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Seminari e convegni
    

Come produrre famiglia oggi
Trascrizione (non rivista dall’autore) dell’intervento
del prof. Giovanni Battista Sgritta (Università La Sapienza, Roma)


    

I dati del Sesto Rapporto

Il mio intervento prende spunto dai due capitoli del Sesto Rapporto Cisf sulle politiche sociali e del benessere nel nostro Paese, curati da Luigi Campiglio, economista dell’Università Cattolica, e da Carla Collicelli, Vice-Direttore del Censis, a mio parere centrali:

  1. il ricchissimo testo di Luigi Campiglio si occupa di diversi temi: in primo luogo affronta questioni legate a quelle che lui chiama le "catene generazionali", adottando un approccio interpretativo innovativo ai rapporti tra classi di età e generazioni; si occupa poi del rapporto tra povertà e ricchezza, nuovamente tra le generazioni/ classi di età. Affronta inoltre la questione del "desiderio di maternità", così come lo chiamano i demografi, o più precisamente dei "figli desiderati" e del loro costo; si occupa infine di un problema nuovo, che io definirei come quello della democrazia familiare. Si parla di democrazia economica, come sapete, ma forse è il caso di introdurre il tema della democrazia per la famiglia; in altre parole, secondo Campiglio, occorre non limitarsi al criterio "un voto, una testa", ma i voti vanno dati, con modalità da valutare, anche in funzione di chi votare non può, però in qualche misura pesa sul bilancio familiare, pesa sulla contabilità sociale: i figli. Nel capitolo sono inoltre presenti anche la questione della spesa pubblica e quella della condizone dei giovani.
  2. Una analoga ricchezza di problematiche caratterizza il capitolo di Carla Collicelli, incentrato su famiglia e sistema di protezione sociale, e che prende avvio con un’analisi della "residualità" complessiva delle politiche sociali in generale, e al loro interno, della ulteriore "residualità" della spesa per le famiglie. Il testo si occupa poi del problema del rapporto tra trasferimenti e servizi, dal momento che la politica familiare utilizza o trasferimenti di reddito o erogazioni di servizi. Viene inoltre considerato il quadro europeo, inserendo il caso italiano in una dimensione più ampia, internazionale e specificamente europea, analizzando la condizione economica familiare prima e dopo l’intervento dei trasferimenti e delle imposizioni fiscali (trasferimenti ed imposte). Emergono, da questa analisi, degli squilibri piuttosto accentuati in particolare tra gli anziani e i giovani.

Da questo scenario ….

A mio parere queste due analisi contengono lo "scheletro" essenziale di quelli che sono i problemi di una politica familiare e i problemi del rapporto tra famiglia Stato e società in Italia:

  • Campiglio dimostra senza equivoci che la famiglia subisce un sovraccarico di responsabilità e di funzioni, che la famiglia assolve delle funzioni che altrove sono trasferite sulle spalle dello Stato, che la famiglia di fatto finisce per produrre quelle che gli economisti chiamano delle esternalità positive; il funzionamento della famiglia ha cioè delle conseguenze positive, che tuttavia non sono accompagnate da un costo per lo Stato; come se la collettività traesse dei benefici senza pagare dei costi, senza pagare delle imposte;
  • in qualche misura. anche Carla Collicelli dimostra questo carattere in una certa misura residuale delle politiche dello Stato, riparative e residuali, nel senso che si corre ai ripari quando il problema è già avvenuto, è già scoppiato, e si agisce in modo residuale, nel senso che c’è una parte limitata di risorse che sono destinate a questo intervento;
  • emerge poi il carattere lavoristico e pauperistico delle politiche sociali oggi realizzate: lavoristico, perché sono sostanzialmente dirette a coloro che sono parte della forza lavoro, attraverso l’intervento al sostegno del reddito e a sostegno della disoccupazione, non a coloro i quali non sono parte della forza lavoro o nella forza lavoro aspettano di entrare ma non sono ancora entrati comunque; pauperistico, perché sono interventi a forte carattere selettivo-reddituale, quindi sono interventi che si rivolgono a fasce marginali della popolazione.

