N. 2 febbraio 2007

Sommario.

Il Vangelo della carità
  
Olinto Crespi

Tutta la vita cristiana sia un’ "opera di misericordia"
   Bruno Simonetto

Come il buon samaritano
  
Anna Pappalardo

Gesù, "figlio di Adamo, tentato nel deserto
   Primo Gironi

Il "Confiteor" di Don Alberione
  
Eliseo Sgarbossa

Paolo e la centralià di Cristo
  
dalle Catechesi di Benedetto XVI
   a cura di Olinto Crespi

Imparare a leggere
   Claudia Camicia

Asterischi
  
Antonio Capano

Da 75 anni la rivista della famiglia
  
Angelo Montonati

Don Stefano Lamera, un Sacerdote per le famiglie
  
Beatrice Immediata

Famiglia Paolina nel mondo
   
a cura della Redazione

Novità multimediali
  
a cura della Redazione

Missionaria del Vangelo
  
Mercedes Mastrostefano

Il cammino spirituale di Louis Uryema
  
Testimonianza

Preghiamo per...
   

Cooperatore Paolino n. 2 febbraio 2007 - Copertina

 PAROLA DI DIO - ALLA SCOPERTA DI GESÙ MAESTRO - 22

 di PRIMO GIRONI

GESÙ, "FIGLIO DI ADAMO",
TENTATO NEL DESERTO

  

A differenza della genealogia presentata da Matteo con Abramo capostipite, Luca mette al vertice della genealogia la figura di Adamo.
  

L'evangelista Matteo apre il suo racconto su Gesù con un lungo elenco di nomi che documentano le sue origini nel popolo di Israele e che egli chiama "libro delle origini di Gesù" o "genealogia" (vedi Matteo 1,1: "Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo").

Al vertice di questa genealogia, Matteo colloca Abramo, il capostipite del popolo biblico. Avendo come destinatari del suo Vangelo coloro che provengono dall’ebraismo, Matteo si preoccupa di collocare anche Gesù e la sua famiglia nel cuore del popolo ebreo, che vede le proprie origini in Abramo. Questa collocazione, che trova il suo supporto nella genealogia, dà a Gesù il diritto di parlare ai suoi connazionali e di esercitare il ministero di predicatore/rabbì itinerante.

Un'originale miniatura di San Luca mentre scrive il Vangelo dell'infanzia di Gesù con la Madonna (Min. XV sec., Londra British Library).
Un’originale miniatura di San Luca mentre scrive il Vangelo dell
'infanzia di Gesù con la Madonna
 (Min. XV sec., Londra British Library).

"Figlio di Abramo" e "figlio di Adamo"

Questo stesso elenco di nomi è presente, pur con differenze e variazioni, anche nel Vangelo secondo Luca. Una differenza che subito colpisce è quella che vede al vertice della genealogia tramandata da Luca non più la figura di Abramo, ma la figura di Adamo: "(Gesù) figlio di Adamo, figlio di Dio" (Luca 3,38). Libero dalla preoccupazione che legava Matteo alle esigenze dei destinatari ebrei del suo Vangelo, Luca ama vedere in Gesù i tratti dell’appartenenza alla condizione umana e la condivisione di tutto ciò che la caratterizza (come dimostra l’esperienza delle tentazioni, che Luca descrive subito dopo il testo della genealogia).

Adamo, infatti, è un termine che la lingua ebraica della Bibbia desume da adamàh, "la terra rossiccia" del deserto della Palestina (dam, in ebraico indica il "rosso", il "sangue"). È da questa adamàh che trae origine l’uomo, secondo il racconto biblico della creazione (vedi Genesi 2,7: "Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita"). A questa "adamàh/polvere del suolo" Luca riconduce anche l’umanità di Gesù.

Miniatura di Cristoforo Predis, 1476.
Nella sua identità, Gesù," figlio di Adamo", sottoponendosi all’esperienza delle tre tentazioni
 (deserto, tempio, monte), apre alla condizione umana il cammino della vittoria e del riscatto
(Nelle foto: Miniature di Cristoforo Predis, 1476).

Per quaranta giorni fu tentato dal diavolo

Con il capitolo 4° del suo Vangelo Luca inizia la narrazione del ministero di Gesù. Per il lettore è una sorpresa incontrare come apertura di questa narrazione l’episodio delle tentazioni (vedi Luca 4,1-13). Bisogna però dire che questo episodio si carica di un significato profondo nel Vangelo secondo Luca. Infatti, come i "vangeli dell’infanzia" (Luca 1-2) rivelano già nel Bambino Gesù le caratteristiche del ministero di Gesù Adulto, così l’episodio delle tentazioni rivela già il cammino di Gesù verso l’uomo debole e fragile, peccatore e bisognoso di salvezza (come le due categorie spesso nominate nel Vangelo secondo Luca: "i pubblicani e i peccatori").

