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Club 3 n. 10 ottobre 2001 - Home Page

 
  


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SCRITTORI DEL NOSTRO TEMPO
    

Il musicista delle parole

   
di Daniela Bolsi
  

Vincenzo Consolo, interprete creativo di lingua e letteratura siciliane

Fuga dalla ragione per amore

Pubblicato quattordici anni fa, il romanzo di Vincenzo Consolo Retablo (Mondadori) mantiene intatta tutta la sua carica dirompente. Al punto che è appena stato trasposto per il teatro da Ugo Ronfani per lo Stabile di Catania (interpreti Pino Micol, Mariella Lo Giudice e Maurizio Gueli, regia di Daniela Ardini). Testo contraddistinto dalla ricerca linguistica, storia picaresca di un viaggio iniziatico attraverso la Sicilia del ’700 compiuto dal nobile Fabrizio Clerici, in fuga dalla Milano illuminista per delusione d’amore e dall’ex frate Isidoro, travolto dalla passione, la vicenda è densa di avventure. «Fabrizio abbandona la troppo razionale Milano» spiega Consolo «per scoprire altre zone d’esistenza che l’ideologia di solito lascia fuori dalla vita: amore, sentimenti, disperazione. Strada facendo s’impatta in questo monachello che fa irrompere con forza i sentimenti nel suo quotidiano». E nasce un’altra storia.

Lo sguardo acceso e profondo richiama l’intensità della sua terra d’origine. Il tono pacato della voce sottolinea le frasi e le porge con umiltà. Vincenzo Consolo si muove con leggerezza nella sua luminosa casa piena di libri, che vivono un po’ ovunque nel salotto: oltre che nell’ampia libreria, impilati sul tavolino e sulla scrivania. «Mia moglie dice che ce ne sono troppi in giro, ma...» e lo sguardo li accarezza con la passione del lettore incallito che non rinuncia a un amore segreto.

La moglie, chiamata in causa, si avvicina per chiedergli qualcosa. Lui la guarda con malcelato affetto e aria apparentemente burbera. «Meglio che torni di là, che qui dobbiamo fare l’intervista...» e mentre lei si allontana, per sottolineare ulteriormente il messaggio, con una velatura ironica nella voce e gli occhi che ridono: «Questa donna chiacchiera sempre... Donna, muta devi stare!».

Dopo l’invito tipicamente siciliano alla consorte è pronto per raccontare i suoi esordi con la scrittura: «Nel 1952 - racconta - ero a Milano, studente di Giurisprudenza presso la Cattolica. Era una città ancora ferita dalla guerra, alle prese con i problemi di un Paese in ricostruzione. Conservava però un’anima, ormai scomparsa, generosa, popolare, ironica. Mi ricordo ancora la pensione vicino alla Basilica di Sant’Ambrogio, in cui ho vissuto per un anno, della signorina Colombo che parlava solo in dialetto milanese. Un personaggio d’epoca in quella piazza dei destini incrociati dove si incontravano molti meridionali come me. Mi ricordo il Coi, il centro d’orientamento per gli emigranti che arrivavano con treni speciali alla stazione Centrale: masse di braccianti destinati in Francia, in Svizzera, nelle miniere di carbone del Belgio».

Il giovane Consolo ha compagni di studio particolari: «Ho studiato con i fratelli Prodi e De Rita, con Gerardo Bianco. In Via Nirone, da un lato c’eravamo noi, studentelli privilegiati, dall’altro il compaesano che, emigrato a 19 anni, vestiva la divisa da poliziotto. Si andava formando una mappa dei nuovi destini degli italiani, in quella Milano. Una realtà che mi ha segnato molto: vedevo sui muri le lapidi dei giovani partigiani che si erano sacrificati per la libertà, osservavo sfilare i cortei per il 25 aprile che festeggiavano la neonata Repubblica. Tutte cose che in Sicilia, non esistevano. In quegli anni decisi di scrivere, una passione coltivata da tempo. E in Sicilia sono tornato proprio per fare lo scrittore».