Che cos’è che alla fine ci rimane tra le mani quando leggiamo questi due capitoli in successione? Per usare una frase sintetica, un’espressione capace di riassumere questa riflessione unitaria, direi che in Italia non si fa famiglia; è un po’ paradossale dal momento che "di famiglia ce n’è tanta", ce n’è probabilmente molta più di quanta ce ne sia in altri paesi, certamente questa famiglia italiana dura di più, anche in questo caso molto più di quanto duri negli altri paesi. Ma "se ne fa di meno", e con il termine "fa" intendo dire che se ne produce di meno, non c’è sviluppo, non c’è crescita della famiglia. Anzi, direi che l’Italia vive in questo momento una fase in cui c’è una stasi, e probabilmente un declino della dimensiona famiglia.

Queste parole rimangono ancora equivoche, e cercherò quindi di spiegare cosa intendo dire con questa diagnosi che in Italia non si fa famiglia, non c’è sviluppo, non c’è crescita di famiglia pur essendocene molta; è un paradosso che voglio cercare di svolgere .Per svolgere un paradosso del genere io credo che occorra:

  • da un lato muoversi in una dimensione di carattere storico, perché se non si capisce come si arriva ad un certo punto credo che non si capisca niente dei fatti sociali, questo è un mio pallino, ma sono convinto che occorre storicizzare l’analisi per capire come stanno veramente le cose
  • d’altro lato, occorre confrontare il contesto italiano con gli altri Paesi;; spesso non si capisce una situazione se non la si confronta, se non si guarda la situazione di Paesi che hanno caratteristiche diverse, e che, pur avendo alcuni dei problemi che abbiamo noi, li hanno risolti in modo diverso, hanno sviluppato strumenti, metodologie politiche, sensibilità diverse dalle nostre.

L’evoluzione storica

Questa situazione di difficoltà a produrre/riprodurre famiglia è una situazione relativamente recente; a mio parere l’avvio di questa fase va fatto risalire alla seconda metà degli anni sessanta, periodo che segna un momento di passaggio per molti aspetti: certamente sul piano demografico, nel 1973 si verifica poi il primo shock petrolifero, la prima crisi petrolifera, che segna un’altra data di passaggio, da una situazione di crescita dell’economia apparentemente indefinita, con una correlata crescita dello Stato sociale, a una diminuzione, sia pur spesso non materiale ma simbolica, mentale e come tale comunque molto importante.

In questo arco di tempo maturano e "si innescano" problemi che hanno poi come detonatori la crisi della metà degli anni sessanta e la svolta della metà degli anni settanta; sono due punti che hanno inciso su aspetti diversi della struttura sociale italiana, e non solo italiana. Credo che da questo punto di vista si possano leggere in parallelo le vicende di altri paesi: dal punto di vista del rapporto fra le generazioni, per esempio, la metà degli anni settanta ha sicuramente segnato un punto di svolta che ha portato a scrivere regole diverse di distribuzione delle risorse fra le generazioni. Proseguirò questa analisi temporale anche all’interno del confronto tra gli altri paesi.

Un confronto tra contesti nazionali

A livello europeo, in prima approssimazione, siamo di fronte a modelli differenziati, che potremmo chiamare, per analogia con il tema del nostro incontro, di "famiglie di nazioni."