L’esperienza della tentazione è collocata, anche nel racconto di Luca, nella cornice di "quaranta" giorni: "Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo" (Luca 4,1-2).

Il numero "quaranta" nella Bibbia designa tutto l’arco della vita dell’uomo, come pure è l’immagine del ciclo di una intera generazione (nell’antichità la durata della vita era più breve dell’attuale). Ebbene, questi quaranta giorni sono già l’immagine di tutta l’esistenza di Gesù: l’esperienza della tentazione segna profondamente la sua umanità e gli fa compiere un itinerario spirituale all’interno di se stesso, rendendolo così capace di un altro itinerario spirituale che lo spinge ad immedesimarsi nella condizione dei più deboli e dei più sofferenti (nel corpo e nello spirito) che egli incontrerà lungo il suo ministero e che collocherà come protagonisti delle sue parabole (pensiamo alle parabole del buon Samaritano, del povero Lazzaro e del figliol prodigo).

Miniatura di Cristoforo Predis, 1476.

I suoi avversari "mormorano" contro questo suo atteggiamento di accoglienza e di apertura verso i "pubblicani" e "i peccatori" (vedi Luca 15,1-2: "Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: "Costui riceve i peccatori e mangia con loro"; vedi anche Luca 5,30). Essi (i farisei e gli scribi) hanno scelto di "separarsi" da simili categorie di persone (paràsh, da cui "fariseo", in ebraico significa appunto "separare") e si prefiggevano di inculcare tale separazione con il loro insegnamento e il loro esempio. Gesù invece ha voluto rivestire questa stessa adamàh dell’umanità debole e peccatrice e come questa non ha esitato a sottoporsi alla tentazione, per trasmettere con il suo insegnamento e il suo esempio la speranza della vittoria sulla tentazione e del riscatto dal male e dal peccato.

"Mormorare" è il verbo che nella Bibbia esprime la contestazione e il rifiuto del popolo di Israele (ma anche dell’uomo di ogni tempo) nei confronti di Dio e del suo modo di agire (vedi i capitoli 15; 16; 17 del libro dell’Esodo, dove questo verbo appare con tanta frequenza). Ad esso si oppone ora l’atteggiamento di Gesù che, con i suoi gesti ("mangiare con i peccatori") e le sue parole rende visibile la bontà di Dio e conferma la sua volontà di salvezza e di riscatto per tutti (vedi Luca 23,43: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso").

"Non mangiò nulla in quei giorni ma alla fine ebbe fame"

A differenza di Adamo che tende la mano a Eva nell’atto di prendere il frutto dell’albero di cui Dio aveva proibito di mangiare (vedi Genesi 3,11: "Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?"), Gesù non cede alla tentazione del diavolo, che lo invita a saziare la fame prospettandogli la sua condizione privilegiata di "Figlio di Dio": "Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane" (Luca 4,2). Gesù sceglie invece di rispettare la realtà della incarnazione che lo colloca a fianco (non al di sopra) della condizione umana e accetta di montare la lotta con l’avversario, il tentatore.

Miniatura di Cristoforo Predis, 1476.

Lo sfondo di questa lotta è il deserto, il luogo che rivela più intensamente a Gesù i limiti e le pretese della adamàh, cioè della condizione umana di cui è rivestito. Sono i limiti della fame, della sete, del caldo torrido del giorno e del freddo pungente della notte (nel deserto di Giuda è accentuato il cambiamento del clima tra il giorno e la notte). Sono le pretese di avere subito acqua, cibo, sollievo, ristoro.

Proprio come avvenne al popolo di Israele nel deserto, quando camminava dall’Egitto verso la Terra della promessa. Accecato da queste pretese, Israele non sa riconoscere il dono di Dio (la libertà dalla schiavitù in Egitto) e "mormora", cioè si ribella a Dio, per ottenere qualcosa di più.

Nella sua identità di "figlio di Adamo" che si sottopone all’esperienza della tentazione, Gesù si rivela come il "nuovo" Adamo, che, con la sua vittoria sulla prova, apre alla condizione umana il cammino della vittoria e del riscatto, un cammino che era senza sbocco, dopo la caduta del primo Adamo nel giardino di Eden.

