|
Zitti zitti, piano piano: si cambia
Quando si rimette in gioco la propria vita, magari attraverso comportamenti nuovi e opposti a quelli di sempre, la discrezione e il silenzio possono diventare più dirompenti di qualsiasi gesto plateale
Poche settimane fa ero in giro per le strade di una città siciliana, in attesa di tenere un paio di conferenze, quando mi sono imbattuto in un vistoso manifesto “sacro”. C’era scritto che presso il locale duomo una ex pornostar avrebbe presentato ai fedeli la testimonianza della propria conversione. Credo di poter comprendere le ragioni, quali che siano, di questa signorina e non mi sembra neppure il caso di contestarne la buonafede, e poi ognuno di noi dovrebbe poter contare sulla possibilità di un “ricominciamento assoluto”, capace di liberarlo da un’identità compromessa o mal tollerata, per trasferirlo in uno spazio dotato di confini diversi.
La vita diverrebbe una gabbia insopportabile e nulla crescerebbe se si impedisse alle persone di cambiare lo stato attuale, in cui si sono venute a trovare per scelte avventate oppure per circostanze sfavorevoli di cui non portano responsabilità alcuna. Persino nell’infinitamente piccolo le cose funzionano più o meno alla stessa maniera: quando una particella cambia il proprio stato o la propria posizione mette in gioco anche gli equilibri energetici intorno a sé.
Ogni cambiamento, infatti, sposta pacchetti di energia, apre finestre, mostra prospettive che rendono l’esistenza interessante e significativa. Proprio nella città in cui mi trovavo, la stessa in cui si sarebbe tenuta la testimonianza di cui sopra, mi avevano incuriosito alcune fotografie di inizio Novecento esposte in una vetrina, le quali, oltre a mostrare scorci urbanistici di pregio, immortalavano anonimi individui di cui oramai si sarà persa anche la memoria.
Pensavo che quelle vite avevano lasciato una traccia sulla lastra fotografica da cui erano state tratte le foto che adesso avevo sotto gli occhi, ma consideravo l’esistenza di tracce ulteriori, assai più importanti e nascoste, capaci comunque di rendere evidente la scia del nostro passaggio. Si tratta proprio dei nostri cambiamenti, quelli veri e duraturi, capaci di misurare la differenza tra quanto ricevuto all’inizio del cammino e quanto restituito in vista dell’arrivo o addirittura sulla linea del traguardo, dal momento che la contabilità, ci dicono, viene chiusa solo all’ultimissimo istante.
Credo, detto da laico privo di competenze teologiche precise, che fosse questo ciò che tentava di far comprendere ai propri servi l’esigente padrone della parabola dei talenti. Mettersi in gioco, arrischiarsi, per dare modo alla realtà di palesare possibili sentieri alternativi, che poi diventino accessibili a chi vuole. Al contrario, tutto ciò che non produce movimento degrada, disperde la propria essenza, tradendo in qualche modo la stessa ragione per la quale esiste.
Naturalmente, il movimento di cui stiamo parlando non si deve identificare solo con un semplice volteggiare nello spazio; anche un corpo immobile può generare effetti dinamici attraverso l’intelligenza e i sentimenti. Anzi, sovente, ciò che è discreto e nascosto può essere assai più dirompente di quanto possa apparire a uno sguardo frettoloso un’ampia e plateale escursione. Un paradosso, forse, ma solo apparente, ove si consideri l’apporto decisivo del silenzio in talune circostanze, al pari delle pause su un pentagramma. Le pause, sul pentagramma, sono come la cifra zero in matematica. Decisive.
Forse, per questo, gli eccessi di entusiasmo dei convertiti, sia nella religione sia nella politica, talvolta possono indurre qualche giustificato fastidio, soprattutto quando chi cambia casacca cerca di presentare le nuove convinzioni con il medesimo vigore con cui presentava quelle abbandonate, senza concedersi neppure il periodo di riflessione, necessario e forse anche doveroso, tra il prima e l’adesso.
È vero che i centurioni folgorati sono piuttosto scenografici e fanno audience, ma rimangono sempre preferibili, per efficacia e coerenza, quei capolavori di discrezione che punteggiano l’esistenza di tanti individui senza notorietà, come quelli che apparivano nelle foto color seppia esposti nella vetrina di prima, e ci fanno sperare che la pratica degli effetti speciali, opportuna nelle pellicole cinematografiche, non finirà per invadere anche spazi che, per loro natura, amano i sussurri o, meglio, i silenzi.
|
|