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Il chiasso e il silenzio
Dove passa “sorella morte” passa anche il mistero: è quindi naturale il riserbo. Ma non quando, per un gioco perverso, diventa solo un pretesto per emozionarsi: allora è uno spettacolo squallido

Stamattina sono andato al funerale del mio amico Leonardo, da tempo non partecipavo a un “accompagnamento”. Tutti in fila dietro al feretro. Il parroco in testa a recitare preghiere per la circostanza. Il sacrestano, mani protese in avanti, portava la croce come uno stendardo, quasi come un trofeo. Il passaggio di un funerale produce un riflesso deformante sulle attività umane. Le rallenta e attutisce anche i rumori, ovattandoli. Pacifica. Anche il nostro corteo funebre generava questo singolare effetto, e tutto sembrava fermarsi, spontaneamente però, senza che nessuno alzasse un dito per determinarlo. 
Persino i cani, anche i più malandrini, avevano smesso di abbaiare. Un lupo grande e grosso, invece di ringhiare, com’è abituato a fare quanto qualcuno transita davanti al suo marciapiedi, stava quieto, quasi deferente, a gambe larghe e testa bassa. Forse avvertiva la presenza di quell’ospite autorevole che tutti percepivamo. «I cani stessi, accovacciati, abbassan gli occhi, non han latrati». Questo faceva cantare Vincenzo Bellini ai valligiani terrorizzati dalle gesta notturne di uno spettro, in realtà solo una fanciulla sonnambula. 
Adesso lo spettro c’era davvero, davanti ai nostri occhi, accanto alla bara di Leonardo. La morte. Ci precedevano, entrambi, ma solo di qualche passo, perché, sulla scala dell’eternità, lo spazio che separa la dipartita di individui che vivono nello stesso secolo, forse non viene neppure registrato. Troppo piccolo per potere essere misurato con i righelli e le clessidre che regolano l’accadere dell’Universo. Tutti coloro che partecipano a un funerale sono a contatto col defunto, fanno parte del suo tempo. Non può esserci spazio tra l’uno e gli altri. 

Anche il mondo prepotente della meccanica più muscolare, quello delle automobili e dei Tir, si fermava dietro di noi. Niente clacson, niente chiasso e nemmeno, così sembrava, impazienza, malgrado la lentezza esasperante della nostra andatura. La morte, sorprendentemente, riusciva a imporre i propri ritmi alla vita. Che stranezza. Ma forse non è poi così sorprendente, in fondo è sempre la morte a imporre i ritmi alla vita, determinandone prima di tutto l’estensione, ossia la durata e, quello che più conta, la velocità. È la morte quella misteriosa materia oscura che genera costanti turbolenze nel campo gravitazionale in cui è immersa la vita degli uomini. 
La vita, sotto l’influenza della morte, accelera in modo parossistico, come se non volesse essere raggiunta e ghermita. La paura della morte, quando non produce paralisi, ispira un attivismo esasperato. Se corro non penso. Chissà se dietro l’incessante agitarsi di molti di noi, non vi siano fobie di morte. A me parrebbe di sì. L’uomo e la morte, avvinghiati in una lotta intima e serrata di cui nessuno vuole parlare, neppure quelli che per fede non dovrebbero temerla e invece si agitano scompostamente quando qualcuno ne evoca la presenza, in modo troppo diretto e fuori dai loro schemi. 

Mentre accompagnavamo Leonardo, alla medesima ora, più a Oriente si muoveva un altro corteo funebre, di diversa consistenza mediatica. In Friuli, una signorina, un tempo bellissima, si era addormentata per sempre, dopo 17 anni di coma, scivolando verso l’abisso, oltre le mani protese dei genitori. Chissà per quanti giorni essi avevano sperato di riportarla da questa parte del confine... 
Molti dicono di capire quei genitori, ma sono parole, soprattutto quelle pronunciate da chi genitore non è. I più zelanti si sono forse dimenticati che quella creatura era stata chiamata alla vita proprio da mamma e papà. Non certo per farle del male. Sembrava che tutti la reclamassero, la ragazza, ma sono attimi, emozioni. Il nostro Paese adora emozionarsi, è la ragione delle sue fortune ma anche dei suoi attuali guai. Microfoni accesi e taccuini da riempire eccitano più della polverina del sabato sera, per tanti la realtà si trasforma in un colossale videogioco, dove si prende partito come sugli spalti del Colosseo. 
Tanto i leoni morsicano gli altri.
Eravamo sereni, nella pancia del corteo funebre, come ciclisti che si riparano dalle folate di vento gelido di tramontana. La morte incute rispetto e tiene lontani i disturbatori. Ci sentivamo, mentre si accompagnava il nostro amico nell’ultimo viaggio, dentro una sorta di bolla spazio temporale e sembrava che in quella nicchia nessuno potesse minacciarci o semplicemente raggiungerci. Strano a dirsi, ma era proprio lei, la morte, a proteggerci, essendo rimasta l’ultima sentinella in grado di farsi obbedire. 



IN ARMONIA
di Domenico Barrilà

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