L’INIZIATIVA
I BAMBINI DI
CERNOBYL

di Mirella Camera
Ospitarli
qualche tempo per decontaminarli: una iniziativa che coinvolge
sempre più famiglie. E anche tanti "nonni"
Un
nugolo di bambini scende dall’aereo e sciama sulla pista dell’aeroporto:
i nuovi, più timidi, si guardano in giro con curiosità e una
certa trepidazione; quelli che ritornano dopo aver già vissuto
l’esperienza italiana non stanno più nella pelle e scalpitano
dietro ai loro accompagnatori. Presto il pullman li porterà
incontro alle "loro" famiglie, dove rimarranno per
cinque lunghe settimane.
Sono i "bambini di Cernobyl" e
vengono in Italia per smaltire un po’ della contaminazione
radioattiva che, dopo il terribile incidente dell’86 al
reattore nucleare, si è impadronita delle loro foreste e dei
loro prati, dell’acqua e dei frutti della terra, degli animali
e degli uomini, delle città e persino dei minerali. I medici
però dicono che, soprattutto per i bambini, basta poco più di
un mese di soggiorno lontano dalle radiazioni, mangiando cibo
non contaminato, per avere una "copertura" che dura
dai sei agli otto mesi. Tutto tempo rubato al lavorìo della
radioattività che predispone i piccoli soprattutto alla
leucemia e al tumore della tiroide, senza contare altre
malattie.
Per questo è nata La Rondine, una
associazione lombarda di semplici cittadini (quasi tutti di
Bollate, in provincia di Milano) i quali, venuti a conoscenza
della possibilità di regalare questo piccolo miracolo ai
bambini bielorussi semplicemente ospitandoli per qualche
settimana, si sono subito organizzati.
«All’inizio eravamo un gruppetto di poche
famiglie», racconta Annamaria Cuttone, una delle fondatrici, «ma
ogni anno siamo cresciuti un po’ di più e ora abbiamo passato
la sessantina. Poter fare qualcosa di concreto per questi bimbi
sfortunati ti dà molto di più di quanto non ti chieda. È una
esperienza che ti riempie di gioia, allarga i tuoi orizzonti, ti
cambia nel modo di guardare le cose».
L’associazione lavora in collaborazione con
la fondazione bielorussa Pro Bambini di Cernobyl di Minsk, la
più importante ong del Paese, che si occupa di selezionare i
bambini anno dopo anno. «L’età va dai 7 ai 14 anni e
cerchiamo di farne arrivare il più possibile, compatibilmente
con le esigenze di chi ospita» dice il presidente Sergio
Bollini. «Nella maggior parte dei casi si tratta di famiglie
con figli, piccoli o grandi; ma ci sono anche coppie giovani
senza figli e diversi nonni. Sono famiglie normalissime dove il
più delle volte lavorano entrambi i genitori e questo dimostra
che non è necessario avere una situazione speciale per poter
ospitare un bambino: basta avere un posto letto e un po’ di
disponibilità a cambiare qualche abitudine».
I bambini arrivano in Italia accompagnati dai
loro insegnanti, che continuano a far loro scuola per tutta la
durata del soggiorno, quindi rimangono fuori casa dalla mattina
presto fino al pomeriggio inoltrato. «Abbiamo fatto un accordo
con la scuola», spiega Annamaria Cuttone, «che mette a
disposizione i locali per le classi dei bambini ospiti. Ma ci
sono anche momenti di scambio e di lavoro insieme e questo
permette ai nostri scolari di conoscere da vicino i coetanei
bielorussi, conoscere la loro situazione e perché vengono qui.
Così si può fare storia, geografia, scienze e amicizia tutt’insieme».

I legami che nascono tra i bambini e le
famiglie italiane rimangono naturalmente anche dopo la partenza:
non solo alcune vanno in Bielorussia a trovarli durante l’anno
(«Per noi siete come lontani parenti», ha detto la mamma di
una bimba ospitata più volte in Italia), ma a volte si
organizzano degli interventi per trarli d’impaccio in
situazioni d’emergenza: per esempio, quando la scuola di un
villaggio era senza il carbone per il riscaldamento.
«La situazione in Bielorussia è precipitata
dopo l’incidente di Cernobyl», continua Cuttone. «L’economia
è agricola e industriale. Ma i prodotti agricoli ora sono in
parte contaminati e comunque nessuno vuole più comprarli;
quanto all’industria, è ferma perché mancano le materie
prime. La campagna si spopola e le prospettive di sviluppo sono
inesistenti, data la situazione. Manca il lavoro, molti sono
malati, gli uomini si deprimono e bevono, nei villaggi la vita
è poverissima. I nostri bambini, che appartengono a tutte le
classi sociali, spesso hanno alle spalle delle situazioni molto
difficili. Per questo, visto che possiamo dare loro un aiuto
prezioso con poco sacrificio, non ce la sentiamo di tirarci
indietro».
Natalia ha undici anni, è vivacissima ed è
il terzo anno consecutivo che viene a fare il soggiorno
sanitario in Italia. «La prima volta ero un po’ preoccupata»,
ricorda Patrizia Tirindelli, 47 anni, di Milano, «non sapevo
come comunicare con lei, visto che la barriera linguistica è
pressoché invalicabile, con quei nomi impronunciabili e scritti
in cirillico. Ma ben presto mi sono accorta che quando si vuole
si riesce a farsi capire benissimo, soprattutto usando il
linguaggio dell’affetto. E poi Natalia ha imparato in fretta
quel po’ d’italiano che le serviva». Il primo anno è il
più delicato, sia per le famiglie, che avendo spesso degli
altri bambini devono essere accorti nel gestire tutti quanti
senza gelosie o scompensi, sia per i piccoli ospiti, che si
trovano catapultati in un mondo molto diverso dal loro, dove il
consumo è ovvio e ci si può perdere tra i giocattoli o fra i
banconi del supermarket. E con la nostalgia di casa come solo un
bimbo può provare. «La prima settimana è cruciale,
soprattutto coi più piccoli; poi prevale la curiosità di un
mondo pieno di cose da scoprire», dice Patrizia Tirindelli; e
Annamaria Cuttone aggiunge: «Dopo la prima esperienza i bambini
sono come rondini che ritornano al nido dell’anno passato: non
hanno più paura, filano dritti nella loro cameretta a cercare
le pantofole, è un piacere riabbracciarli».
Qualcuno teme che, dopo più di un mese
passato ad essere coccolati e un po’ viziati, in una casa dove
possono mangiare quanto vogliono e con persone da cui arrivano
inevitabilmente giocattoli e vestitini nuovi, ritornare a casa
sia ancora più duro. E si domanda: facciamo il loro bene? «È
una grossa stupidaggine», taglia corto Segio Bollini, «i
bambini vengono in Italia per decontaminarsi e questo è un bene
indubbio innanzi tutto per la loro salute. Quanto ai giocattoli
e al resto, le famiglie sanno benissimo che devono comportarsi
con misura, proprio conoscendo la situazione d’origine.
Inoltre stanno a scuola quasi tutto il giorno, quindi vivono la
famiglia a piccole dosi, come una base accogliente dove si
trovano bene e scoprono tante cose nuove, ma non di più. Per
loro è come una vacanza, sanno benissimo che a casa non
troveranno la carne tutti i giorni e nemmeno la pizza e i
cartoni alla Tv. Ma rimane sempre la loro terra, dove ritrovano
gli affetti. Chi fa questa domanda, forse, cerca solo un alibi
per non farsi coinvolgere».
Mirella Camera