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N. 1 gennaio 2007
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CHIESA
- IN MARGINE AL IV CONVEGNO ECCLESIALE DI
VERONA - 2
Il senso cristiano del
tempo, Continuiamo la rivisitazione del Convegno della Chiesa Italiana celebrato a Verona, analizzando stavolta il 2 dei cinque ambiti di riflessione, su Lavoro e festa .
Sintesi delle riflessioni su "Lavoro e festa" Vediamo stavolta una sintesi del 2° ambito [Lavoro e festa], avvalendoci delle considerazioni riassuntive che ne ha fatto Adriano Fabris, Professore di Filosofia Morale all’Università di Pisa, e analizzando le riflessioni dei "Gruppi di studio". Le "considerazioni generali" poste in premessa dal Relatore hanno subito avvertito che "il primo aspetto che salta agli occhi dalla lettura dei risultati dei lavori di Gruppo sull’ambito del "Lavoro e festa" è la loro sostanziale convergenza, sia nella consapevolezza dei problemi generali, sia nell’assunzione di ciò che oggi risulta prioritario, sia nelle proposte che vengono avanzate. Tutti i Gruppi, pur con differenti accentuazioni, per un verso sottolineano il carattere plurale, addirittura "ambiguo", del tema del lavoro e, dunque, la necessità di una "visione realistica" dei cambiamenti intercorsi nella società italiana; per altro verso segnalano la perdita di significato dell’esperienza della festa. È necessario quindi un adeguato approfondimento e un giusto discernimento anche relativamente ai linguaggi che dicono il lavoro e la festa; è necessario "esplicitare la novità e il valore aggiunto specifico del linguaggio della fede", anche a questo proposito. Per esemplificare, i problemi riguardano, nel caso del lavoro, la sua fragilità: il lavoro che non c’è o che non è consono alla dignità della persona; il difficile rapporto tra lavoro e famiglia, la questione del lavoro femminile e delle attività svolte dalle donne in casa e fuori casa; la disoccupazione, specialmente giovanile; le esperienze drammatiche del lavoro nero, dello sfruttamento, la presenza della malavita organizzata, fino a vere e proprie "strutture di peccato", da riconoscere e combattere. Analogamente - ha osservato ancora Adriano Fabris - sono tanti i "punti nevralgici" relativi alla festa. Essa è "un bisogno, prima che un dovere"; è un evento che perviene alla comunità, e che non è "solo quando finisce il lavoro, ma anche quando nasce un bambino, quando s’inaugura un’opera, ecc."; ciò nonostante s’impone oggi una sua deriva individualistica e consumistica. E così emergono nuovi luoghi di aggregazione, che non possono essere trascurati. Ciò che viene segnalato, comunque, è la necessità di invertire, da un punto di vista cristiano, il rapporto tra lavoro e festa: non è soltanto il lavoro a trovare compimento nella festa come occasione di riposo, ma è soprattutto quest’ultima il "giorno della gratuità e del dono che ‘risuscita’ il lavoro a servizio dell’edificazione della comunità". Sviluppando appunto questa prospettiva può essere recuperato quell’orizzonte più comprensivo che unisce lavoro e festa, quello del tempo cristianamente vissuto: un aspetto che forse non è stato colto fino in fondo come sfondo unitario comune, esistenziale, dei problemi affrontati.
