ATTENZIONE! Il sito del Centro Internazionale Studi Famiglia ha cambiato indirizzo.

Tra qualche secondo verrete indirizzati al nuovo sito.
Se non dovesse accadere, cliccate qui:
www.famigliacristiana.it/canale/cisf



Your browser doesn't support java or java is not enabled! 
























 

 

 

Seminari e convegni
    

Settimo Rapporto CISF sulla Famiglia in Italia

Leggere la pluralità, riscoprire la qualità
del familiare:
una sfida ai pregiudizi

Martedì 30 ottobre 2001

Copertina di: Identità e varietà dell'essere famiglia.

Sintesi degli interventi

PROGRAMMA
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
    

15.00 - 16.00 Le caratteristiche del Rapporto
Leonardo Zega
PRESIDENTE ASSOCIAZIONE DON ZILLI

Virgilio Melchiorre
PRESIDENTE COMITATO SCIENTIFICO CISF

Pierpaolo Donati
CURATORE DEL RAPPORTO
16.00 – 17.00
Il confronto con la riflessione scientifica
Paolo De Sandre
, DEMOGRAFO
Fulvio Scaparro
, PSICOLOGO

Introduce e coordina:
Gianfranco
Fabi, Vicedirettore de Il Sole 24 Ore

17.00 – 18.30
Le implicazioni di politica sociale e familiare
Umberto Fazzone
ASSESSORATO FAMIGLIA E SOLIDARIETÀ
SOCIALE, REGIONE LOMBARDIA

Emanuela Baio

CAMERA DEI DEPUTATI, PPI

Renzo Gubert

SENATO DELLA REPUBBLICA, CCD-CDU

Livia Turco
CAMERA DEI DEPUTATI, DS

Coordina:
Francesco Belletti
, Direttore CISF

È stato invitato
Roberto Maroni
,
MINISTRO PER IL WELFARE, LAVORO E POLITICHE SOCIALI

  Sintesi degli interventi

Don Leonardo Zega

In qualità di presidente dell’Associazione don Zilli, di cui il Centro Internazionale Studi Famiglia (Cisf) è l’espressione più compiuta rispetto ai suoi fini istituzionali di "promuovere ad ogni livello la formazione, lo sviluppo e la stabilità della famiglia", vorrei illustrare brevemente il contesto in cui è nato il volume che oggi presentiamo. Non è un libro isolato, ma è il settimo di una serie di Rapporti che Associazione e Cisf pubblicano regolarmente con cadenza biennale dal 1989. Da dodici anni dunque i Rapporti Cisf segnano il cammino della famiglia italiana, fornendo un panorama ricco di analisi, problematiche e anche di orientamenti operativi.

Il Cisf di fatto è un centro studi che opera in stretta collaborazione con Famiglia Cristiana, e forse proprio per questo l’approccio che i Rapporti hanno sempre avuto al problema della famiglia non è mai stato confessionale - nel senso restrittivo e anche un po’ deteriore che si dà a questo termine - bensì scientifico e multidisciplinare. Questo significa che demografi, sociologi, economisti, psicologi, pedagogisti, giuristi, antropologi, filosofi, teologi, moralisti etc., hanno cercato di mostrare l’evoluzione nei processi di formazione e di crescita - o anche di involuzione - della famiglia italiana, sia al suo interno sia in rapporto alla società in cui essa vive. E così i Rapporti sono diventati via via un punto di riferimento inevitabile per chi voglia parlare di problematiche familiari con cognizione di causa, a tutti i livelli: culturale, sociale, politico, pastorale. Si è realizzato così l’auspicio fatto nel lontano 1969, l’anno in cui fu inaugurato ufficialmente questo edificio, quando si ventilò per la prima volta l’idea di costituire un Centro di studi e lavoro sulla famiglia. Auspicio fatto allora uno dei più ammirati, amati e compianti segretari della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Enrico Bartoletti, che qualcuno di voi sicuramente ricorderà. "Grazie don Zilli" rispose al direttore di Famiglia Cristiana che gliene spiegava intenzione e scopi, "grazie di cuore, finalmente anche noi vescovi sapremo di che cosa occuparci e preoccuparci quando parliamo della famiglia e dei suoi problemi. Adesso" sono parole testuali, "adesso camminiamo a tentoni, conosciamo i principi, ma troppo spesso ci sfugge la realtà".

In questi dodici anni di lavoro i Rapporti non hanno soltanto studiato il passato e il presente della famiglia; spesso hanno anticipato temi divenuti poi di grande attualità e promosso azioni, anche sul terreno legislativo, tendenti a rompere incrostazioni ideologiche e pratiche che da sempre hanno reso difficile, in Italia, l’impostazione di politiche familiari degne di tal nome. Vorrei fare soltanto un rapido cenno ad alcuni temi toccati nei sei Rapporti che hanno preceduto quello di cui si parlerà stasera.