Un tradimento, allora. Necessario come molti tradimenti portati a termine per seguire la propria strada, dare voce a una vocazione segreta: «Tradii le aspettative di mio padre che mi voleva avvocato; non feci il concorso in magistratura. Andai a insegnare Diritto ed Educazione Civica nelle scuole di agraria in montagna, nella mia zona, vicino a Sant’Agata di Militello, tra Palermo e Messina. Volevo conoscere la realtà contadina di questi paesi medievali che sembravano non sfiorati dalla storia. Ho insegnato per cinque anni e intanto quella realtà si frantumava sotto i miei occhi. Il destino dei miei studenti, ottenuto il diploma in agraria, era l’emigrazione. Il mondo contadino era finito e non era più possibile insegnare». La disillusione del giovane Consolo non è però disgiunta dall’amore per una scrittura intesa come testimonianza, come lui stesso racconta. «Più che letteraria, storico-sociale. Avevo il forte desiderio di raccontare la storia della gente umile, senza voce per parlare. Scrissi allora il mio primo libro, Ferite dell’aprile. Raccontavo la Sicilia del secondo dopoguerra, la strage di Portella della Ginestra, la ricomposizione della vita politica sotto forma di un memoriale: la realtà vista con gli occhi di un adolescente». Due anni dopo l’invio del manoscritto del giovane esordiente, Vittorio Sereni, direttore per Mondadori della collana Il Tornasole, gli manda una lettera di accettazione. Il libro esce nel 1963 e subito il giovane scrittore rivela un carattere non facile agli accomodamenti: «Il fatto è - e a Consolo al ricordo brillano gli occhi di divertimento - che anche se a quel tempo l’industria culturale era più accessibile, mi sono ribellato alle prime richieste dell’editore. Che voleva introdurre un glossario per rendere più comprensibili certe parole. Io ho tenuto duro e ancora adesso mi dico: ho fatto bene. Perché la mia idea di scrittura era quella di rompere il codice linguistico tradizionale per innestarvi le voci che discendono dalle nostre radici greche, spagnole, arabe».

L’innesto, tecnica adottata dallo scrittore. Che richiama la realtà complessa della sua Sicilia, da lui tanto amata quanto criticata nei suoi colpevoli immobilismi. Chiedergli le caratteristiche della sua scrittura equivale a scoprire un uomo curioso, entusiasta, attento alle radici culturali della sua terra d’origine quanto alla necessità di sperimentazione e cambiamento.

«Che cosa vuol dire per me innestare parole? Reperire vocaboli nei giacimenti linguistici e innestarli in una dignità filologica. Ho il gusto di aprire le parole, di non riceverle come materiali inerti. Il loro suono è il loro significato. Prendiamo la siciliana calasìa, che deriva dal greco kalòs. Visto come suona bene? Organizzo in prosa una scrittura che si avvicina a una forma poetica».

Certo non è facile seguire questa strada nella realtà italiana, dove si legge poco e i libri che hanno successo sono best seller. Lo scrittore lo sa e proprio per questo ha seguito un percorso diverso.

«Oggi il romanzo tradizionale non è più praticabile. Per me invece tutto è concentrato nel ritmo, suono, racconto, frase, nel significato delle valenze sonore delle parole. Il movimento è dal lettore verso lo scrittore e non viceversa. Quindi, i libri non devono puntare a essere dei best seller, ma cercare di seguire il destino della poesia. Vale a dire essere letti da pochi volenterosi e non avere una diffusione planetaria. Nella nostra realtà in cui domina la comunicazione legata ai mamedia, i libri che hanno successo ne rispecchiano lo stile e il linguaggio».

La signora Consolo è tornata in salotto e comunica la sua presenza spostando oggetti e osservando il marito. Lui la segue di nascosto con gli occhi e modula il ritmo delle sue risposte sui suoi movimenti. Quel giovane esordiente cosa ha fatto dopo la pubblicazione del suo primo libro? Dopo l’esperienza siciliana, decide che è giunto il momento di tornare a Milano.

«Vi ho trovato un processo di industrializzazione e inurbamento di massa. La sfida per me era quella di raccontare la grande trasformazione italiana che vedevo con i miei occhi. L’ho fatto col giornalismo. A quell’epoca infatti scrivevo per varie testate, tra cui Il Tempo Illustrato. Ho vissuto il ’68 a Milano e mi sono trovato spiazzato di fronte agli eventi. Quindi ho deciso, nel mio secondo romanzo, Il Sorriso dell’ignoto marinario, scritto tredici anni dopo il primo, di descrivere l’esperienza milanese attraverso la metafora storica. Così, mentre racconto lo sbarco di Garibaldi in Sicilia nel 1860, parlo delle grandi attese di cambiamento e di rinnovamento culturale, delle aspettative dei giovani del ’68, ma anche delle contraddizioni di un’utopia, delle disillusioni della speranza di una vera equità sociale».

