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Bebè, quanto ci costi!

Nel primo anno di vita, un bambino italiano costa in media alla sua famiglia da 4.600 a 12.000 euro. 
È la cifra più alta tra tutti i Paesi della Comunità europea

Un’idea piccola, semplice ma efficace l’ha avuta qualche tempo fa un parroco di Savona, don Alessandro Capaldi, 43 anni. Poiché nella sua zona le chiese, dice, «sono sempre più vuote, proviamo allora a conoscere meglio i più assidui fedeli, creando un’occasione di incontro». Per i suoi 3.800 parrocchiani, la gran parte di una certa età, si è così inventato due etichette che sembrano attinte pari pari dal linguaggio pubblicitario: l’aperifamiglia e l’aperinonni. Cioè l’aperitivo dopo la Messa.
«Un momento per socializzare, per unire giovani e vecchi, per parlare insieme dei problemi e delle ansie di oggi». Sono pronto a scommettere che in questi giorni, i nonni della parrocchia di don Alessandro Capaldi, come altri nonni d’Italia, all’ora dell’aperitivo discutono del “caro-nipoti”, ovvero della fatica che fanno i loro figli sposati a tirar su i bambini.

Accreditati istituti di ricerca sostengono che il 43% delle famiglie italiane riesce a quadrare il bilancio grazie al contributo del componente più anziano con la sua pensione. E appare dunque comprensibile la preoccupazione dei più vecchi per un fenomeno, il caro-bebè, che colpisce ora i più giovani. Quattro associazioni di consumatori – Adusbef, Federconsumi, Codacons e Adoc – hanno calcolato i costi di un bambino nel primo anno di vita. Cifre pazzesche: da 4.600 a 12.000 euro. Un conto che, fra abbigliamento, accessori, farmaci, visite pediatriche, prodotti di prima necessità, si propone come il più caro d’Europa.
Qualche esempio: i pannolini negli altri Paesi della comunità hanno prezzi rispetto all’Italia inferiori del 40%, gli omogeneizzati e le creme di cereali dal 35 al 60% in meno. Il latte in polvere propone una disparità che non si esita a definire scandalosa. Da noi il prezzo medio è di 39 euro contro i 10 di media in Europa. Le farmacie, per la verità, hanno stipulato un accordo con una casa produttrice tedesca, per cui sono in grado oggi di offrire una confezione a 9 euro, come fa un marchio della Coop.
Resta il fatto che le multinazionali dell’alimento artificiale, pur essendosi impegnate a una riduzione del 30%, peraltro insufficiente ad allineare il prezzo del latte in polvere italiano a quello europeo, tendono a non rispettare l’intesa col ministero della Salute. Perciò nessuno si è sorpreso sei mesi fa della multa di dieci milioni di euro che l’Antitrust ha inflitto ai padroni del mercato.
A dimostrare che la polemica è antica e immarcescibile, valgano due note: a) già cinque anni fa lo stesso organo di garanzia aveva comminato sanzioni per sei miliardi delle vecchie lire alle stesse multinazionali; b) il primo a parlare di questo scandalo fui io, a Mi manda Lubrano.

Un’altra voce del caro-bebè è l’asilo nido. Ce lo dice la recente indagine di un’altra associazione di consumatori, Cittadinanzattiva: una giovane coppia, se non può contare sui nonni, arriva a pagare anche seicento euro al mese in un nido pubblico.
Naturalmente non in tutte le città si tocca una simile vetta. Roma per esempio vanta la retta più bassa, 146 euro, mentre in Lombardia la media è di 390, in Trentino di 410. Sembra che sia questa un’altra conseguenza dei tagli ai contributi statali che i Comuni hanno subito.
E poiché gli asili nido esistenti non bastano a soddisfare le richieste, in molte regioni italiane sta prendendo forma un altro tipo di assistenza, il cosiddetto nido famiglia, definito «un modo nuovo e solidaristico di gestire i figli», perché è gratuito o semigratuito e perché il servizio si svolge in case private. Da un punto all’altro dell’Italia prende nomi diversi: in Valle d’Aosta c’è la “tata familiare”, in Sicilia “le madri di giorno”, in Veneto il “nido integrato”, in Lombardia l’iniziativa prevede il coinvolgimento di almeno un genitore dei bimbi ospitati per cinque ore al giorno.
Tuttavia, la Finanziaria 2006 prevede che le famiglie possano detrarre dall’imposta sul reddito il 19% delle spese sostenute per il 2005 per mandare i figli all’asilo nido, pubblico o privato che sia. Però il tetto massimo è di 632 euro all’anno per ogni figlio, così la detrazione massima sarà di 120 euro. Ben poca cosa, diciamo la verità, ma almeno è un segno di attenzione.

Ufficio reclami

La signora Claudia Alessi di Carano (Tn), tenta il fai da te presso la pompa di benzina della ditta Falconi in via della Libertà a Pordenone. Venti euro. «Non essendomi stato erogato il carburante», mi racconta «ho scritto alla ditta inviando fotocopia ricevuta emessa dal distributore, “credito non utilizzato” e chiedendo ovviamente la restituzione dei 20 euro». Dopo 15 giorni va dai carabinieri a sporgere denuncia. Le telefona allora un rappresentante della ditta, con modi scortesi dice che può solo effettuare un bonifico a sue spese sul suo c/c bancario. «Mi rifiuto e invio un bollettino di conto corrente intestato a “Medici senza frontiere”, proponendo alla ditta Falconi di effettuare il versamento di 20 euro a loro favore. Ci crederà? Nuovo silenzio. Che posso fare?».

Può rivolgersi a un’associazione di consumatori, che sarà lieta di assisterla per una questione di principio.

Il signor Gianni Casolo di Vergiate (Va) ha dei dubbi sui controlli delle caldaie secondo il nuovo decreto legislativo n. 192/05. Riferendosi alle caldaie di potenza inferiore a 35 kw (quelle più diffuse), il decreto ha allungato le scadenze dei controlli: 4 anni per le caldaie che hanno meno di 8 anni e 2 anni per quelle più vecchie. Prima la pulizia a opera di un tecnico specializzato doveva essere fatta ogni anno e il controllo del rendimento ogni due anni. 

Il dubbio di tutti, caso signor Casolo, è sull’utilità del controllo relativo al rendimento.

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Se hai un reclamo, puoi scriverci per raccontare il tuo caso. Ti preghiamo di indicare sempre l’indirizzo per eventuali riscontri e di essere chiaro e conciso nell’esposizione.
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di Antonio Lubrano

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