Le tentazioni di Gesù, che Luca raggruppa nel simbolismo del numero "tre" (il numero che è simbolo della perfezione di Dio) sono infatti lo specchio di ogni genere di tentazione con cui l’uomo viene messo alla prova da Dio.

I "quaranta" giorni lungo i quali Gesù è stato messo alla prova sono l’immagine di un arco di tempo nel quale Dio ha "formato" il figlio Gesù alla vittoria e all’obbedienza a lui (in contrasto con la disobbedienza di Adamo e di Israele e con la loro sconfitta nella prova). È perciò l’arco di tempo lungo il quale il "figlio di Adamo" è andato man mano trasformandosi a immagine del Padre fino a introdurre la sua condizione umana (cioè la sua adamàh) nella pienezza di "figlio di Dio" che aveva fin dall’eternità.

Miniatura di Cristoforo Predis, 1476.

Da "figli di Adamo" a "figli di Dio"

L’esperienza della tentazione, sulla quale Gesù riporta una vittoria completa rivelando così la sua vera identità di "figlio di Dio", è alla base della sua scelta di privilegiare, nel suo ministero che subito ora inizia, quanti sono ancora legati ai limiti della condizione umana, soprattutto al limite del peccato.

Questo spiega la grande sensibilità con cui l’evangelista Luca segue il "viaggio" di Gesù verso questa particolare umanità ferita dal male e dal peccato e che egli fissa nelle indimenticabili parabole del buon Samaritano, del povero Lazzaro, del figliol prodigo, del fariseo e del pubblicano (ma anche nella figura di Zaccheo). Sulle labbra di Gesù, queste parabole delineano i tratti di tutti noi "figli di Adamo" che non abbiamo ancora raggiunto (come Gesù nel deserto della tentazione) la pienezza e lo splendore dell’immagine di Dio che portiamo in noi, ma che è ancora oscurata e offuscata dai limiti della condizione umana e dal peccato.

L’impegno di Gesù è perciò quello di trasformare il "figlio di Adamo" che è in ogni uomo (e in ciascuno di noi) in un "figlio di Dio", che porta in sé la sua immagine e somiglianza. Proprio come nell’episodio delle tentazioni, dove Gesù ha rivelato la sua piena identità di "Figlio di Dio" che la condizione umana di "figlio di Adamo" non ha offuscato, come in Adamo, cedendo alla tentazione.

Primo Gironi
   
  

4 febbraio 2007 - GIORNATA PER LA VITA DONO PREZIOSO

Non si può non amare la vita: è il primo e il più prezioso bene per ogni essere umano. Dall’amore scaturisce la vita e la vita desidera e chiede amore. Per questo la vita umana può e deve essere donata, per amore, e nel dono trova la pienezza del suo significato, mai può essere disprezzata e tanto meno distrutta. Certo, i giorni della vita non sono sempre uguali: c’è il tempo della gioia e il tempo della sofferenza, il tempo della gratificazione e il tempo della delusione, il tempo della giovinezza e il tempo della vecchiaia, il tempo della salute e il tempo della malattia... A volte si è indotti spontaneamente ad apprezzare la vita e a ringraziarne Dio, "amante della vita" (Sap 11,26), altre volte la fatica, la malattia, la solitudine ce la fanno sentire come un peso.

Ma la vita non può essere valutata solo in base alle condizioni o alle sensazioni che la caratterizzano nelle sue varie fasi; essa è sempre un bene prezioso per se stessi e per gli altri e in quanto tale è un bene non disponibile.

La vita è il bene supremo sul quale nessuno può mettere le mani; anche in una visione puramente laica, l’inviolabilità della vita è l’unico e irrinunciabile principio da cui partire per garantire a tutti giustizia, uguaglianza e pace. Chi ha il dono della fede, poi, sa che la vita di una persona è più grande del percorso esistenziale che sta tra il nascere e il morire: ha origine da un atto di amore di Colui che chiama i genitori a essere "cooperatori dell’amore di Dio creatore" (FC n. 28). Ogni vita umana porta la Sua impronta ed è destinata all’eternità. La vita va amata con coraggio. Non solo rispettata, promossa, celebrata, curata, allevata. Essa va anche desiderata. Il suo vero bene va desiderato, perché la vita ci è stata affidata e non ne siamo i padroni assoluti, bensì i fedeli, appassionati custodi.

(Dal Messaggio CEI)