  1. Una prima tipologia è sicuramente quella dei paesi Scandinavi, dei Paesi del nord Europa, che ha come caratteristica principale quella di basare la sua politica su interventi di tipo universalistico cioè rivolti a tutti, e diretti all’individuo. La politica si basa cioè sui diritti di cittadinanza, non è rivolta alla famiglia in quanto tale, non è rivolta cioè alle conseguenze delle scelte che gli individui hanno compiuto, ma è rivolta ai singoli individui. C’è un intervento massiccio da parte della collettività, in particolare dello Stato, partecipato dagli individui. Ma sostanzialmente la politica è individualistica avviene sulla base del diritto di cittadinanza, avviene sulla base di procedure di tipo universalistico, a tutti allo stesso modo indipendentemente dalle condizioni di reddito.
  2. Poi c’è una seconda famiglia di nazioni che è quella che potremo chiamare bismarckiana continentale, che comprende i paesi del centro e del settentrione europeo, con qualche difficoltà di collocazione per quanto riguarda i paesi anglosassoni, cioè Gran Bretagna e Irlanda. Questa politica che vede due modelli diversificati in Francia e Germania, è una politica che si basa sull’intervento specifico da parte dello Stato a supplenza delle famiglie, e adotta in particolare aiuti alla maternità e aiuti alla famiglia. E’ una politica che non si basa in modo così massiccio sul criterio della cittadinanza, e vede il ruolo dello Stato come suppletivo, come ruolo ausiliario, non come ruolo costitutivo, in fondo l’intervento dello Stato nei Paesi del nord è un intervento che potrebbe anche autonomamente garantire il benessere dell’individuo a cui è garantito l’intervento. Nel caso invece delle politiche continentali non è così; è un intervento che comunque si svolge in affiancamento, presuppone di fatto una partecipazione deli sggoetti e delle famiglie; si assegnano, in altre parole, determinati compiti alle famigliee soprattutto alla donna; se mai si ammette che la donna possa temporaneamente uscire dal mercato del lavoro per intervenire a sostegno dei carichi familiari; quindi c’è questa intermittenza della posizione degli individui.
  3. il terzo modello può essere sommariamente definito "mediterraneo", e ha caratteristiche abbastanza singolari; per certi aspetti è abbastanza simile al modello continentale, per altri invece se ne distingue. Mentre il modello continentale si appoggia sulla famiglia nucleare, con la quale compartecipa alla responsabilità del mantenimento dei carichi per la soddisfazione dei bisogni dei singoli componenti, nel caso del modello mediterraneo prevale invece una concezione di famiglia allargata; cioè la famiglia estesa. Direi che è la catena familiare più che la famiglia in quanto tale che è al centro; inoltre un altro aspetto centrale è il forte carattere di residualità dell’intervento politico sociale, che rimane in qualche modo estraneo, come sosteneva la brillante analisi di Richard Titmuss, molti anni fa, il quale diceva che ad un certo punto ci sono solo due canali naturali di intervento: il mercato e la famiglia. Quindi "tertium non datur", perché lo Stato interviene solo quando falliscono questi due canali naturali, il mercato e la famiglia, in modo contingente, in modo temporaneo. Questi sono i paesi del tertium non datur, i paesi mediterranei, con una politica sociale estremamente residuale, che assegna le responsabilità globali dell’intervento esclusivamente alla famiglia.

Potremmo anche semplificare l’interpretazione, e parlare solo di due modelli: quello nord europeo, scandinavo, e quello mediterraneo (è un po’ forzato, ma con i dati a disposizione facilita molto anche l’efficacia del confronto).

Quindi parliamo in Europa di due modelli, nord e sud, con caratteristiche sostanzialmente diverse in termini di rapporto tra famiglia, mercato e Stato. Queste tre entità interagiscono in modi profondamente, radicalmente diversi, nei Paesi scandinavi (cui assimilo gran parte dei Paesi del modello continentale come prima l’ho definito) e nel contesto dei Paesi del sud (Italia, Grecia, Portogallo, e Spagna più, in alcuni casi, l’Irlanda che per molti aspetti è assimilabile ai comportamenti che noi attribuiamo ai Paesi del sud).

I modelli nazionali si differenziano su:

  • Un primo elemento che salta agli occhi è la dimensione della famiglia, l’ampiezza della famiglia. La famiglia è sempre più ampia al sud di quanto non sia nei Paesi del nord; e questo può confermare che "c’è più famiglia al sud di quanto non ci sia altrove";
  • le persone che vivono sole, una dimensione se volete "al negativo" della famiglia, sono molto meno numerose al sud: siamo circa tra il 6 % e il 9% da un paese all’altro; ho citato Spagna, Portogallo, Grecia, Italia più l’Irlanda per molti versi assimilabile; ripeto siamo dal 6 al 9 % rispetto al nord dove siamo sul 20%, in media Europea siamo al 13%;
  • i livelli di fecondità sono in genere più bassi al sud siamo sull’1/1.2% come tasso totale di fecondità quindi numero medio di figli per donna nel corso della sua vita riproduttiva; non è una misura generazionale ma mi rendo conto che è più alta questa seconda, però il tasso di fecondità è una misura che sicuramente dà una valutazione contingente della produttività del sistema familiare;
  • le nascite fuori dal matrimonio (aspetto particolare della produttività familiare) sono molto più numerose al nord , siamo sul 40% 50%, con punte che vanno anche aldilà del 50%. Sono molto più basse al sud siamo al 3%-8% (con l’eccezione del Portogallo, al 19%, difficilmente interpretabile).
  • La percentuale di donne da 25 a 59 anni non inserita nel mercato del lavoro è molto elevata al sud; sono donne in età centrale, che sono al di fuori del mercato del lavoro, casalinghe, questa percentuale è molto elevata direi nei Paesi del sud: siamo appena sotto al 50%, dal 40 al 48% (anche qui Portogallo escluso), ed è invece trascurabile al nord (esclusa l’Irlanda che ha il 60%): siamo intorno al 5%-10%,.
  • i giovani che vivono insieme senza essere sposati sono pochissimi al sud (6% in Italia, 14% in Spagna), ma sono moltissimi al nord: al 72% in Danimarca, tanto per darvi un dato, 46% in Francia, 54% in Olanda.
  • La disoccupazione giovanile, un altro aspetto che ha a che fare molto con la famiglia (come dimostra anche Campiglio nel capitolo considerato), è elevatissima nei Paesi mediterranei ed è meno elevata al nord, pur avendo anche al nord grossi problemi di inserimento nel mercato del lavoro per i giovani.
  • Infine, ultimo dato che cito, i giovani entro i 30 anni di età che vivono ancora con i genitori sono comunque un numero abbastanza considerevole in tutta Europa, ma di nuovo con accentuazioni nei Paesi del sud definibili patologiche. I dati sono il 65% in Italia, il 22% in Finlandia, il 25% in Danimarca, il 34% in Svezia, il 41% in Francia, il 33%in Germania.

