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Ma l'amor mio non muore...

La crisi del melodramma: pochi fondi dallo Stato ma gli amanti della lirica sono molti e riempiono i teatri

Fra non molto, nel Paese che ha creato il melodramma quattro secoli fa, si racconterà una nuova favola che, come tutte le classiche storie, comincerà così: «C’era una volta...». Sì, c’era una volta l’opera...
Tanto per cominciare il repertorio lirico è pressoché scomparso dai programmi Rai almeno da due anni. Se qualche titolo va ancora in onda, lo sanno solo i telespettatori della notte fonda. Ma il colpo più forte a questo patrimonio culturale così italiano lo ha dato la drastica riduzione delle sovvenzioni statali. Il governo di centrodestra ha tagliato infatti del 28% il Fus, ossia il Fondo unico per lo spettacolo. Dai 465 milioni di euro del 2005 si è passati ai 385 milioni del 2006. Vale a dire 80 milioni in meno e a risentirne maggiormente sono stati gli enti lirici. Di conseguenza cartelloni e allestimenti precari. 

Né il governo di centrosinistra potrà subito mutare sostanzialmente le cose, sebbene il ministro dei Beni culturali, Rutelli, sia riuscito a far reintegrare in parte il Fus. Prima delle elezioni, Romano Prodi dichiarò al Corriere della Sera che il suo obiettivo era di destinare l’1% del Pil a cultura e ambiente. Un buon salto dallo 0,40 % di oggi.
Curiosamente questa situazione di sbando appare in contrasto con quanto avviene d’estate in Italia e nel resto del mondo in ogni stagione. Da noi è il momento innanzitutto dell’Arena di Verona che da fine giugno a fine agosto richiama in 45 serate 500-600.000 spettatori (una media di 13-15.000 a recita).
Il cartellone prevede anche quest’anno titoli di tradizione: Aida di Verdi, Carmen di Bizet, Tosca e Madama Butterfly di Puccini; Cavalleria rusticana di Mascagni e Pagliacci di Leoncavallo, il dittico con cui si è aperta la stagione a spalti strapieni. Alcuni allestimenti sono firmati da Franco Zeffirelli, uno dei più grandi registi lirici viventi.
E poi c’è Caracalla, che da tre anni ha recuperato qualità e pubblico. I suoi 2.700 posti risultano spesso esauriti, grazie alla crescita del movimento turistico straniero a Roma. Un pari interesse circonda lo Sferisterio di Macerata, il Festival di Ravenna e quello pucciniano di Torre del Lago, appuntamenti consolidati che richiamano tanti ospiti stranieri ma soprattutto i giovani, a smentita di quanti sostengono che il melodramma è amato ormai soltanto dai vecchi. «Risultati lusinghieri – nota il critico musicale Pietro Acquafredda – che si conseguono malgrado la programmazione corta. 
All’estero le offerte di un festival si conoscono con un anno d’anticipo. Valga l’esempio di Salisburgo, che quando finisce propone puntualmente il depliant dell’edizione successiva». Da noi invece non è possibile programmare a lungo termine: senza soldi si fa quel che si può e senza certezze si vive alla giornata.
Fuori dai nostri confini il melodramma italiano domina i cartelloni con continuità, sia d’inverno sia d’estate. E sono quasi sempre caratterizzate da successi trionfali le tournée dei nostri teatri, la Scala prima d’ogni altro. A settembre, per esempio, l’Opera di Roma è attesa in Giappone e che cosa proporrà laggiù? Tosca di Puccini e Rigoletto di Verdi. 
In linea più generale non possiamo dimenticare che il cinema attinge spesso le sue colonne sonore dal nostro repertorio lirico. Questo avviene in Germania come in Spagna, in Italia come negli Stati Uniti. Basta citare per tutti Pretty woman, con Julia Roberts e Richard Gere.
Ufficialmente, dunque, la lirica in Italia muore mentre nella realtà l’interesse per il genere si mantiene costante dovunque, grazie a una incoraggiante presenza di giovani dai 18 ai 35 anni. Un fenomeno in controtendenza. A ulteriore dimostrazione soccorrono alcuni episodi. Da poco nominato sottosegretario ai Beni culturali, Vittorio Sgarbi, nell’estate del 2001 cura la regìa (esemplare) di Rigoletto. Ebbene, quando lo spettacolo arriva in piazza del Campo a Siena ci sono 30.000 persone a seguirlo, per lo più ragazzi di ogni Paese. Visto con i miei occhi. 
Nel 2004 Gigi Proietti racconta da par suo, in piazza del Popolo a Roma, il Don Giovanni di Mozart: 80.000 spettatori in larga parte giovani, come lo saranno i 100.000 che l’anno dopo seguiranno Claudio Bisio per il Flauto magico, nello stesso luogo. «Voglia di cultura», ha scritto qualcuno, «come dimostrano del resto le folle delle notti magiche delle grandi città, Milano, Roma, Napoli».
C’è ancora, tutt’altro che trascurabile, il caso di All’Opera!, una trasmissione che ho condotto su Raiuno per sei anni dal 1999 al 2004. In ogni ciclo di dieci puntate erano previsti titoli popolari e qualche titolo meno noto, con una formula semplicissima: in 55 minuti descrivevo con un taglio molto personale la trama di un’opera (che spesso nemmeno i melomani conoscono bene), cadenzando il racconto con le scene più significative e le pagine musicali più importanti. 
Gli ascolti hanno sempre premiato la formula in ogni stagione. Di solito la lirica in tivù non va oltre i 300.000 spettatori, con All’Opera! la platea si è triplicata mediamente, talora superando anche il milione. In una sola sera davanti al piccolo schermo sedevano dunque tanti italiani quanti sono quelli che nel corso di un’intera stagione acquistano biglietti in tutti i teatri d’opera italiani. Anche quando il ciclo televisivo è passato dalla seconda serata alla terza, vale a dire dopo la mezzanotte, la platea è stata pari a quella dell’Arena di Verona in un’estate. Attraverso l’analisi del pubblico si è scoperto che una buona metà era composta da giovani. 
Da tutto questo si evince che un interesse per la lirica c’è ed è persino crescente nelle nuove generazioni, altro che spettacolo per anziani e basta, che non è poi un pubblico di serie B, anzi. Mi pare legittimo pensare che anche qui serpeggi quella “voglia di cultura” di cui parlano non pochi osservatori del costume. 
Bisogna davvero cancellare il melodramma dal panorama italiano? Che strano, se si pensa che siamo un popolo così squisitamente melodrammatico...

