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Dalla parte del cittadino

La prima associazione dei consumatori nacque più di un secolo fa. Ma quanto contano oggi e chi le segue?

Due stanze al primo piano di un palazzo umbertino in via Andrea Doria, le cui finestre danno sul più famoso mercato rionale di Roma, il Trionfale. Fu qui che nacque, più di un secolo fa, la prima associazione italiana di consumatori, fondatore un ragazzo di 25 anni, alto un metro e settanta, magro e con il pizzetto: Vincenzo Dona. Lo conobbi nel corso di un’inchiesta sui prezzi dei prodotti alimentari, che anche allora – 1955! – subivano una lievitazione abnorme nel percorso dalla terra alla tavola.
Mi pareva singolare che in un Paese di individualisti come il nostro, ci fossero dei cittadini organizzati e capaci magari di far valere i loro diritti nella quotidianità, davanti allo sportello del burocrate come al banco del mercato. «Non creda», mi disse Dona nella sede disadorna dell’Unione nazionale consumatori, «l’idea è buona e prima o poi darà i suoi frutti ma gli iscritti, quelli che ci credono, per ora sono pochi». E da sola, in effetti, l’Unc ha vivacchiato per almeno un decennio.
Oggi le associazioni rappresentate nel Consiglio nazionale consumatori e utenti (Cncu) presso il ministero delle Attività produttive, sono addirittura 17 e gli aderenti circa un milione, sempre pochi. La più grossa per numero di soci (oltre 300 mila) è Altroconsumo. Tuttavia, da una ventina d’anni esse hanno acquisito una notevole visibilità grazie alla televisione di servizio (sono stato, posso dirlo, il primo a coinvolgerle) e ad alcune tenaci e vittoriose battaglie. Ma quanto contano realmente?
L’interrogativo avrebbe un’immediata risposta positiva nelle liberalizzazioni promosse dal Governo Prodi: non a caso, il decreto Bersani del 30 giugno 2006 s’intitola “Cittadino-consumatore”, un riconoscimento che ha fatto scomodare l’aggettivo “storico”, al punto che Rosario Trefiletti, segretario della Federconsumatori, ha lanciato la proposta di proclamare il 30 giugno festa nazionale.
Il decreto, infatti, dà spessore e concretezza ad annose richieste delle associazioni. Valgano due soli esempi: 1) la class action, che consente loro di costituirsi parte civile contro un’impresa che ha danneggiato i cittadini (vedi i crac Parmalat, Cirio, i bond argentini); 2) una vera trasparenza bancaria, con la comunicazione diretta e immediata al cliente delle variazioni dei costi dei servizi; se il cliente non le accetta può chiudere il conto a costo zero. 
Ma bisogna dire che il fronte dei consumatori ha ottenuto, sia pure faticosamente, diversi successi molto prima del 30 giugno. Voglio ricordare la lunga polemica con la Telecom per le cosiddette “bollette pazze”; quella con le multinazionali del latte artificiale per il prezzo delle confezioni, superiore in Italia tre volte rispetto al resto d’Europa; e quella con le banche per l’abbattimento dei mutui usurai (2000-2001). Avrà pure un senso, oggi, il fatto che uno dei maggiori istituti di credito italiani, Banca Intesa, abbia istituito dal 26 luglio un tavolo permanente con le 17 sigle dei consumatori per dirimere ogni possibile controversia con i correntisti. È il primo caso in Europa. E non sono forse “conquiste” delle associazioni il bonus di risarcimento per i ritardi dei treni e la carta dei diritti del passeggero per i voli?
Personalmente credo che la stessa creazione delle autorità di controllo, dall’Antitrust al Garante delle comunicazioni a quello dell’energia per citarne alcuni, sia stata frutto del movimento consumeristico nel nostro Paese. Indubbiamente oggi si apre per i consumatori una stagione da veri protagonisti. «Le denunce dei cittadini contro le grandi imprese», ha scritto Federico Rampini su Repubblica, «hanno sostituito la lotta di classe». Le 17 sigle sono diventate interlocutrici del potere centrale alla pari dei partiti, dei sindacati, delle imprese stesse.
>E ciò avviene sulla spinta di una precisa esigenza della base, rivelata da un recente sondaggio d’opinione: il 60% del campione chiede che nella famosa “stanza dei bottoni” di nenniana memoria (il luogo fisico delle decisioni utili alla collettività), i consumatori siano più presenti, appunto contino di più. Tocca ai leader del movimento cogliere il favore del vento. A proposito, fra questi leader – Martinello, Lannutti, Trefiletti, Rienzi, Landi – c’è ancora Vincenzo Dona, 76 anni, anche se ha ceduto lo scettro al figlio Massimiliano, tenace e combattivo come il padre.

Ufficio reclamiI

La signora Maria Teresa Piras di Macomer vuole reclamare, attraverso questa rubrica, per il mancato interessamento di una associazione di consumatori che pure si era schierata contro un medicinale rivelatosi deleterio per molti pazienti. «Sono una delle tante persone danneggiate per aver assunto per due anni l’Arofexx 25 mg Rofecoxib. Ho spedito una e-mail all’Aduc, perché avrebbe fatto causa alla casa farmaceutica per un eventuale risarcimento. Ma a distanza di due anni c’è il silenzio assoluto da parte di questa associazione». 

Ospitando la sua lettera (conservo l’originale), sono certo che l’Aduc, associazione della cui serietà non voglio dubitare, ci farà sapere perché l’azione contro il farmaco sembra essersi fermata. 

Il signor Rinaldo Viganò di Seregno (Mi), è interessato all’installazione di pannelli fotovoltaici con il contributo del 75%. Tanti giornali ne hanno scritto ma «da persone che conosco e da qualche addetto ai lavori, non mi risulta che qualcuno abbia potuto usufruire del contributo». Le domande con richieste di contributo così alte, dice, non vengono nemmeno prese in considerazione. Vorrebbe saperne di più.

Il contributo per l’installazione dei pannelli fotovoltaici è stato erogato dalle Regioni italiane fino al 2005. Le Regioni che avevano aderito all’iniziativa avevano stanziato fondi e tramite bandi avevano offerto, a chi ne avesse fatto richiesta, contributi fino al 75% del costo dell’impianto. Tra queste regioni c’era la Lombardia. Da quest’anno, invece, c’è il “conto energia”: il privato che installa pannelli fotovoltaici può vendere all’ente elettrico nazionale l’energia in eccesso che produce, ricevendo per gli impianti da 1 a 20 kWh una cifra di 0,445 euro al kWh (il normale prezzo medio di acquisto per gli utenti residenziali del kWh è di circa 18 centesimi di euro!). In pratica, si potrà vendere l’energia prodotta a un prezzo pari a circa due volte e mezzo il prezzo a cui poi il gestore stesso la rivende per i scopi privati. I kWh prodotti vengono ulteriormente regalati: il gestore, oltre a pagare i kWh prodotti, li scalerà dalla bolletta del cliente. Il gestore dell’energia dovrà comperare l’energia prodotta per 20 anni al prezzo pattuito all ’inizio. 

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di Antonio Lubrano

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