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Sette giorni per aprire un'impresa 

Un progetto per sconfiggere la malaburocrazia. Oggi, per aprire un’attività, servono 80 diversi permessi 

Per un cambio di residenza a Milano occorrono 200 giorni, a Roma 180, a Napoli il minimo è 60 ma nessuno sa quale può essere il massimo. E il passaporto? Si va dai 30 ai 50 giorni. Per il duplicato della patente dai 45 ai 60. Nelle tre città campione il rilascio della carta d’identità invece è immediato, ma a Roma in qualche ufficio periferico le code e i “ripassi domani” per qualsiasi documento anagrafico hanno suscitato la scorsa estate ancora notevoli disagi. Da Napoli un lettore, il signor Nino R., mi fa sapere che avendo chiesto la licenza di vendita per avviare una piccola attività commerciale, l’ha ottenuta dopo 7 mesi.
Ovvero la burocrazia, eterno problema italiano. Ma è più corretto parlare di malaburocrazia, cioè di quella parte della “Pa” (la pubblica amministrazione) che non funziona e che a giudizio di molti, scoraggiando l’iniziativa privata, rallenta persino la ripresa economica. 
L’onorevole Daniele Capezzone, da pochi mesi presidente della Commissione attività produttive della Camera, mi fornisce in proposito alcuni dati significativi. Oggi i tempi medi per una concessione edilizia oscillano dai 9 ai 27 mesi; il varo di una qualsiasi impresa richiede dai 58 agli 80 adempimenti. Aprire una carrozzeria, per esempio, significa passare attraverso 18 amministrazioni diverse. Un pianto! Chiunque voglia reagire alla crisi e fermare con il suo contributo il declino del Paese, esce esasperato da questo iter folle. 
E allora il giovane leader radicale (33 anni) ha presentato un progetto di legge che taglia di netto i tempi burocratici. «Sette giorni per un’impresa» s’intitola, ossia nel giro di una settimana gli uffici preposti autorizzano l’avvio dell’attività e solo dopo il titolare dell’azienda neonata provvede a tutti gli adempimenti richiesti dalla legge.
La proposta è una delle possibili risposte positive all’interrogativo che tutti ci poniamo da anni: si può sconfiggere la malaburocrazia? Se non altro Capezzone tende a semplificare, mentre Luigi Nicolais, ministro per le Riforme e le innovazioni nella Pa, parla più volentieri di abolizione. «Per la burocrazia», dice, «il tempo è una variabile indipendente. Anzi, non ha alcun valore». Il suo piano, presentato subito dopo le ferie estive al vaglio del Governo, prevede per esempio che qualsiasi pratica aperta da un cittadino presso la Pa deve chiudersi entro e non oltre i novanta giorni. Nel caso del concorso, attualmente gli esiti si aspettano anche per anni...
Il certificato di sana e robusta costituzione? Via, subito. Il cambio di residenza? Dev’essere fatto in tempo reale. Allo stesso modo le volture di gas, acqua, luce. La carta d’identità? Bene l’immediatezza della consegna, ma facciamo durare il documento dieci anni invece di cinque. In ultimo, ciliegina sulla torta, Nicolais prevede il risarcimento del cittadino danneggiato da un eventuale ritardo della Pa.
Dico la verità: troppo bello per crederci. Ma proviamo a nutrire fiducia. Voglio ricordare che la lotta alla malaburocrazia cominciò con una legge rivoluzionaria che subito non trovò applicazione agli sportelli, quella sull’autocertificazione. Era da parte dello Stato il primo segno di fiducia nel cittadino. Correva l’anno 1968. Ci sono voluti trent’anni, la massiccia pressione delle associazioni di consumatori e le denunce della televisione di servizio perché finalmente fosse rispettata, dal 1998 in poi.
Successivamente alcuni uomini di Governo illuminati, come il professor Sabino Cassese e Franco Bassanini, titolari del ministero della Funzione pubblica, provarono a snellire il linguaggio burocratico, farraginoso e ottocentesco. E certo qualche miglioramento c’è stato, ma non si può dire che le comunicazioni degli uffici statali siano diventate un modello di stile. Del resto, se le leggi del Parlamento spesso sono scritte in un pessimo italiano, con riferimenti incomprensibili e articoli e codicilli di norme precedenti, non possiamo pretendere che la Pa si esprima in termini chiari e moderni. 
Basandomi sulla mia esperienza pluridecennale in materia di diritti dei cittadini, devo aggiungere che la fiducia di cui parlavo poco fa è anche dettata dall’emergere di una nuova figura di burocrate. Il ministro Nicolais (ex assessore all’Innovazione del Comune di Napoli al tempo di Bassolino sindaco), pensa di concordare con i sindacati uno “scivolamento” verso la pensione degli impiegati più anziani, i quali sono sempre dubbiosi nell’abbandonare la via vecchia. 
Ma già ora, pur rinnovandosi faticosamente i quadri per il blocco delle assunzioni, i dipendenti giovani appaiono ben disposti alle riforme introdotte da questo o quel Governo, quanto meno non le ostacolano. Oserei dire che prima di andare dietro lo sportello hanno subito da cittadini le lungaggini e le contraddizioni di cui la Pa si macchia di frequente. Dunque sì, la malaburocrazia si può sconfiggere. A patto che si cancelli rapidamente anche l’assurdità di certe norme. 

