO SGARBOSSA

DON ALBERIONE maestro di preghiera
  

"La preghiera prima di tutto, sopra tutto, vita di tutto": questa affermazione traduce non soltanto la convinzione del Fondatore della Famiglia Paolina, ma la ragione stessa delle sue fondazioni.
  

"La preghiera per l'uomo, il cristiano, il religioso, il sacerdote è il primo e massimo dovere. Nessun contributo maggiore possiamo dare della preghiera; nessuna opera più utile per noi della preghiera; nessun lavoro più proficuo per la Chiesa della preghiera… Abbandonando la preghiera tutto l’edificio spirituale cade e rimane un cumulo di rovine, un bel castello, ma diroccato (UPS II, 12).

Tutta l’esistenza di Don Alberione fu una trama intessuta di azione apostolica e di preghiera, secondo il motto benedettino che gli era familiare: "Prega e lavora". Coloro che gli furono vicini in vita, ricordano la sua figura minuta e raccolta, su un banco della cappella davanti al Tabernacolo, occhi fissi sul Sacramento, o chino su se stesso con la corona del Rosario in mano, o intento alla recita del divino Ufficio: vera icona di orante, che non ha bisogno di aggiungere parole per invitare alla preghiera.

Ma coloro stessi che gli stavano al fianco durante la giornata, ignoravano spesso quante ore di preghiera egli avesse già offerte a Dio prima di mettersi al tavolo di lavoro. E nelle prime ore del pomeriggio o prima di cena, trascorreva ancora un’ora di adorazione come "visita" al SS. Sacramento. Questo il ritmo abituale delle sue giornate.

Uomo di preghiera, e quindi maestro di preghiera. Don Alberione non si limitava a scrivere sulla preghiera, ma vi insisteva nelle prediche con una frequenza pressoché quotidiana.

Il termine preferito per indicare globalmente la preghiera, lo "spirito di preghiera" e le sue pratiche, era quello di "pietà".

Le sue "preghiere"

È sorprendente la cura meticolosa con cui Don Alberione elaborava i testi delle orazioni da proporre ai suoi; la insistente opera di revisione delle formule, e l’attenzione con cui seguiva le diverse edizioni del manuale di preghiere. Ma è soprattutto significativa l’insistenza sul tema base: "la pietà, la preghiera, è l’anima della formazione, l’anima degli studi, l’anima dell’apostolato, il segreto della perseveranza nella vocazione e del successo di ogni impresa".

La sua orazione e la relativa catechesi si sviluppava sui due grandi filoni della preghiera cristiana: la liturgia e la pietà popolare; l'una e l'altra assimilate tuttavia in modo originale e coerente con la sua visione del Cristo Maestro, Via e Verità e Vita. È illuminante in proposito una sua prefazione al primo "messalino" bilingue (latino-italiano), pubblicato per sua iniziativa:

"Il messale è, nella sua parte più sostanziale, un libro di preghiera, anzi esso è fatto per la più grande preghiera: la rinnovazione del Sacrificio della Croce. Il presente "Messale Romano Quotidiano" è completo, sotto questo punto di vista, poiché fatto al pieno lume della Chiesa, al pieno lume di Gesù Cristo che disse: "Io sono la Via, la Verità e la Vita". Potrà perciò fare del gran bene ai fedeli che lo useranno... Unendoci alla Chiesa, grande Maestra di Preghiera, ci uniamo a Gesù Cristo stesso: per Lui, con Lui, in Lui mandiamo le nostre adorazioni, ringraziamenti, propiziazioni e suppliche al Padre Celeste" (San Paolo, Dic. 1935).

Don Alberione redasse inoltre un manuale di preghiere ispirate al suo carisma spirituale e apostolico, che esprimono la carica dottrinale delle sue "devozioni". Esemplare in proposito è la "coroncina a Gesù Maestro" che si può definire il suo "Symbolum" di fede cristologica. Essa traduce infatti i cinque "misteri" del Divino Maestro: Cristo Rivelatore del Padre e Verità increata; Cristo Modello dell’uomo e Via di santità; Cristo Amore e Vita per l’umanità; Cristo incarnato nella Chiesa; Cristo Apostolo del Padre e Maestro di apostolato per la gloria di Dio e la pace degli uomini. È la prova che la preghiera deve attingere dalla teologia, come la teologia deve tradursi in orazione.

Come anima e corpo

Della preghiera, in tutte le sue espressioni, Don Alberione soleva dire che essa, come la persona umana, è composta di anima e di corpo: l'anima è lo "spirito di preghiera" o "pietà" (virtù teologali, vera devozione); il corpo invece è rappresentato dalle formule e dalle "pratiche" (cf UPS I, 47).