Il Primo Rapporto, che sollevò subito un vastissimo interesse, puntava l’attenzione sulla famiglia italiana che in una società complessa come la nostra, tendeva sempre di più a farsi norma a se stessa. Fu inventato anche un termine: la famiglia autopoietica, la famiglia che si fa da sé. Il suo messaggio coglieva un aspetto pressoché inedito del problema della famiglia in Italia: soltanto oggi, infatti, l’opinione pubblica prende atto e inizia a capire fino in fondo le implicazioni che questa forzata autonomia si tira dietro. Dimenticata o sottovalutata, questo allora si voleva dire, la famiglia rivela la sua vitalità facendosi appunto da sé, correndo anche dei rischi ma levando comunque la sua voce per far valere la sua presenza nella società.

Il Secondo Rapporto ha analizzato la crescente mancanza di equità fra le diverse generazioni che convivono nella famiglia e sono legate da una rete parentale. Anche questo messaggio ha anticipato un tema che negli anni seguenti è divenuto un luogo comune del dibattito in Italia: adesso, tutti parlano di una sana ripartizione di diritti e risorse fra le generazioni. E’ questo un tema così coinvolgente che ritorna anche nel Settimo Rapporto, perché le varie forme familiari di cui si occupa non sono neutrali né sono equivalenti rispetto all’obiettivo di realizzare maggiore solidarietà e giustizia fra le generazioni.

Il Terzo Rapporto lanciò una parola d’ordine, e cioè l’esigenza di riconoscere piena cittadinanza alla famiglia, non solo come una somma di individui ma come soggetto di mediazione sociale con un complesso di diritti propri specifici. Oggi molti ne parlano come di un presupposto fondamentale ma nel momento in cui lanciammo questa idea essa sembrava - e ad alcuni sembra tuttora - un’eresia, perché il pensiero moderno tende ad attribuire i diritti di cittadinanza soltanto agli individui.

Il Quarto Rapporto ha indagato i nuovi intrecci fra le generazioni, che conseguono ai mutamenti delle forme familiari, identificando una peculiarità del caso italiano: da noi, più che altrove, viene dilazionato nel tempo il momento della formazione della famiglia, cioè del matrimonio, e questo denuncia la difficoltà di fare famiglia per i giovani del nostro Paese e di conseguenza il fatto che intere generazioni vengano saltate, nel senso che fra una generazione e l’altra c’è un vuoto, una discontinuità temporale che corrisponde a quella dei figli la cui nascita è stata rimandata nel tempo o non c’è stata per niente. Per questa china siamo scesi fino ad arrivando ad essere, se non il Paese a più basso tasso di natalità, sicuramente uno dei Paesi a più basso tasso di natalità al mondo.

Il Quinto Rapporto ha messo a fuoco il tema dell’uomo e della donna in famiglia: differenze, ruoli, responsabilità, per giungere ad una conclusione soltanto apparentemente ovvia, che abbiamo bisogno di veri padri e di vari madri, di veri uomini e di vere donne, non di genitori, di uomini e donne che non sanno che cosa fare né per sé né per gli altri: crisi del padre, crisi della famiglia, crisi della madre, ecc.

Il Sesto Rapporto ha affrontato, due anni fa, in piena bagarre socio-politica sul welfare, sullo stato sociale, il tema del benessere della famiglia nel contesto di una società proiettata a migliorare la qualità della vita. Anche in questo caso il contributo è stato originale: abbiamo cercato di mostrare come la società attuale si basi sul paradosso di un’idea del benessere che mentre sembra operare a favore della famiglia, in realtà le gioca contro. La proposta di fondo che emerge da quella ricerca è che il benessere familiare si fonda non su forme di assistenzialismo variamente applicato più come tampone che come sostegno vero, ma su una cultura di relazioni, relazioni umane anziché mera rivendicazione di diritti individuali.

E’ su questo binario che si muove anche il Settimo Rapporto. Ma qui mi fermo, perché della sua genesi e dei suoi contenuti tratterà il curatore del Rapporto, il professor Pierpaolo Donati, al quale va non solo il mio ringraziamento ma la nostra comune riconoscenza perché sin dall’inizio ha curato e scritto le cose più interessanti e più importanti di questi nostri sette Rapporti. Credere nella famiglia è costruire il futuro: possiamo fare nostro questo motto, posto a tema della riflessione sulla famiglia che sta impegnando in questo momento la Chiesta italiana. Domenica 21 lo ha rilanciato Giovanni Paolo II, declinandolo in tre domande programmatiche:
Perché credere nella famiglia?
In quale famiglia credere?
Chi deve credere nella famiglia?
Lascio anche a voi queste tre domande, che ci interpellano tutti.

Pierpaolo Donati e Leonardo Zega.
Pierpaolo Donati e Leonardo Zega.