I CAPRICCI DELLE UGOLE D'ORO

É vero, mi ha chiesto un lettore, che il melodramma è tuttora il regno dei capricci delle ugole d’oro? 
Un tempo, certamente; oggi credo che i divismi si siano attenuati. Però non più tardi di due mesi fa i giornali hanno registrato il “licenziamento” in tronco di Olga Borodina che ha fatto “i capricci” all’Opera di Vienna. Il noto mezzosoprano russo durante le prove de L’italiana in Algeri di Rossini avrebbe litigato con i coreografi, il direttore d’orchestra e gli orchestrali, al punto di provocare la sua sostituzione. Una trentina d’anni fa una giunonica collega tedesca, di cui le cronache hanno dimenticato il nome, subì in scena la vendetta dei tecnici coi quali aveva litigato alle prove della Salomè di Richard Strauss. Nella scena finale la protagonista deve baciare la bocca del profeta decapitato Giovanni Battista. Lei non voleva vedere la testa insanguinata mentre gli addetti ai lavori propendevano per un certo realismo. Si decise di far arrivare in scena la testa coperta da un panno. Ma quando la cantante sollevò il velo, tra le fragorose risate della platea scoprì sul vassoio una montagna di tramezzini.

Ufficio reclami

 Questa email è forse la più drammatica che ho ricevuto all’indirizzo di Club3 e giunge dopo la pubblicazione della mia inchiesta sull’usura (maggio 2006). La signora, di cui ovviamente si omette il nome, mi scrive «disperata, perché sono indirettamente nelle mani di un usuraio. Dico indirettamente perché il contatto ce l’ha il mio compagno. Siamo stremati dal lavoro e dal correre per coprire tutti gli assegni che sono stati richiesti perché se venissero protestati, oltre che a non darmi più la possibilità di lavorare (ho un negozio d’abbigliamento), rischiamo anche la pelle... Ho tanta paura... Il mio compagno dice di non fare denuncia perché comunque non ci garantirebbero l’incolumità. Ho telefonato al ministero dell’Interno e mi hanno risposto che per fare una denuncia ci vuole solo tanto coraggio ma nessuno mi garantisce che non ci succederà niente. E poi come faccio a fidarmi delle forze dell’ordine quando questa persona (che pratica l’usura) ne è coinvolta? Scusi lo sfogo, ma sono veramente stremata... e ho bisogno di qualcuno che mi dia il coraggio di farlo».
 Cara signora, lei “deve” – mi creda – trovare il coraggio di denunciare il suo strozzino, a maggior ragione se, come lei afferma anche se si stenta a crederlo, fa parte delle forze dell’ordine. Altrimenti non uscirà più – lei e il suo compagno – dalla trappola che le hanno teso. 

  Il signor Gaetano Fradella di Nichelino (Torino) riferendosi alla lettera del signor Gianni Casolo pubblicata in marzo chiede ulteriori chiarimenti sul nuovo decreto legge 192/05 relativo al riscaldamento. «Abito», scrive «in un appartamento nuovo il cui impianto termico, alimentato a gas metano e con potenza nominale del focolare inferiore a 35 kW è stato messo in funzione e collaudato da un tecnico il 24 giugno 2004. In considerazione del fatto che l’ impianto ha solo due anni di anzianità, posso avvalermi della facoltà di fare effettuare sia la pulizia sia il controllo relativo al rendimento, la prima volta nel 2008, la seconda volta nel 2012 e poi ogni due anni?».
Ringrazio il signor Gaetano Fradella per le parole di stima e gli ricordo che il precedentemente citato decreto legislativo 192/2005 ha introdotto alcune novità che riguardano proprio la frequenza con cui effettuare le revisioni di caldaie di potenza inferiore a 35 kW, quelle comunemente installate per uso domestico: se prima del decreto la manutenzione ordinaria andava fatta ogni anno e il controllo del rendimento ogni due, oggi questi controlli avranno scadenza quadriennale per le caldaie nuove (meno di otto anni dall’installazione) e biennale per quelle più vecchie. Insomma, un piccolo risparmio per le famiglie.

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