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La scuola che non comunica
Il male oscuro della scuola italiana è nella diffusa stanchezza educativa. Le tre componenti, ragazzi, famiglie, docenti, credono troppo poco in se stesse. Inoltre non c’è osmosi, si parla poco e ci si fida poco
Possiamo dirci con serenità: di questa scuola dei nostri figli o dei nostri nipoti non siamo affatto soddisfatti. E ora che il ministro competente si appresta, se la campagna elettorale le sarà favorevole, a lasciare il Ministero di viale Trastevere per Palazzo Marino, sede del sindaco di Milano, possiamo riconoscere, da sinistra come da destra, che sarebbe irrealistico dare tutta la colpa del cattivo stato dell’istruzione alla Riforma Moratti. In qualche punto la nuova legge di sistema ha tentato (con poco successo per resistenze ideologiche e corporative) di rimettere ordine. Tutto il percorso dell’istruzione e formazione professionale è rimasto senza nuove norme per la mancata volontà delle Regioni di segnare le nuove linee che la Costituzione affida loro. <EM>L’intera macchina nel secondo ciclo si va licealizzando. E ci sono licei di serie A, di B e di serie C. In testa alla piramide culturale e sociale resta il liceo classico. Si accentua una differenza di dignità globale negli studi che è antistorica e antieconomica.
L’Europa va in senso opposto e i nostri ragazzi che in Europa devono competere pagano costi notevoli di disuguaglianza nei punti di partenza delle professioni. Il futuro ha bisogno di quadri, di tecnici di qualità, che l’Italia non forma a sufficienza. La formula delle lauree brevi in parte si è sfarinata in un’enorme stampatrice di titoli per professori e “dottori in qualcosa”.
Ma altri sono i punti più dolenti. Ne segnaliamo due: la povertà delle competenze linguistiche e matematiche, non a livello europeo; il metabolismo quotidiano degli studi, assillato da assenteismo e abbandoni. Non si riesce a stabilire un rapporto soddisfacente fra la fatica e il calendario. Quest’ultimo è lungo e interrotto nell’estate per troppo tempo, con una pausa che nuoce sia ai contenuti sia alle famiglie. C’è scompenso fra i numeri del corpo docente e la resa dell’apprendimento, che è mediocre nella media degli studenti.
La scuola stenta anche a mantenere il passo con le trasformazioni tecnologiche. Patisce quasi inerte la concorrenza della televisione che ruba molte ore al giorno a ciascun ragazzo, proponendogli informazioni, modelli e disvalori estranei allo schema didattico. È un confronto impari. Ma l’assedio è multimediale. La presenza del cellulare in classe, formalmente esclusa, è di fatto invadente, sottobanco corrono gli sms, i ragazzini si scambiano amenità e informazioni mentre il professore si sgola. Poi c’è il Gameboy, gli scolari giocano durante le ore di insegnamento, e ci sono gli iPod con auricolari invisibili per ascoltare musica al posto delle lezioni. Aggiungete al panorama elettronico la variante di piccole minoranze violente, è il microteppismo scolastico che riempie le cronache. Altro tema è l’impegno politico e parapolitico, le occupazioni non sempre democraticamente decise, i cortei, molto tempo sottratto alla normalità del calendario.
Il quadro non è lieto, i docenti hanno molte ragioni, economiche e normative, di scontentezza. Le famiglie sentono, rimbalzata anche sui costi scolastici, la pessima congiuntura. Eppure non è neanche qui, in questo elenco di doglianze, il male oscuro della scuola italiana. È nella diffusa stanchezza educativa. Le tre componenti, ragazzi, famiglie, docenti, credono troppo poco in se stesse. Inoltre scarseggia la comunicabilità, non c’è osmosi, si parla poco e ci si fida poco. Soprattutto si resta bloccati in relazioni inefficaci.
I più intelligenti fra gli esperti di psicologia dell’età evolutiva avvertono: non si riesce a prendere consapevolezza dell’importanza crescente del gruppo, che è il vero protagonista della nuova adolescenza. Gruppo non vuol dire, grazie a Dio, quasi mai branco, ma questa aggregazione c’è e incide, anche se la scuola e la famiglia non ne sanno nulla. Un servizio pubblico che non ha sufficiente nozione dei propri utenti, è inefficiente per definizione. C’è una estraneità di fondo che si fa drammatica negli episodi di cronaca. Quando la disfunzione della scuola si trasforma in dramma, sia il teppismo sia la droga, ci si sorprende. Perché non si sapeva.

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