Pierpaolo Donati
IMPOSTAZIONE DEL PROBLEMA

Credo che il Settimo Rapporto, grazie a questa carrellata che don Zega ci ha fatto, riveli appunto che dietro queste ricerche, questi rapporti biennali c’è una progettazione complessiva, che è volta sia alla chiarificazione dei cambiamenti della famiglia (quindi alla descrizione, alla documentazione di carattere sociologico, psicologico, antropologico, giuridico ecc.), sia anche all’illustrazione di una prospettiva operativa, cioè rispondere alla domanda "che cosa dobbiamo fare?". I Rapporti, come sempre diciamo in queste occasioni, non danno delle soluzioni preconfezionate, ma offrono tutti gli elementi che siamo in grado di raccogliere per prospettare quali sono le alternative o comunque gli orientamenti fra i quali è possibile scegliere, naturalmente a ragion veduta e con degli argomenti. Anche in questo caso abbiamo seguito il criterio di un rapporto il più scientifico possibile sotto l’aspetto documentativo, descrittivo, analitico (poi ci diranno gli esperti fino a che punto siamo riusciti a fare questo) e abbiamo, sulla base dell’analisi scientifica, anche cercato di chiarificare il problema delle scelte operative, delle soluzioni pratiche ai problemi della famiglia italiana.

Questo Rapporto, come tutti ormai saprete, vuole rispondere a un problema fondamentale, che è quello di comprendere se siamo in presenza di una dissoluzione della famiglia. Non nel senso della sua scomparsa, ma nel senso di un dissolvimento, come di un’evaporazione della sostanza stessa della famiglia in relazioni primarie, di tipo generico.

Cioè, se le relazioni affettive di amicizia, di convivenza, ecc., diventano per così dire talmente pervasive e diffuse nella società che quella che sinora abbiamo chiamato famiglia si riduce ad essere un sottoinsieme di un unico mondo di relazioni globalizzate, oggi diremmo, più o meno standardizzate sotto un profilo sociologico. Delle relazioni che possono andar bene ovunque, che le persone scelgono a seconda delle situazioni, dell’età, delle condizioni di vita e così via. La domanda fondamentale che conosciamo tutti è: esiste ancora la famiglia come un tipo di relazione specifica, sui generis, che ha una qualità propria, specifica, peculiare, oppure la famiglia si sta trasformando in tante relazioni diverse non soltanto per alcuni aspetti ma proprio nella qualità, nel suo modo di essere?
In termini giornalistici si potrebbe dire che non c’è più un modello di famiglia, ce ne sono molti, anzi come dicono alcuni miei autorevoli colleghi e colleghe, ogni persona da oggi in poi - in un certo senso - è legittimata a fare famiglia come crede; ossia la famiglia del futuro sarà quella che ciascuno definirà come famiglia, si costruirà come famiglia in qualche modo, a suo piacimento, secondo le sue preferenze, secondo i suoi gusti. Questo è il tema del Rapporto, sia in termini di analisi (andare a vedere se questo è vero sotto tutti gli aspetti: demografico, psicologico, sociologico, ecc.) sia in termini di problematiche che questa prospettiva solleva; è possibile un mondo in cui tutto è famiglia e niente è famiglia? Qualunque relazione può essere famiglia semplicemente perché la chiamiamo famiglia? O la famiglia mantiene dei tratti distintivi?

Insomma, la difficoltà di questo Rapporto, che è stato veramente molto difficile da realizzare, sta in questo: dove sta la distinzione fra la relazione familiare e quella che familiare non è? C’è un confine passato il quale non siamo più nel familiare? Oppure questo confine non esiste o è attraversabile in continuazione, non dico a piacimento, ma insomma con relativa facilità?

Il Rapporto cerca di dimostrare che il confine c’è, ossia che non siamo di fronte a un mondo in cui le relazioni sono tendenzialmente sempre più indifferenziate e la famiglia è uno dei tanti optional, per cui uno può convivere in due, in tre, può convivere con un solo sesso, con più sessi, con generazioni diverse, con le stesse generazioni e così via, e la famiglia fondata sulla reciprocità fra i sessi e fra le generazioni è solo una delle tante possibilità. No, il Rapporto vuol dimostrare che la famiglia resta una relazione di reciprocità piena fra i sessi e fra le generazioni, che se usciamo da queste qualità usciamo dal familiare, cioè andiamo verso relazioni primarie - meritevoli di considerazione certamente, perché si tratta spesso di relazioni di cura, di amicizia, di intimità, di affetto - ma che non sono propriamente famiglia. Insomma il problema è quello di dire: le relazioni primarie - quelle che noi sociologi chiamiamo relazioni primarie, quindi interpersonali a forte carica di intimità, di amicizia profonda, di convivenza quotidiana - queste relazioni primarie tendono ad assorbire anche la famiglia, o la famiglia mantiene una sua distinzione dalle relazioni che sono puramente primarie? C’è insomma un confine preciso?
Sì, il confine c’è e il Rapporto cerca di dimostrare questo. Sono convinto che ci sia riuscito, ma naturalmente non posso in pochi minuti riassumere tutto il volume e quindi mi limito ad enunciare la tesi di fondo.

