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N. 3 marzo 2007
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MEMORIE
INEDITE - IL VALORE DEL LAVORO APOSTOLICO
SAN GIUSEPPE educatore e
lavoratore
Fra i valori che Don Alberione ereditò dal pontificato di Leone XIII, oltre all enciclica "Tametsi futura", vi è la teologia del lavoro e la devozione a San Giuseppe, proposto da Pio XII come patrono dei lavoratori. Cresciuto nella devozione popolare San Giuseppe, Don Giacomo Alberione volle assumerne il nome nella professione dei voti, e insegnò a coltivarne una considerazione sempre più convinta e motivata. A questo scopo introdusse nei suoi Istituti l’uso di dedicare il mese di marzo e il primo mercoledì di ogni mese alla meditazione e alla speciale preghiera a San Giuseppe. Anche dopo la crisi postconciliare, era convinto che la devozione al "patriarca del Nuovo Testamento" apre alla Chiesa prospettive di grande attualità, e cominciò - secondo il proprio stile - a promuovere una nuova catechesi mediante istruzioni e nuove formule di preghiera. Ecco una sua dichiarazione significativa: "S. Giuseppe è da considerarsi come il modello degli operai, come ci indica Leone XIII; è l’amico dei poveri, come il padre di tutti i bisognosi; il Santo della Provvidenza. E allora noi chiediamo a lui la grazia di stimare il lavoro. Egli fu fabbro e maestro a Gesù nell’esercizio di questa professione umile" (Ritiro Spirituale del 19 febbr. 1953). Lavoro e santità Qualche mese più tardi, scrivendo di sé in terza persona, Don Alberione affermava: "Egli ringrazia il Signore per essere di famiglia profondamente cristiana, contadina, molto laboriosa; era proverbiale tra i conoscenti sotto questo aspetto... Già durante il chiericato e specialmente più avanti, meditò il gran mistero della vita laboriosa di Gesù a Nazareth: un Dio che redime il mondo con le virtù domestiche e con un duro lavoro fino all’età di trent’anni. Lavoro redentivo, lavoro di apostolato, lavoro faticoso".
E proseguiva con una serie di interrogativi, dalla risposta ovviamente affermativa: "Non è questa la via della perfezione: mettere in attivo servizio di Dio tutte le forze, anche le fisiche? Non è Dio "atto purissimo"? Non entra qui la vera povertà religiosa, quella di Gesù Cristo? Non vi è un culto fatto col lavoro a Gesù-Operaio? Non si deve adempiere, anche più dai religiosi, il dovere di guadagnarsi il pane? Non è stata questa una regola che San Paolo impose a sé? Non è un dovere sociale e che solo adempiendolo l’apostolo può presentarsi a predicare? Non ci rende umili?... Non è il lavoro salute? Non preserva dall’ozio e da molte tentazioni?" Conseguenza: "Se Gesù Cristo ha preso questa via, non era perché tale punto era uno dei primi da restaurare? Il lavoro non è mezzo di merito? Se la Famiglia lavora, non stabilisce in un punto essenziale la vita in Cristo?" (Abundantes divitiæ, 124-128). Un ritratto teologico Il 15 febbraio 1953, Don Alberione consegnò per la stampa il testo di una "coroncina" in cui, sotto i titoli tradizionali di San Giuseppe, vengono evocati i valori più attuali, dinamici, propri della sua funzione di "Cooperatore di Dio". Da un breve esame di questa preghiera, in sette punti, possiamo cogliere una visione viva e attualizzata del santo Patriarca. 1 – San Giuseppe è anzitutto il fedele cooperatore di Dio per la redenzione del mondo: l’uomo dell’ascolto e della risposta concreta, grazie alla quale il piano di Dio ha potuto realizzarsi. 2 – Il suo primo contributo fu di assumersi la paternità terrena di Gesù. Grazie a lui, il Figlio di Dio nato verginalmente da Maria acquistò cittadinanza legale e religiosa nella discendenza di Abramo e di Davide. Giuseppe fu padre di Gesù per assunzione piena di responsabilità, sul piano umano, spirituale, morale, pedagogico, verso il figlio di Maria. Lo amò come vero figlio, e lo trattò da figlio: lo educò, lo nutrì, lo protesse, gli insegnò un lavoro e lo avviò nella vita. E da questo rapporto spirituale con Cristo, Giuseppe attinse anche la più intima e profonda esperienza di Dio. 3 – Giuseppe fu vero sposo di Maria: legato a lei da un amore sponsale autentico, profondo ed esclusivo, realizzò l’ideale di ogni matrimonio: la "unanimità" (un cuor solo e un’anima sola) e la oblatività di un amore al suo livello più alto, che supera il sesso per consacrarsi al servizio di un figlio "nato non dal sangue né per volere di carne, ma da Dio". 4 – Giuseppe fu uomo giusto: esemplare di credente, di virtuoso, di fedele, di "onesto" in ogni senso della parola: nei confronti di Dio e degli uomini, nella sfera individuale e in quella sociale. 5 – Egli fu modello dei lavoratori e maestro di lavoro allo stesso Figlio di Dio: solidale con i poveri, gli emarginati e gli emigranti, per aver provato egli stesso il bisogno, e averlo superato con la fatica personale e la fede nella Provvidenza. Perciò a lui, immagine terrena della paternità di Dio, si possono affidare le grandi cause sociali: una buona legislazione, le questioni operaie e sindacali, un nuovo ordine economico-sociale. 6 – Protettore degli agonizzanti, beneficiario di un’assistenza ideale da parte di Gesù e di Maria, Giuseppe è il patrono della "buona morte", nel senso consolantissimo del "passaggio alla vera vita". In lui possiamo ricuperare la visione cristiana della malattia e della vecchiaia, l’ispirazione di atteggiamenti più umani e cristiani da parte del personale medico, e soprattutto una visione serena del trapasso, assistito dalla pietà dei familiari. 7 – Infine Giuseppe è il protettore della Chiesa universale, in qualità di "patriarca", capo e responsabile della famiglia di Dio, formata da popoli resi fratelli dal "Padre nostro". Perfetto capofamiglia, rimane l’ideale di ogni autorità, esercitata come servizio, nella Chiesa, nella società civile e nel nucleo familiare. Egli continua a salvaguardare i beni supremi dell’umanità, la vita e la pace fraterna, sempre minacciati dai piccoli Erodi di ogni epoca. Questa la visione alta che Don Alberione indicava di San Giuseppe ai suoi religiosi, per esortarli ad assumere il santo di Nazareth come modello di vita e di azione (cfr. Preghiere della Famiglia Paolina).