Fare nuove famiglie oggi: giovani senza matrimonio…

E’ chiaro che quest’ultimo dato che ho citato è di grande importanza perché la permanenza "lunga" dei figli in famiglia fino alla soglia dei 30 anni è semplicemente la spia di un modo di cui i giovani fanno famiglia, di un modo in cui i giovani si approssimano alla dimensione della famiglia.

Se un giovane tende a permanere in casa due sono le possibili scelte: o produce nuova famiglia nella casa dei genitori ed è qualcosa che è avvenuto in passato specie nelle regioni del sud, nel senso che si ha la convivenza di due famiglie, di due nuclei all’interno della stessa casa, oppure non fa famiglia, non si sposa e quindi rimane in casa. Allora la percentuale di maschi del sud Europa che tra i 25 e i 29 anni vive ancora con i genitori è del 74% al sud, contro il 45% al nord. Quindi siamo a circa trenta punti percentuali di differenza.

Le persone da 25 a 29 anni che vivono in coppia (questi dati sono recentissimi, al 1998, e derivano o da indagini multiscopo sulle famiglie o dal panel europeo, in questo caso del 95, condotto da Eurostat nei singoli Paesi), sposati o meno, e senza figli sono solo l’11% al sud ma sono il 30% al nord; quindi 20 punti percentuali di differenza in questo caso. i maschi da 25 a 29 anni che vivono in coppia ed hanno figli sono il 14% soltanto al sud e il 25% al nord (le distanze per le ragazze si accorciano ma rimangono comunque considerevoli).

In ogni caso in nessun paese del sud (il che significa probabilmente in nessun paese del mondo) la proporzione per i giovani maschi o femmine delle classi di età fra i 20 e i 24 anni 25-29 anni che sono ancora celibi e o nubili è così elevata come in Italia. Siamo al 98% dei maschi e il 90% delle ragazze tra 20 e 24 anni sono ancora celibi e nubili Il 78% dei maschi e il 55% delle ragazze, qui si ha un calo tra 25 e 29 anni.

Ecco perché dicevo prima che non si fa famiglia. Però questo va inteso non solamente in un senso, va inteso in due sensi cioè il punto è che i giovani non fanno famiglia nel senso che si sono ridotti i livelli di matrimonialità; ci si sposa di meno, si fanno meno figli, si fanno sempre più distanti nel tempo; se se ne fanno due, la distanza nel tempo tra uno e l’altro tende fortemente ad aumentare.

La seconda indagine sulla fecondità in Italia condotta recentemente ha dimostrato chiaramente che nell’arco del passaggio da una generazione di donne, quella nata grosso modo intorno alla fine della guerra, alla successiva e alle attuali c’è stato un progressivo declino dei matrimoni, un progressivo declino della fecondità, un progressivo aumento della diminuzione del numero dei figli, e aumento della distanza tra un figlio e l’altro; questo è netto.

La società non fa famiglia…

Non solo in Italia si fa poca famiglia da parte di coloro i quali ne sono i protagonisti, i giovani e le famiglie stesse, ma in Italia soprattutto si fa poca famiglia da parte delle politiche; c’è una convergenza in questa stasi , in questo declino della produzione di famiglia che riguarda da un lato coloro i quali sono i protagonisti (o forse le vittime) di questo percorso di riduzione della formazione della famiglia, dall’altro da parte dello Stato.