Detta in una maniera un po’ più scientifica, un po’ più da studiosi, la tesi sostiene in sostanza che non è che la famiglia sia una relazione primaria che ha un po’ più delle altre relazioni, come se avessimo un po’ una relazione di amicizia provvisoria, poi un’amicizia più stabile, un’amicizia ancora un po’ più forte e se ancora un po’ più forte arriviamo alla famiglia. No, la famiglia non è un polo di un continuum di relazioni primarie: la famiglia è un qualcosa che scatta oltre le relazioni primarie, di amicizia, di intimità, di convivenza, perché implica una qualità che pone questa relazione su un altro piano rispetto alle relazioni primarie.

Naturalmente, questa è una grande sfida, perché sembrerebbe che oggi tutto militi contro questa prospettiva. In fondo all’idea che non c’è più un modello di famiglia, ma tanti e potenzialmente numerosissimi e indefiniti modelli di famiglia, c’è in realtà un’idea di fondo, cioè che la famiglia normocostituita, come la chiamano i sociologi, cioè costituita sulla coppia legata da un patto di stabilità e dal rapporto di generazione e di filiazione, non serva più. Non lo vediamo forse tutti i giorni, quando dei ragazzi dicono: noi ci mettiamo assieme, che differenza c’è tra convivere e fare famiglia? E anche molti genitori dicono: sì io non riesco effettivamente a vedere la differenza, cioè che due convivano assieme e magari abbiano anche il figlio e così via o si sposino e facciano una famiglia, che differenza fa, che differenza c’è fra queste due realtà.

Il fatto è che non si vede ancora (o non si riesce a vedere) la differenza nella peculiarità di due tipi di relazioni diverse, come sono quelle di amicizia e di intimità e una relazione di familiarità. Il Rapporto cerca invece di far vedere che questa differenza esiste, e che è un’illusione ottica quella di pensare che la famiglia non serva più; cioè che possiamo fare a meno della famiglia perché bastano delle relazioni primarie di convivenza.

La cosiddetta "pluralizzazione" della famiglia è, in gran parte, un mito per almeno tre ragioni sostanziali:

  1. primo, perché l’ideale della famiglia rimane lo stesso (in quanto modello più desiderato);
  2. secondo, perché quelle forme che spesso vengono chiamate "nuove famiglie" altro non sono che condizioni familiari dovute alla rottura e alla frammentazione della famiglia normo-costituita (definita in base alla piena reciprocità fra i sessi e fra le generazioni);
  3. terzo, perché le "unioni libere" - in tutte le loro forme - non sono una alternativa o un equivalente funzionale della famiglia, ma un altro tipo, sostanzialmente differente, di relazioni primarie.

Allora, il Rapporto comincia appunto col mostrare che la cosiddetta pluralizzazione della famiglia è in gran parte un mito, per tre ragioni:

  1. La prima, è che l’ideale della famiglia rimane lo stesso, cioè non abbiamo ideali sostitutivi della famiglia in quanto modello desiderato; poi che si riesca realizzarlo di più o di meno, in un modo o nell’altro, questo è un altro paio di maniche, ma l’ideale rimane quello. Anche linguisticamente, vorrei farvi osservare come la parola famiglia non può essere articolata; possiamo pluralizzarla e dire invece che famiglia, famiglie, ma non abbiamo linguisticamente un sostituto della parola famiglia. Se fossi uno strutturalista, un semiologo, sulla scia degli studi di Levi Strauss direi che questo è molto indicativo, perché il linguaggio dice se noi siamo capaci di nominare una realtà che può essere sostitutiva della famiglia. Noi parliamo di convivenze; i giuristi dicono: more uxorio; altri dicono: aggregati domestici, unioni libere, compagnie di vita o partnership o leben partnershaft come in Germania e via di questo passo. Ma queste dizioni non sono indicazioni di un sostituto della famiglia, sono indicazioni di un altro tipo di relazioni. Quindi noi non possiamo dire "sono tutte famiglie"; no, abbiamo delle relazioni familiari e delle altre relazioni primarie che familiari non sono perché non hanno la qualità del familiare. E linguisticamente, infatti, non riusciamo ad articolare la parola famiglia in una maniera diversa. Il discorso sarebbe ovviamente lungo, perché voi potreste dire che alla parola famiglia possiamo aggiungere un altro termine. Ma qui entriamo in cose tecniche: si può parlare di famiglia estesa, nucleare, di famiglia estesa modificata, ecc., insomma potremmo articolarla ma la parola "famiglia" rimarrebbe; in quanto espressione linguistica "famiglia" non è modificabile per indicare una realtà che può essere un sostituto funzionale della famiglia.

  2. La seconda ragione per cui la pluralizzazione è un mito è che si parla di "nuova famiglia", ma queste nuove famiglie non sono altro che il risultato della rottura, della frammentazione delle famiglie normocostituite. Se voi prendere anche le statistiche Istat sulle "nuove famiglie", queste sono le famiglie di genitori soli (prevalentemente madri con i loro figli, perché l’affidamento in caso di separazione e divorzio al 90% va alle madri), sono i single che in gran parte sono vedovi, oppure famiglie ricostituite. Ma queste forme - genitori soli, single, famiglie ricostituite - possiamo chiamarle "nuove famiglie"? In realtà, non sono altro che condizioni familiari dovute a certi processi di modificazione delle famiglie normocostituite, ma non sono alternative ad esse. Possiamo parlare di nuove condizioni familiari o di processi di modificazione delle relazioni familiari; ma non sono certamente "nuove famiglie", in questo senso.