"I Santi sono tutti lavoratori" Con questa espressione Don Alberione apriva un discorso fra i più originali della sua spiritualità: quello del lavoro alla luce della casa di Nazareth. "Tutto il Vangelo si muove nel mondo del lavoro, scriveva, e commentava: I Santi sono tutti lavoratori. In proporzione degli anni vissuti, quanto hanno operato, ed in quante direzioni! […] Tutti! Diedero il primo posto al lavoro interiore; poi questo fruttò l’operosità esterna, così meravigliosa, fruttuosa, umanitaria, che desta in tutti grande ammirazione" (Ut perfectus sit I, 456). Partecipando alle sessioni del Vaticano II, Don Alberione godette nel constatare che l’assise conciliare dava più ricchi fondamenti e motivazioni alla dottrina sul lavoro, che egli aveva tratteggiato nel volume Catechismo Sociale (1950) e nell’opuscolo Il lavoro nelle Famiglie paoline (1954). Ovviamente egli integrava la teologia del lavoro con l’apporto della sua esperienza di Fondatore e la sua spiritualità "paolina". Non vedeva contrasto fra lavoro e preghiera. Al contrario, era solito dire che "vi è un lavoro delle braccia e un lavoro delle ginocchia", e che ogni attività diventa missione, tanto più se costellata di croci. "Non creda l’apostolo di finire la sua vita tra gli applausi... Quando uno compisse il suo lavoro in mezzo agli applausi, cercando le approvazioni degli uomini, avrebbe annullato, impedito il frutto della sua parola" (Vademecum, n. 966). Egli concludeva che bisogna "cercare perciò i lumi necessari presso il tabernacolo... Ma non vi è vera preghiera se è discorde la mano. Orazione, quindi, e lavoro. Azione che procede dall’orazione" (Carissimi in San Paolo, p. 1040). Padre e formatore Alla figura di San Giuseppe Don Alberione associava anche la "paternità formativa". In una serie di sette opuscoli pubblicati negli anni ’50 (e rieditati ultimamente col titolo Anima e corpo per il Vangelo, ed. San Paolo), egli sviluppò un discorso articolato sulle diverse aree della formazione umana e religiosa, dalla dimensione intellettuale a quella sociale. Alcuni spunti meritano di essere segnalati.
Il nostro rapporto con Dio comincia dalla comprensione del primo dei suoi talenti: l’intelligenza. Di qui l’obbligo di redimere e valorizzare la mente, di formarsi una struttura mentale retta e illuminata. Prima di costruire case, bisogna "costruire le persone ripartendo dalla base umana", compresa la buona educazione. "Formare prima l’uomo saggio, giusto, socievole: retto innanzi a Dio, a se stesso, alla società; – sopra l’uomo retto porre il cristiano, che segue Gesù Cristo, Via Verità e Vita; mediante fede viva, imitazione del Maestro, vita in Cristo e nella Chiesa; – e sopra ancora aggiungervi il religioso santo, che tende alla perfezione nella vita comune, nella pratica dei consigli evangelici, nell’apostolato". Occorre inoltre educare "a una coscienza sociale, al lavoro serio e costruttivo": è uno dei compiti più essenziali della formazione. "La carità maggiore che si possa fare a un giovane è di insegnargli a lavorare; e, dopo, a sapersi riposare, senza violentare la natura col fare la notte giorno e del giorno la notte". Infine, "il più alto impegno dell’educazione è la formazione della coscienza morale. Ogni sana educazione mira a rendere superflua l’opera dell’educatore, cioè a far sì che l’educando si renda indipendente entro giusti limiti. E questo significa formazione alla libertà" (cfr. Anima e corpo... cit.). Questa esattamente fu la funzione di San Giuseppe nei riguardi di Gesù adolescente, bisognoso come tutti i giovani di una guida nella sua formazione umana. E questa è la grande lezione che Don Alberione intende lasciarci, additandoci la figura esemplare di San Giuseppe, "primo Cooperatore di Dio". Eliseo Sgarbossa |
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