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Il rispetto non si compra
Il sentimento delle persone non si può acquistare e l’avidità è una malattia. Non ce n’è mai abbastanza nei loro forzieri, manca sempre qualcosa. E questo è un segno evidente della solitudine di molti
Avrà avuto pressappoco sessantacinque anni, la signora, e consumava la sua merenda con classe innegabile, mentre il treno procedeva a velocità moderata. È una vera fortuna che i treni non siano veloci come gli aerei. Se vai da Milano a Roma in aereo, non fai neppure in tempo a chiedere l’ora al tuo vicino di posto che sei già arrivato, senza contare che di solito lui, il vicino, è immerso nella lettura di documenti importantissimi e nemmeno ti sfiora con lo sguardo. Forse, proprio per timore che tu gli possa chiedere l’ora e attaccare bottone.
In treno è diverso, l’etichetta si applica saltando interi capitoli. Ci somiglia di più il treno, forse perché tiene le ruote per terra. Guai se i treni filassero come gli aerei, addio quattro chiacchiere con chi si conosce da mezz’ora e che, incoraggiato dal comune destino di viaggiatore, dice cose che non direbbe neppure al suo migliore amico.
A giudicare dagli aromi, la signora stava mangiando del pesce fritto, di gusto e sempre con classe. Il portavivande sembrava un oggetto di design, come il suo abbigliamento. Vicino a me, un giovane tornitore, reduce da un corso di perfezionamento su una macchina a controllo numerico, un tornio computerizzato, parlava di politica, l’argomento più gettonato in treno, persino prima dei ritardi dei convogli e delle toilette in disordine.
Frattanto la signora, ultimato il frugale pasto, si strofinava delicatamente le mani, per nettarle da ogni residuo di cibo, fosse anche una briciola. Stava per dire la sua. Capisci subito quando un viaggiatore sta per inserirsi nel dibattito, esistono segnali anticipatori, sorrisetti di assenso, espressioni di complicità. I viaggiatori sembrano sempre d’accordo su tutto, quasi su tutto. Ci sono anche quelli che non sono d’accordo, una minoranza, di solito si mettono nell’angolo e tacciono oppure sospirano profondamente che sembrano in preda a un attacco respiratorio.
Era una donna interessante, la signora. Pacata, femminile, elegante nei gesti. Si capiva che faceva un lavoro di un certo livello, la schisceta era una conseguenza del part time. Se avesse pranzato fuori avrebbe perso il treno, quindi usava il tragitto per consumare il suo pasto. «La gente vota secondo le convenienze», ammonì, rivolta al giovane tornitore che parlava dei propri dubbi a proposito delle imminenti elezioni. Poi incalzò: «L’amministratore delegato di cui sono la segretaria personale cambia orientamento a ogni elezione e ogni volta sembra convinto delle proprie idee. In realtà è un grande opportunista». Mentre rifiniva la pulizia delle mani con una salviettina umidificata, venne l’affondo: «Ero andata in pensione, ma lui si fidava solo di me per curare cose personali di una certa riservatezza, così mi propose un contratto di collaborazione, che ho accettato. In quei giorni era arrivata la sua gratifica annuale, un pozzo di danaro, dieci milioni e duecentomila euro.
Per i dipendenti della direzione non era previsto nessun premio, così la signora azzardò: «Dottore, distribuiamo almeno i duecentomila euro ai suoi collaboratori, in fondo il risultato che le ha consentito di essere gratificato lo dobbiamo soprattutto a loro». La guardò con aria di disprezzo e scandì bene: «Non mi faccia pentire della fiducia che le ho concesso in questi anni». Un’insospettabile avidità.
L’episodio è autentico, anche i protagonisti lo sono, la civilissima signora e il suo amministratore delegato, a cui la miserevole esibizione di avidità è costata la stima della segretaria. Come dice la pubblicità, per tutto il resto c’è la carta di credito, ma il rispetto delle persone non lo puoi comperare. L’avidità è una vera malattia, riflesso di un meccanismo che agisce a quote difficili da raggiungere, spingendoci sulle tracce di sicurezze che non esistono o non rassicurano per niente.
Non c’è mai abbastanza nei forzieri degli avidi, manca sempre qualcosa, ma non può che essere così perché è il meccanismo regolatore che si è rotto, come succede a quelle viti che non si avvitano mai, per quanta foga ci si possa mettere con il cacciavite. In tarda età è anche peggio degli acciacchi, perché attaccarsi al danaro, agli oggetti e al potere, può dare l’illusione di possedere ciò che sfugge, a cominciare dalla vita, anche quella degli altri, che si vorrebbe tenere avvinta nei tremolanti ma tenaci artigli degli ultimi tempi. C’è un rovinoso eccesso di noi stessi, nell’avidità, e anche un rovinoso eccesso di solitudine.
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