Riflessione sull’esperienza E qui il Relatore ha potuto riscontrare da parte dei "Gruppi di lavoro" una perfetta sintonia con la sua Relazione, per il fatto che si sono concentrati per lo più sulle urgenze del lavoro, anche se in parallelo è emersa da parte di molti l’esigenza di una pastorale integrata, che venga incontro alle questioni concernenti le persone che lavorano. Riflettendo su come la Comunità cristiana vive oggi queste problematiche sono emersi soprattutto tre punti. a] – Anzitutto vi è l’esigenza di un effettivo recupero della Dottrina Sociale della Chiesa, come via per superare la scarsa attenzione che la comunità cristiana, nelle sue diocesi e nelle sue parrocchie, sembra dimostrare nei confronti del mondo del lavoro. Emerge in altre parole un’autentica voglia di riappropriarsi, in prospettiva cristiana, di questa tematica, riempiendo spazi non più occupati, o occupati in maniera ritenuta inadeguata, e in più dando risposta, con forza, alla questione del senso di un tale operare. b] – In secondo luogo, questo recupero si collega a una vera e propria voglia di uscire fuori dalle Parrocchie, di produrre una "pastorale più missionaria", di "sporcarsi le mani", come viene detto. In una parola: di "portare fuori la speranza". Questo comporta un’esigenza di testimonianza cristiana in luoghi [e, magari, non-luoghi] che solitamente non sono avvezzi a riceverla. c] – Infine, prospettiva comune dei vari Gruppi è l’indicazione che questa testimonianza è compito primario dei laici. Essi infatti sono chiamati a vivere quotidianamente i problemi del mondo alla luce del Vangelo. Si delinea così "un itinerario che parte dalla piazza, viene rivisitato – nel discernimento personale e comunitario della Parola e della comunione di vita – all’ombra del campanile, per poi tornare a provocare la piazza, con il valore aggiunto della fede".
Necessità di un approccio pastorale integrato – A partire da qui - ha osservato infine Adriano Fabris - possono emergere proposte concrete, che si integrano e s’intrecciano inevitabilmente con gli altri ambiti della vita dell’uomo. Sintetizzando le principali: – Emerge anzitutto la necessità di far conoscere la Dottrina Sociale della Chiesa. Ciò si accompagna a una richiesta di potenziamento della catechetica che aiuti a cogliere il senso non solo del lavoro e della festa, ma del tempo dell’uomo in relazione al tempo di Dio. Emerge poi l’istanza di un accompagnamento, di una compartecipazione affettuosa, di un ascolto dei disagi che sono propri di un territorio: anche là dove non vi siano ricette immediatamente operative. Si propongono esperienze come quella di un osservatorio sociale permanente o di veri e propri tavoli di ascolto. – Tutto ciò comporta un radicamento nel territorio, che fa leva sulla struttura delle Parrocchie e delle Associazioni locali, le quali vanno rivitalizzante e rimotivate. Ma comporta anche la necessità di favorire forme concrete di collegamento e coordinamento non solo per conoscere, ma anche per promuovere forme imprenditoriali alternative. – In ultimo, emerge in molti Gruppi il richiamo a vivere insieme con coraggio e realismo il giorno di festa. Con coraggio: disposti anche a boicottare lo shopping nel "giorno del Signore". Con realismo: rivisitando i nuovi areopaghi del tempo libero – sport, turismo, ecc. – come luoghi di senso e di testimonianza.
Il giusto modo di vivere il tempo Aveva prima precisato il prof. Adriano Fabris, introducendo la sua Relazione, che "l’occasione di riflettere sull’ambito del lavoro e della festa riguarda uno degli aspetti fondamentali della nostra vita. La nostra vita, il nostro tempo, sono infatti attraversati anche da tali dimensioni; o dovrebbero esserlo. Il lavoro e la festa sono modi in cui l’uomo in generale vive, o può vivere, il tempo che lo caratterizza. Si tratta però di vedere come vivere il lavoro, come vivere la festa, come vivere il loro rapporto, il loro tempo, nella maniera giusta. Si tratta di vedere come vivere tutto questo in maniera cristiana. Ma, più in generale, si tratta di domandarsi che cosa significa oggi ‘lavoro’, qual è oggi il suo senso per la nostra vita, e che spazio c’è oggi per la festa e come essa può essere vissuta. Si tratta di chiedersi come viene fatta esperienza del lavoro e della