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Indolenza sociale, rischio italiano
Chi dice che bere a canna non va bene, deve essere il primo a usare il bicchiere. Allo stesso modo, per creare coesione sociale, chi governa deve proporre esempi virtuosi di comportamento, anche personale
Nel corso di un dibattito, una mamma mi chiede se non è proprio il cattivo esempio proveniente dalla politica a rendere più complicati gli sforzi educativi di famiglia e scuola. Una domanda ricorrente, a prescindere dalle coalizioni che guidano il Paese. Le ho risposto con un episodio riferitomi da un giovanotto, deluso dal comportamento del padre. I motivi di tale delusione potrebbero sembrare futili, ma non lo sono, se è vero che ne è uscito compromesso il rapporto tra genitore e figlio: «Mio padre ci ha tormentato l’infanzia e l’adolescenza con le sue prescrizioni, in particolare era vietato bere a canna. Un divieto condivisibile, sebbene lui ne facesse una questione di Stato. L’altra sera avevamo mangiato la pizza, che a me fa venire sete, verso mezzanotte sono sceso a bere e lo trovo con la bottiglia incollata alle labbra che beveva a canna. Invece di chiedermi scusa si è arrabbiato. Mi sono sentito tradito, per me era scontato che lui praticasse la stessa regola che impartiva così rigidamente a noi».
L’episodio dimostra che un rapporto fiduciario tra chi governa un qualunque gruppo sociale e, diciamo così, i sottoposti, può diventare impresa ardua, se i comportamenti personali della guida contraddicono gli obiettivi virtuosi che essa si affanna a indicare ai cittadini.
Che sia di destra o di sinistra, contraddizioni troppo vistose nella leadership influenzano i sentimenti e il modo di agire della cittadinanza ma, quello che è peggio, minano la coesione sociale, ingrediente basilare per un grande Paese. Ci sono almeno un paio di modi utili a migliorare la coesione sociale. Da una parte individuando un nemico esterno: se stanno arrivando i marziani e qualcuno ci dice che sono mossi da intenzioni bellicose, l’istinto suggerisce che è meglio smetterla di litigare coi vicini di casa e rivolgere l’attenzione verso i forestieri cattivi. L’espediente del “nemico esterno” è una specialità di bassa cucina, “servita” per lo più dai dittatori del Terzo mondo. L’altra strada per creare coesione sociale passa attraverso la personale virtù dei governanti. In un sistema sociale complesso, com’è una nazione, molti, per restare nella metafora, sarebbero disposti a non bere a canna, se solo la guida che lo propone rispettasse questa regola. I comportamenti personali, se coerenti, rappresentano l’elemento che conferisce forza e credibilità all’azione politica.
Ovviamente questo vale per coloro che ricoprono un qualche incarico pubblico, mentre rimane una questione privata negli altri casi. Se un’imprenditrice nomina l’amante amministratore delegato della propria azienda, nessuno può eccepire. Si tratta di affari privati, ma se un uomo pubblico, di destra o di sinistra che sia, pretende di infliggere ai cittadini le proprie “contiguità” in modo sfacciato, oppure mostra eccessiva sensibilità verso i propri interessi personali, rischia di provocare reazioni imprevedibili e dannose, almeno tra le persone più attente.
In certi casi, lo ribadisco, le divisioni ideologiche non dovrebbero valere, invece valgono ed è per tale ragione che chi compie queste malefatte la passa liscia, potendo contare sul sostegno dell’elettorato omogeneo. Insomma, se uno è “dei nostri” può fare tutto quello che vuole. Però, se un politico è stupido o filibustiere, non è che diventi un genio virtuoso se la pensa come noi.
È questa la malattia della maggior parte dell’elettorato, una malattia che da troppi anni fa male al nostro Paese, e dalla quale speriamo di guarire in fretta, poiché gli anni che ci attendono non saranno necessariamente i migliori della nostra vita, visto ciò che si va apparecchiando nell’economia mondiale e considerato che tale cattiva abitudine nasconde un singolare pericolo. Si chiama indolenza sociale e cresce in maniera subdola, ma proprio per questo inarrestabile, quando chi guida una nazione irrita troppo i cittadini con le proprie contraddizioni.
Quando una guida si contraddice in continuazione, c’è infatti il rischio che la parte più seria della comunità, che è trasversale, cioè non sta solo da una parte, reagisca nella maniera più dannosa per la collettività, ossia mettendosi ai remi e facendo finta di remare, ma in realtà non esercitando alcuno sforzo. Come quei coristi che invece di cantare si limitano a muovere le labbra. La sensazione generale, in questi casi, è che la barca non cammini, sebbene i remi siano presidiati da persone affidabili.
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