Anzi, è come se i confini si fossero mischiati, è come se il gioco delle parti fosse diventato uno scambio delle parti, nel senso che la famiglia ad un certo punto si è fatta società, si è fatta politica sociale, e la società si è fatta famiglia, e quando avviene questo scambio di ruoli, questa confusione tra le parti, si produce patologia nelle dinamiche sociali, perché una società in cui si fa famiglia è una società che incamera forti componenti di discrezionalità, è una società che assume dei ruoli che non sono i propri, è una società che introduce delle componenti fortemente clientelari e fortemente inquinate di rapporti di tipo para familiare, è una famiglia che si fa società, è una famiglia che assume delle responsabilità che prima o poi finiscono per schiacciarla, per ridurne le capacità di funzionamento, ed è quello che è avvenuto e che si vede poi da molti punti di vista: le pensioni sono diventate un surrogato degli assegni familiari, un surrogato dei redditi da lavoro, un surrogato dei sussidi di disoccupazione ed è quello che avviene quando avvengono questi scambi di confini, quando avvengono queste confusioni alle frontiere tra famiglia e società per cui si sono sostenute in modo improprio le pensioni, con l’intesa implicita (e per certi versi nella consapevolezza esplicita) che le pensioni sarebbero servite anche in fondo come sussidio alla componente giovanile per certi versi.

E allora ecco una politica economica, industriale, che passa attraverso queste manovre; non solo le pensioni diventano una forma impropria di mantenimento del reddito anche di coloro che pensionati non sono, ma anche la scelta tra maternità e lavoro; non si capisce più dove cominci una e dove finisca l’altra, e allora si costringono le donne a compiere una scelta drammatica tra una e l’altra cosa come se le due cose non fossero conciliabili per molti aspetti, e spesso l’assetto societario e politico non le rende conciliabili, come invece è avvenuto in moltissimi altri paesi, dove infatti la natalità non è crollata come nei paesi mediterranei.

Un altro elemento a mio parere patologico è la confusione tra figli e cittadini: allora o sei figlio, e come tale sei dipendente, o sei cittadino, e quindi soggetto indipendente, e come tale soggetto di diritto, soggetto di una politica. Così nel nostro Paese, come anche Campiglio mette in luce, i sussidi di disoccupazione per le fasce giovanili (che sono poi la componente più rilevante della disoccupazione e quella di più lungo periodo) sono la componente che in questa gerontocrazia del lavoro come l’ha chiamata qualcuno, secondo me con un termine molto appropriato, non diventa soggetto, destinatario di intervento da parte delle politiche sociali.

La familiarizzazione del rischio sociale

Insomma, una confusione continua dei confini tra quello che è famiglia e quello che è società; in Italia c’è stata,i in breve, una forte privatizzazione del rischio, o se volete una familiarizzazione del rischio. e c’è stata una debole socializzazione del rischio, una scarsa pubblicizzazione del rischio, collettivizzazione del rischio. I rischi ed i costi sono stati cioè fortemente "privatizzati".

La povertà: un problema familiare

Un esempio, descritto anche sia nel saggio della Collicelli sia in quello di Campiglio è quello che è legato alla povertà; in Italia quest’ultima è familiarizzata. In Italia la povertà (così come il problema della natalità) è l’altra faccia della funzione solidaristica della famiglia, nel senso che la famiglia è una struttura solidaristica con una grandissima efficienza, ma è sempre più esposta al rischio, soprattutto quando si innescano meccanismi patologici di relazione famiglia - società, come quelli che hanno messo in luce poi le patologie alle quali mi riferivo precedentemente (non ultima quella della permanenza lunga dei giovani in famiglia), quando "c’è troppa famiglia", quando si conta eccessivamente sulla famiglia. Allora una famiglia patologica moltiplica le condizioni di patologia, come la famiglia solidaristica moltiplica le condizioni di solidarietà.

Inoltre, una famiglia povera, la quale basi la sua esistenza solo su un reddito, anche insufficiente, se è una famiglia che ha molti figli, come spesso capita al sud, quindi relativamente ampia, è una famiglia che distribuisce su molte teste una situazione di inadeguatezza di risorse economiche; si parla cioè di familiarizzazione della povertà, confermata anche da tutti i dati più recenti: quando la famiglia aumenta il suo numero di componenti aumenta anche in modo molto più che proporzionale il rischio di povertà.