Ecco allora due epoche storiche così lontane che si rispecchiano nella scrittura; ecco due luoghi, Milano e la Sicilia, che si incontrano. Un rapporto, quello di Consolo con la sua terra d’origine, intriso di ricordi, umori, personaggi. Come l’amicizia con Sciascia, conosciuto dopo la pubblicazione del suo primo libro, diventato nel tempo un amico e un compagno di scoperte: «Facevamo insieme delle peregrinazioni in lungo e in largo per la Sicilia, per coglierne i diversi aspetti. Io riconoscevo il grosso debito che avevo nei suoi confronti, anche se sentivo la necessità di allontanarmi dal suo stile di scrittura. Lui, oltre che un grande scrittore, era un uomo straordinario, incuriosito da tutto, di grande intelligenza, tolleranza e bontà. Sapeva descrivere la nostra terra in modo ineguagliabile».

Un legame forte, quello che i siciliani sentono con le loro radici che Consolo, a dispetto degli anni vissuti a Milano, città che ama molto, sente imperioso nel sangue. Basta vedere come si illumina parlando della sua terra e con quale forza è capace d’indignarsi di fronte ai suoi aspetti negativi: «Quello che non amo della Sicilia, e lo dico con chiarezza è il fatto che sia un’isola sempre in attesa del padrone. Dove si riconoscono solo i rapporti personali basati sul favore. Ecco perché Forza Italia, nelle ultime elezioni, ha fatto il pieno di voti, da noi. Il siciliano per la sua storia non ha mai creduto al suo essere cittadino, al suo far parte della società.

Ha sempre pensato in termini individualistici. Famiglia e individualità sono le sue parole d’ordine. Stato e società per lui non esistono. Cancellando la coscienza di un possibile sviluppo comune, rimane solo il servilismo. Esistono ancora feudatari e baroni, sopraffazione e negazione dei diritti del cittadino. Purtroppo questa mentalità è così radicata nei siciliani che non vedo possibili cambiamenti».

Mai come oggi però si parla tanto di globalizzazione, apparente cambiamento rispetto ai particolarismi e alle chiusure territoriali. In una realtà complicata, multirazziale, in cui tante culture e scritture sono a contatto, quale futuro ci può aspettare?

La riflessione dello scrittore è come al solito razionale e appassionata: «Parliamo tanto di globalizzazione e non abbiamo ancora capito che può essere un rischio, se intesa come cancellazione di ogni identità culturale e linguistica, ignoranza dell’altro che spinge verso la chiusura e la regressione. Sono attratto dagli incroci culturali, da quel particolare percorso di chi emigra nel nostro Paese e cerca di salvare le proprie radici, sviluppando una lingua e una scrittura, e quindi una cultura frutto di nuovi percorsi. Amo scrittori che appartengono a forme letterarie e a mondi diversi dai nostri, come il Maghreb o l’America Latina. Mi piace scoprire nuovi talenti cileni, argentini, oltre a quelli famosi che prediligo, Marquez, Sépulveda, Paz. Ho letto Yuris Tavfik che ne La straniera parla di una Torino d’oggi, degli immigrati, partendo dalle forme narrative del suo Paese. È questa la nuova linfa vitale che deve scorrere nelle nostre vene letterarie, per aprirci le teste e i cuori».

Daniela Bolsi
    

COME UN ULISSE TRA I MARI DELLA SCRITTURA

Vincenzo Consolo è scrittore noto per la sua prosa ricercata, intessuta di riferimenti linguistici che traggono forza dalle radici culturali della terra siciliana. La critica, per la sua ricerca di uno stile di scrittura non facile, ma ricco di richiami culturali, l’ha paragonato a Carlo Emilio Gadda. Nato nel 1933 a Sant’Agata di Militello, esordisce a trent’anni con Ferite dell’aprile; seguono nel 1976 Il sorriso dell’ignoto marinaio, nel 1985 Lunaria. Retablo è del 1987. Tra gli altri, ricordiamo Nottetempo, casa per casa (premio Strega e Grinzane Cavour) del 1992 ;due anni dopo scrive L’olivo e l’olivastro. Gli ultimi testi sono Lo spasimo di Palermo (1998) e Di qua dal faro (1999). Attualmente Consolo, oltre al progetto di un romanzo storico, sta completando la riduzione in prosa, per Einaudi, dell’Odissea, affiancata alla traduzione in endecasillabi di Giovanna Bemporad. «Un lavoro che mi affascina» dichiara «perché richiede la giusta attenzione linguistica a un grande poema».