  3. La terza ragione per cui la pluralizzazione è in gran parte un mito, è che le cosiddette unioni libere – e comprendo con questo termine tutte le forme di convivenza: eterosessuali, omosessuali, partnership di ogni genere, living arrangements, come dicono gli americani - non sono effettivamente un equivalente funzionale delle famiglie. Non possono avere le stesse funzioni delle famiglie per una quantità di ragioni, e che questo sia vero lo dicono tutti, anche quei Paesi che stanno approvando delle leggi di riconoscimento di forme di convivenza differenti dalla famiglia: Germania, Belgio, Olanda, Francia, ecc. Tutti dicono: queste forme non modificano in nulla il diritto di famiglia (fin lì, diciamo, il diritto riesce ancora a fare questa distinzione; non so quanto sia sostenibile nel lungo periodo sul piano sociologico; io ho l’impressione che già questi riconoscimenti stiano influenzando il diritto di famiglia indirettamente, e la dimostrazione è quanto avviene oggi in Francia e in altri Paesi). Quello che voglio semplicemente dire è che queste unioni libere - anche quando sono riconosciute - non sono pensate né tanto meno legittimate ancora come equivalenti funzionali della famiglia, bensì sono dei tipi sostanzialmente differenti di relazioni primarie.

Per articolare la pluralità, bisogna distinguere tra famiglie in senso proprio (quelle normo-costituite), famiglie in senso analogico (famiglie di fatto, basate su effettive somiglianze, anche se mai complete) e famiglie in senso metaforico (basate su pure similitudini, come le unioni o convivenze fra persone qualunque).

Qui entra in gioco anche un po’ il linguaggio, perché le semantiche della pluralità delle forme familiari fanno riferimento a tre modi di declinare la famiglia: la famiglia in senso proprio, in senso analogico e in senso metaforico; e queste tre declinazioni devono essere tenute distinte altrimenti non ci capiamo più:

  1. la famiglia in senso proprio è la famiglia normocostituita: uomo E donna uniti da un patto stabile fra di loro che solitamente chiamiamo matrimonio e i loro figli;

  2. la famiglia in senso analogico è una famiglia che presenta delle effettive somiglianze con la famiglia in senso proprio, anche se queste somiglianze non sono complete perché ad esempio manca il matrimonio, o perché mancano figli o altri elementi, cioè non c’è una completezza ma c’è un’analogia precisa. Quindi noi possiamo parlare di famiglia in senso analogico, per cui tanti provvedimenti si possono applicare a questo tipo di famiglia, perché sono realmente somiglianti, hanno elementi reali di somiglianza.

  3. altra cosa invece sono le famiglie in senso metaforico: la metafora notoriamente è una forma di similitudine, non di somiglianza, cioè si evoca un’immagine per dire qualcosa che ha metaforicamente un riferimento a qualcos’altro, ma ciò che viene riferito è sostanzialmente diverso. La metafora sottolinea il fatto che i due termini che vengono messi in relazione hanno una natura sostanzialmente diversa; quindi dire che ad esempio una coppia gay è una famiglia o esiste un matrimonio omosessuale, questo è una metafora, non ha nessun contenuto neppure di tipo analogico. Dunque noi rileviamo sul piano culturale l’esistenza di tre semantiche nettamente distinte, perché nessuno oserebbe dire che quando noi usiamo la parola famiglia in senso metaforico la stiamo usando in senso proprio o in senso analogico.

Una pluralità di famiglie è sempre esistita (in passato, la varietà delle forme familiari è sempre stata molto elevata, anche se spesso "ufficialmente" non riconosciuta). Tuttavia è vero che oggi la varietà tende a crescere. Come si distingue la pluralità odierna da quella del passato? Ieri era una pluralità caratterizzata dalla appartenenza a sub-culture marginali ed aveva una certa stabilità, oggi la pluralità è caratterizzata da scelte individuali e da una differenziazione assai dinamica fra gli stili di vita che la famiglia adotta nelle diverse fasi del suo ciclo di vita.