Così come non è un caso che la povertà sia per due terzi concentrata nelle famiglie del sud, così come non è un caso che la povertà della famiglia ricada sui minori, sui bambini, su coloro i quali non possono far niente per modificare la situazione reddituale della famiglia. Non è un caso che tra 1.000.000 circa di bambini poveri, l’82 % siano bambini che risiedono al sud una gran parte dei quali figli di famiglie numerose; ecco perché familiarizzazione della povertà. Questo chiaramente è un effetto di questa privatizzazione dei rischi, è un effetto di questa mancata socializzazione dei rischi e questo non riguarda soltanto chiaramente la povertà, questo non riguarda solo il bambino come soggetto privato anziché bene pubblico, come invece viene spesso considerato in molti altri paesi e come comunque dovrebbe essere considerato, per ragioni più che ovvie; anche nel nostro Paese. Ma questo fenomeno riguarda anche gli invalidi, gli anziani; Carla Collicelli ha messo nel suo testo alcune tabelle che sono illuminanti da questo punto di vista.

La strategia del ritardo

Allora qui si è creato un intreccio perverso, per cui in Italia c’è una sindrome, si è instaurata in qualche modo sviluppata una sindrome che potremmo chiamare "del ritardo", la quale porta i giovani a non uscire da casa, a rinviare l’età al matrimonio, a rinviare la formazione della famiglia nel momento in cui hanno trovato un lavoro, nel momento in cui hanno trovato un’abitazione, nel momento in cui hanno trovato una vita soddisfacente e sicura. Questi giovani più che rinunciatari sembrano garantisti; (questo emerge molto bene sia dall’indagine ISTAT 98 sui giovani in famiglia sia dall’indagine IRP 98 sui giovani che restano in casa a lungo sia dai EUROSTAT).

Questi giovani per uscire da casa pongono delle condizioni e non è vero, come talvolta si è detto, che la ragione è soltanto in cause di ordine materiale cioè mancanza di lavoro e di abitazione. Non è così, perché c’è una parte consistente di giovani che rimangono a casa, specie in alcune regioni, penso al nord est, i quali un lavoro ce l’hanno, i quali lo studio l’hanno finito. E quindi una "sinergia perversa" che mette insieme la "cospirazione" di diversi istituzioni:

  1. in primo luogo la famiglia, la quale non vuole "lasciar andare" i propri componenti ed è scarsamente collaborativa da questo punto di vista, come emerge chiaramente dalle indagini IRP, secondo cui i genitori vivono come una lacerazione la perdita dei propri componenti; forse anche perché l’uscita dei figli rappresenta l’evidenza della fine della relazione affettiva dei coniugi; forse è la "paura del nido vuoto" che in qualche misura trattiene i genitori dal fare uscire i figli dalla famiglia; un secondo elemento è l’esistenza di una dinamica di ricatto affettivo reciproco fra genitori e figli (questo si coglie chiaramente nell’indagine); quindi la famiglia rallenta l’uscita da casa dei figli, mette in gioco questa sindrome del ritardo, direi che la avalla in qualche misura;
  2. Poi c’è la scuola, che è il secondo percorso lungo e stretto, perché spreca risorse, perché consente un parcheggio assolutamente talvolta incomprensibile ai giovani, quindi consente di rallentare l’accumulo di formazione, con grosso spreco strada facendo.
  3. Poi c’è il mercato del lavoro, che non facilita certamente l’assorbimento della forza lavoro;
  4. c’è poi l’azione della politica, la quale frappone una serie di ostacoli all’inserimento nel mercato dei giovani, non sostiene economicamente i giovani con dei sussidi adeguati e quindi sovraccarica di funzioni la famiglia per certi aspetti e tarpa le ali ai giovani per il passaggio all’età adulta e all’assunzione di responsabilità.

Dall’interazione di queste componenti si crea una "sinergia perversa", la quale crea appunto questa sindrome italiana del rapporto tra famiglia e società e famiglia e Stato. Potremmo dire che la famiglia in Italia è oggi lunghissima perché la politica in Italia è stata cortissima ed è ancora relativamente corta.

Per concludere, vorrei ricordare, come sottolinea Carla Collicelli esaminando tutta una serie di aspetti legati alla politica familiare degli ultimi governi, che sembra si stia producendo una leggera inversione di tendenza; credo però che il cammino da compiere, se stiamo ai dati che ci riportano i nostri relatori e alle considerazioni che ho cercato di fare in questa conversazione, sia ancora piuttosto lungo.


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Modificato mercoledì 24 novembre 2010
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