Questa distinzione ci aiuta a comprendere la funzione delle formule scritte. Se infatti il corpo umano, che è segno e strumento dell'anima, è ad essa coessenziale, anche il "corpo" verbale delle preghiere ha una funzione vitale. Gesù stesso, d’altronde, utilizzò delle formule e ne propose a sua volta. Quando disse alla Samaritana che bisognava pregare il Padre "in spirito e verità" (Gv 4,24), intendeva privilegiare un dialogo sincero con Dio, ma ai Dodici che lo supplicavano d'insegnare loro a pregare, propose la formula del "Padre nostro".

Preghiera e adorazione eucaristica

Una forma sovreminente di preghiera per Don Alberione è la celebrazione eucaristica. Dall’Eucaristia egli trasse luce e forza. "Per noi, diceva, la Messa è il sole della pietà, la fonte delle grazie... La Messa è luce, sacrificio, innesto della vita di Gesù Cristo in noi... È gloria del sacerdote, occulta potenza dell’apostolo..." (Vademecum, 832-833).

Più specifica è la prassi e la catechesi di Don Alberione sulla Visita eucaristica, prescritta a tutti i suoi religiosi per un’ora ogni giorno. Sulla sua natura usava espressioni commosse, come le seguenti: "La Visita: È un incontro dell’anima e di tutto il nostro essere con Gesù. È la creatura che s’incontra con il Creatore. – È il discepolo presso il Divin Maestro. – È l’infermo che va dal Medico delle anime... L’ora più lieta della giornata è la Visita al santissimo Sacramento: in quest’ora si va in udienza da Gesù... La Visita ci porta ad un progresso abituale, continuato, quotidiano... (Vademecum, 857).

Questa la lezione capitale di Don Alberione sulla preghiera in generale. Ma vi è una forma di pietà che gli fu particolarmente cara: la recita del Rosario.

"Perché il Rosario ha così tanto potere?"

Nell’Aprile 1969 il Beato Alberione, compiendo 85 anni di età, pubblicò un opuscolo dal titolo: "Perché il Rosario ha tanto potere?" E spiegava: "Il Rosario, tra le pratiche di pietà del cristiano, è al terzo posto, dopo la santa Messa e il Breviario... È forma devota di unione con Dio, e sempre di alta elevazione spirituale, come affermava Papa Giovanni XXIII. Il Rosario istruisce e vivifica la fede. Il Rosario è guida alla vita cristiana. Il Rosario ottiene grazie spirituali e materiali per l’individuo, la società e l’intera umanità".

E con particolare riferimento alla vita delle famiglie, esortava a "specchiarsi nella vita santissima della sacra Famiglia di Nazaret; chiedere che tutte le famiglie la seguano e la imitino. La vita civile e la vita cristiana sono il risultato della vita familiare: chiedere che i coniugi vivano santamente, che educhino cristianamente i figli; che i figli obbediscano e seguano gli indirizzi dei genitori; questi siano di buon esempio, amino i figli con paterna cura; da tutti in famiglia si preghi e si frequenti la Chiesa".

Il Rosario, infine, "è preghiera completa: ogni mistero è luce, è guida e soccorso della divina grazia. Così si spiega il grande potere del Rosario...".

Così nel 1969. Due anni più tardi, Don Alberione era già alla soglia della Vita immortale. Vi si preparò con un crescendo di fervore e di devozione, con espressioni commoventi. Le fotografie di quel periodo lo ritraggono seduto nella sua poltroncina di vimini, assorto e con la corona del Rosario in mano. Quelle foto sono la lezione più eloquente che il Fondatore ci lasciava sul senso e l’importanza della preghiera. Sono l’icona parlante di un uomo che, soprattutto negli ultimi giorni, era diventato una preghiera vivente.

Eliseo Sgarbossa

 

IL ROSARIO: UN TESORO SEMPRE DA RISCOPRIRE

Giovanni Paolo Il in Rosarium Virginis Mariae affermava: "Dei tanti misteri della vita di Cristo, il Rosario... ne addita solo alcuni" (n. 19). In questo libretto (San Paolo, pp. 88), don Eliseo Sgarbossa propone, accanto ai misteri tradizionali del Rosario (con brevi commenti di Padri della Chiesa e di autori spirituali antichi e moderni), delle "Nuove formulazioni": ovvero i "Misteri della vita familiare o della formazione". In essi si dà spazio a quel tratto di vita nascosta di Gesù (Gesù figlio obbediente, Gesù ragazzo laborioso, Gesù cresceva...) che già anni fa un autore ebreo, Robert Aron (Gli anni oscuri di Gesù, 1978), auspicava venisse valorizzato, "poiché tutti, cristiani ed ebrei, hanno da guadagnare nell'attingere a quel fondo sacro d'Israele, del quale si era nutrito Gesù durante il suo periodo di formazione".