Questo ha delle implicazioni evidentemente anche sul piano operativo, ma è un discorso che noi facciamo sulla base dei modelli culturali, giuridici, psicologici, ecc., che circolano nella società. Ora, la pluralità è una questione complessa. La famiglia è sempre stata plurale: i sociologi, i demografi, gli storici della famiglia, gli psicologi sanno benissimo che in passato le famiglie erano diverse, come tipi, in maniera ancora più forte. Se si prende il censimento italiano del 1936, le realtà di famiglie irregolari - per varie ragioni storiche peculiari dell’epoca - erano molto di più di quelle attuali; se andiamo ancora più indietro nel passato gli storici della famiglia e gli antropologi culturali hanno dimostrato l’enorme varietà dei sistemi familiari presso le società primitive o le società semplici, però nessuno ha mai messo in causa la natura, la sostanza, la peculiarità della relazione familiare in quanto tale. Quello che noi oggi stiamo facendo è fare avanzare un altro tipo di pluralismo, che svuota la sostanza della relazione familiare. Nel Rapporto parlo di un pluralismo indistinto, caotico, che non è più un pluralismo civilizzatore, cioè non è un pluralismo che contiene quelle istanze etiche che fanno sì che la relazione familiare sia elemento di civilizzazione anziché di imbarbarimento (potrei giustificare questo termine molto forte); in ogni caso voglio dire che la pluralità delle forme familiari c’è sempre stata in passato, forse era anche più forte di oggi.

Quello che è certo è che oggi la pluralità tende ad aumentare perché ci sono delle condizioni diverse del passato. Ieri la pluralità era dovuta al fatto che le famiglie erano diverse fra di loro perché appartenevano a subculture differenti; c’era un’appartenenza subculturale differente e c’era una certa stabilità, cioè chi stava nella forma familiare di una subcultura ci rimaneva per tutta la vita o quasi. Oggi invece la diversità, la pluralità è data dalle scelte individuali, non è più un’appartenenza a una subcultura ma una scelta fortemente individualizzata ed è molto mutevole nel tempo, cioè cambia nelle fasi del ciclo di vita della famiglia in modo tale che effettivamente questa pluralità è più appariscente. Inoltre, nel passato la pluralità non era riconosciuta ufficialmente, mentre oggi sono proprio queste forme – se vogliamo – più marginali o limitate nella società che tendono a essere legittimate, chiedono di essere riconosciute e legittimate come forme familiari.

Quindi, il contesto è profondamente diverso, ma la realtà delle forme familiari e della pluralità c’era ieri come c’è oggi: c’è solo un cambiamento nei modi in cui questa pluralità chiede di essere riconosciuta. Che tutto questo sia rilevante sono ben d’accordo tutti gli estensori del Rapporto nel riconoscere che è diverso il contesto, che la pluralità oggi ha una caratterizzazione, una richiesta di riconoscimento ben diversa dal passato: però questo non modifica quella che è la sostanza psicologica, antropologica, sociologica della famiglia come tale.

La famiglia italiana continua ad avere delle connotazioni peculiari che la contraddistinguono nettamente dalla famiglia negli altri Paesi europei: è fortemente ripiegata su se stessa, dovendo far fronte ad un ambiente ostile e ad uno Stato sociale ingiusto; trattiene più a lungo in casa i figli adulti, che si sposano più tardi e hanno una fecondità sempre molto ridotta.

Ci sono anche ampi dati demografici che mostrano il fatto che in Italia questa pluralizzazione - anche nei termini di una semplice diversificazione di tipi di famiglia - è meno spinta che in altri Paesi europei. E’ vero che c’è una certa tendenza verso quei processi che caratterizzano in maniera più accentuata i Paesi occidentali (e quindi anche la crescita dei divorzi e delle separazioni, che vuol dire crescita dei single, dei genitori soli, delle famiglie ricostituite) però noi siamo a livelli più bassi.

Soprattutto, emerge questa qualità specifica della famiglia italiana che è molto più ripiegata su se stessa, molto più solidale di quanto non lo sia negli altri Paesi. Il che ha dei risvolti positivi e negativi: positivi perché mostra solidarietà ma anche negativi perché diventa iperprotettiva nei confronti dei figli. I figli vivono più a lungo in casa, si sposano più tardi e sposandosi più tardi hanno meno figli, perché il tempo della fecondità si riduce, ecc. Questi sono fenomeni ben noti, ma il punto è che da questi dati demografici emerge che la pluralizzazione non è poi così forte. Pensiamo che tutte le forme diverse dalla famiglia normocostituita comprendono il 10% della popolazione, quindi il 90% della popolazione vive in famiglie normocostituite – vado per grossi numeri, non mi soffermo sulle tabelle e su discorsi più raffinati- ma insomma quando abbiamo questo tipo di percentuali evidentemente la pluralizzazione è qualche cosa che interessa una parte limitata della popolazione.

In termini di nuove condizioni familiari, si può e si deve distinguere fra le forme familiari autenticamente nuove, perché sono il prodotto di nuove relazioni di reciprocità fra sessi e fra generazioni, e le forme familiari che sono nuove solo in senso improprio, perché sono solo il prodotto di frammentazioni o ricomposizioni di famiglie normo-costituite. Le indagini sono spesso tutte mirate sulle seconde, mentre le altre forme sono sottovalutate e rimangono virtualmente sconosciute.