festa, cioè del loro specifico tempo, se si vuole pensare in maniera giusta il loro rapporto: se si vuole cogliere in maniera adeguata il loro ritmo. Oggi, infatti, sembra che questo ritmo sia spezzato: fino a renderlo uniforme, indifferenziato. Perché il modo in cui ci rapportiamo al mondo attraverso il lavoro è soggetto a radicale trasformazione; perché la festa è trasformata in puro momento d’ozio, spesso vuoto e carico di noia. Viene meno così la relazione stessa tra lavoro e festa come modo in cui l’uomo può vivere il tempo, può volgersi al mondo, può andare al di là di sé: è messa in questione la sua possibilità di aprirsi al futuro. E viene così meno la capacità di sperare e di testimoniare la speranza. Sono queste le questioni sulle quali il Relatore ha offerto il suo contributo, introducendo la discussione e i lavori di Gruppo: temi che hanno offerto lo spunto per gli approfondimenti e per il dibattito sopra riassunto. Alla Relazione integrale si rimanda qui per una riflessione più articolata ed esauriente sui due poli considerati in quest’ambito: lavoro e festa. – Il lavoro [chiarendo anzitutto, che cosa significa lavorare; a quali trasformazioni del lavoro stiamo oggi assistendo; quale tipo di lavoro viene oggi sperimentato e richiesto; quale impegno lavorativo oggi in troppi casi viene soltanto sperato; il lavoro come diritto e il lavoro come dovere; il lavoro che manca, considerato più a fondo, come messa in discussione del senso stesso della nostra vita: è il rischio che venga meno la nostra capacità di realizzarci in rapporto con gli altri e con il mondo].
Festa come diritto e dovere – La festa [com’è vissuta oggi la festa, come tempo per me e come tempo per altri e per altro; la festa, di nuovo, come diritto e come dovere; la festa come divagazione e vacanza, e come momento di raccoglimento, di concentrazione; perché i Cristiani sono coloro che sanno vivere davvero la festa e che sono capaci di rapportarsi al creato, di contemplarlo e di goderlo come se in esso tutto sia una festa e un’occasione di festa; i Cristiani, in altre parole, che vivono festosamente la festa: questo è ciò che possiamo sperimentare, questo è ciò che possiamo comunicare]. Confrontando il modo di intendere questi due termini [lavoro – festa] scopriamo che c’è effettivamente il rischio di lavorare per consumare e di consumare per lavorare. Comprendiamo allora perché è mutato anche il modo di vivere le feste religiose, capiamo perché si è trasformato, ad esempio, il tempo del Natale. Tutto qui è diventato occasione di shopping, di regali scambiati; il tempo viene soprattutto impiegato a questo scopo; il tempo è ciò che appunto in questo modo viene consumato. Va invece riscoperto il senso più vero del precetto di "santificare la festa", non unicamente come astensione dal lavoro, ma come occasione che ci viene offerta di dare senso e provvisorio compimento allo scorrere del tempo feriale. La concezione del tempo è inserita per il Cristiano in una dimensione più ampia, anch’essa temporale. Si tratta del tempo del cammino, del tempo del pellegrinaggio: un cammino che va dalla prima alla seconda venuta del Signore. È dunque un tempo delimitato [nella misura in cui collega Incarnazione e Redenzione] e, soprattutto, è un tempo lineare, caratterizzato da una ben precisa direzione. Il cammino temporale trova così la sua realizzazione in un evento che non è affatto temporale e che trascende proprio questo orizzonte, mettendolo sotto giudizio. Ciò che è temporale scopre così il suo nesso profondo con l’eterno. Ecco, allora - ha concluso il Relatore - che cosa possiamo proporre in sintesi: recuperare, nel caso del lavoro e nel caso della festa, i diversi significati che sono propri di questi accadimenti, i diversi modi in cui essi possono essere vissuti, onde evitare l’appiattimento nell’indifferenza e nell’alienazione. Così facendo, scopriamo il loro legame, il ritmo che li contraddistingue. Ancora una volta, come Cooperatori Paolini, "fedeli laici" impegnati nell’attuazione della progettazione emersa nel Convegno di Verona, riprendiamo le istanze qui riportate, analizzandole per quanto concerne lo spazio della serie di interventi in merito che ci siamo dati. Bruno Simonetto
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