Ufficio reclami

La signora Carla Sorli di Bari da qualche mese si è rifatta una protesi dentale presso uno studio dentistico privato, ma convenzionato con la Asl. A suo avviso il lavoro non è stato eseguito alla perfezione «perché mi dà parecchi problemi, non riesco a mangiare e mi fa male. Mi sono lamentata più volte con il dentista che ogni volta ha apportato delle modifiche, ma senza successo». Vuole sapere se è possibile sostituirla del tutto senza dover pagare nuovamente.
Il Tribunale per i diritti del malato, conferma che il paziente deve pretendere da qualsiasi specialista dell’Asl che il lavoro venga eseguito alla perfezione, in caso contrario deve essere rifatto. Se il medico si dovesse rifiutare, deve segnalare il problema all’Asl, all’Ordine provinciale dei medici e all’assessorato regionale alla sanità. Si può anche rivolgere al servizio di consulenza del Tribunale per i diritti del malato. Questo servizio si chiama Pit-salute e risponde al n.: 06.36.71.88.44 dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00 alle 14.00.

Il signor Paolo Tosi di Firenze solleva una questione che molte persone, forse troppe, sono portate a sottovalutare. Per motivi di lavoro ha dovuto comprare un computer da 1.200 euro. «Non avendo abbastanza liquidi ho accettato di aprire un finanziamento a tasso zero pagando a rate. Quando sono arrivati i bollettini mi sono reso conto che c’erano delle spese in più: 14,62 euro di bollo sulla prima rata e un euro per ogni bollettino, più 2 euro circa per il rendiconto annuale. Ma non era a tasso zero?».

La scelta di pagare a rate a tasso zero è una formula che attira molto il consumatore, ma non bisogna sottoscriverla con troppa leggerezza. A tasso zero vuol dire che non ci sono interessi, ma non che non ci sono spese. I costi che ha dovuto sostenere sono previsti per legge e sono segnalati nel contratto che ha sottoscritto e firmato. Gli istituti di credito devono mandare il resoconto annuale al cliente e poi c’è un bollo di 14,62 euro obbligatorio. L’euro dei bollettini invece riguarda le spese postali che avrebbe risparmiato se avesse accettato i pagamenti tramite conto corrente bancario. Un suggerimento: leggere attentamente il contratto prima di firmare e fare più domande possibili a chi attiva il finanziamento.

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di Antonio Lubrano

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