Dunque bisogna stare attenti quando si parla di "nuove famiglie", di nuove forme familiari. Nel Rapporto si dice in che senso questo si può dire, se è giusto, se è legittimo dirlo dal punto di vista scientifico, e in quale senso non è appropriato dirlo, perché dire che una madre sola è una nuova forma di famiglia non è appropriato neanche dal punto di vista scientifico, in quanto non è un modello alternativo o sostitutivo della famiglia normocostituita.
In più, mi permetterei di osservare che tutte le indagini sociologiche - ma anche socio-statistiche e demografiche - tacciono su tantissimi aspetti della realtà familiare. Se voi prendete ad esempio le indagini di Eurostat sia sulle opinioni degli europei a riguardo delle famiglie e i comportamenti familiari sia sulle strutture delle famiglie, c’è tutto un quadro, un disegno di ricerca che dà per presupposto che la famiglia sia quella ristretta, nuclearizzata e limitata alla sfera privata degli affetti, dei sentimenti e dei legami intimi. Tutto ciò che riguarda la famiglia in quanto operatore di scambi intergenerazionali, quindi i rapporti tra generazioni, i rapporti tra famiglie, gli scambi che si attuano nelle reti familiari più ampie, tutto questo non appare, quasi nessuno raccoglie dati. Qualcuno ha cominciato a farlo da due o tre anni, ma sono pochissimi. Quindi noi non abbiamo idea di come le forme familiari si generino oggi in termini che non siano quelli dello stretto nucleo, che magari pieno di conflitti e sovraccaricato di compiti finisce per rompersi. Molti studiosi, ad esempio, parlano di semplificazione della famiglia, per indicare che la famiglia si riduce sempre di più, si semplifica nel senso che invece di avere tre ruoli ne ha solo due, o che invece di avere un’ampiezza media che so io, di 3,1 si riduce a un’ampiezza di 2,7 o di 2,6 e così via. Questa semplificazione, che vorrebbe dire appunto frammentazione, riduzione, ecc., è solo un aspetto della medaglia. E’ certamente un aspetto reale, ma qui viene visto solo un lato della medaglia. L’altro lato, che riguarda invece gli scambi tra famiglie, l’esistenza di rapporti tra generazioni molto vicine, su tutto questo c’è da parte delle statistiche ufficiali un silenzio pressoché assoluto. Ecco perché è importante il capitolo che Giovanna Rossi e Elisabetta Carrà hanno fatto sui nuovi nonni, per mostrare che i flussi di scambio tra le famiglie legate dalla parentela stretta non vanno più da adulti che aiutano i genitori anziani, ma prevalentemente dai genitori anziani che aiutano le famiglie dei figli adulti sposati e dei nipoti che si sposano o si devono sposare, e questi flussi di scambio intergenerazionale modificano le forme familiari nel senso che poi costituiscono dei tipi diversi di vivere la famiglia senza con questo modificare la qualità delle relazioni familiari in quanto reciprocità fra sessi e fra generazioni. Quindi, abbiamo delle famiglie autenticamente nuove perché sono nuove relazioni di reciprocità di scambi fra sessi e generazioni. E’ lì che dovremmo andare a cercare qualcosa di nuovo, ma lì le indagini non vanno; le indagini vanno invece sulla frammentazione, sulla rottura, sulle situazioni di convivenza oppure di unioni più o meno provvisorie, contingenti di persone di qualunque tipo. Ecco, in questo c’è una distorsione nella ricerca scientifica e nella rilevazione dei dati socio-demografici a livello europeo che mi pare evidente.

QUALI POLITICHE PER QUALE FAMIGLIA
Mi avvio verso la conclusione per dire - sulla base di questa descrizione della situazione - che cosa fare sul piano operativo. La soluzione che oggi si dà è la seguente: siccome non c’è più un modello di famiglia ma tanti potenziali modelli, ciascuno si sceglierà la sua famiglia. Lo Stato si deve ritirare dalla sfera pubblica, dire che la famiglia non è più di interesse pubblico, dire quindi che ciascuno faccia pure la convivenza che gli pare, la famiglia equivale a quella anagrafica cioè ciascuno dichiara all’anagrafe con chi convive sotto lo stesso tetto: quella è la famiglia, e tutti i provvedimenti di welfare dovrebbero andare in quella direzione. Pensate: la famiglia sta diventando un operatore sempre più importante del welfare in termini di benefici, di assegni, di redistribuzione vuoi di reddito, vuoi di servizi, e della famiglia che definizione diamo? I comuni, ad esempio, per applicare l’Ise (Indice di situazione economica, ndr) hanno fatto una quantità di domande al Ministero delle Finanze per dire: ma noi come dobbiamo considerare la famiglia quando applichiamo l’Ise? Come si definisce la famiglia? Per esempio, una convivenza è una famiglia o non è una famiglia? Ha diritto a entrare nel computo dell’indice della situazione economica, quindi di non pagare i ticket oppure avere certe detrazioni fiscali, certi benefici, certi assegni? Sono piovute richieste per le questioni di applicazione tecnica dell’Ise e di tutto ciò che è connesso alla filosofia di nuovi interventi selettivi in materia familiare. Tra l’altro, noi siamo uno dei Paesi europei che va sempre più verso la selettività, mentre molti altri vanno verso l’universalità dei benefici alle famiglie.

Il problema è molto serio: in che modo riconosciamo la famiglia anche da un punto di vista pubblico-amministrativo, di welfare? Pensiamo al reddito minimo, pensiamo al reddito di inserimento, pensiamo ai trasferimenti dallo Stato alle famiglie in tutti i campi: da quello fiscale al servizio sociale, all’istruzione, alla sanità, ecc. Lì ci vuole una definizione, o non ne usiamo nessuna o ci vuole una definizione. E’ chiaro che la tendenza è verso una definizione puramente anagrafica, nel senso di dire: la famiglia è l’insieme delle persone che coabitano sotto lo stesso tetto. Lo Stato rinuncia per così dire a qualificare le relazioni che intercorrono tra queste persone, però è evidente, da un punto di vista sociologico e storico, che uno Stato che fa questo è uno Stato che va in bancarotta. Storicamente, tutti gli Stati che hanno seguito questa strada sono andati verso la bancarotta: prima o poi hanno dovuto tornare indietro, se non hanno voluto scomparire o crollare. Perché? Ma perché c’è un criterio di assoluta "indistinzione"! Noi dobbiamo sapere chi si accolla le responsabilità del ricambio generazionale, dei patti fra le generazioni attraverso l’operatore famiglia; chi si accolla la responsabilità e gli oneri della relazione di coppia in termini di obbligazioni che scaturiscono da questo tipo di rapporto. Se lo Stato vuole realizzare solidarietà a livello macro, a livello delle istituzioni, della società, deve sapere su quale solidarietà fra i sessi o fra le generazioni può contare, perché se questa solidarietà non è né presupposta, né ricercata, né incentivata, né riconosciuta, lo Stato sociale va in crisi dal punto di vista della sua capacità di solidarietà e di redistribuzione.

Quali soluzioni sul piano operativo? La regolazione del pluralismo familiare va fatta coniugando identità e varietà dell’essere famiglia, in base a due criteri fondamentali:

  1. il primo è il principio della differenziazione delle relazioni sociali: esso implica che si distinguano le forme familiari da quelle non-familiari, e si trovi una opportuna regolazione delle une e delle altre a seconda del loro contenuto e dei loro impegni verso la comunità politica e sociale;
  2. il secondo è il principio di gradazione della tutela delle relazioni sociali in base ai diritti-doveri assunti dai contraenti, nella misura in cui sono positivi per la coesione e la solidarietà sociale.

Bisogna distinguere fra contratti privati e contratti aventi valore pubblico: non si tratta di 'concedere' qualcosa (di più o di meno) a seconda delle risorse pubbliche a disposizione oppure a seconda dell'accettabilità del consenso di opinione pubblica o altri criteri simili. Una società che si concepisce come aperta e plurale deve abbandonare il regime concessorio: si tratta di guardare alla natura delle relazioni familiari e di promuoverle se e nella misura in cui esse si orientano all'assunzione di responsabilità interpersonali e sociali.

Ecco perché i criteri che il Rapporto individua come criteri interessanti da considerare sono fondamentalmente due;

  1. il primo criterio è il principio della differenziazione delle relazioni sociali, cioè a dire: bisogna distinguere le forme familiari da quelle che familiari non sono Tutte meritano attenzione e tutela, ma un conto sono le relazioni familiari, un conto sono le relazioni primarie di cura, amicizia, mutualità; è un altro discorso. Per la famiglia valgono certe regole, per le altre relazioni valgono altre regole;

  2. secondo punto: il principio della tutela delle relazioni sociali in base ai diritti e doveri assunti dai contraenti nella misura in cui sono positivi per la coesione e la solidarietà sociale. In altri termini: la sfera pubblica, lo Stato tutela queste relazioni secondo il loro grado di impegno nei confronti della società, cioè secondo il grado di funzioni sociali che vengono esercitate da queste relazioni. Bisogna distinguere i beni meritori - cioè gli interessi e i bisogni che meritano attenzione e tutela da parte della collettività - da quelli che sono i bisogni meramente privati. Lo Stato lì ha solo l’esigenza di stabilire delle regole di equità dicendo: se tu fai certe cose, ti metti con un’altra persona e la sfrutti, c’è un problema di equità nei vostri rapporti, ma questo non ha niente a che fare con le regole che riconoscono nella famiglia dei bisogni meritori, perché ciò che le famiglie fanno sono funzioni sociali, cioè la generazione di un bene comune che richiede la tutela della collettività, cioè il riconoscimento, la promozione da parte dello Stato.

In un'ottica sociologica attenta alla complessità, il problema sociale che emerge non è tanto quello della mancanza di riconoscimento pubblico alle convivenze pattizie, i cui membri individuali godono comunque dei diritti di welfare, quanto piuttosto nell'assenza di una politica sociale a sostegno della famiglia come rete di relazioni solidaristiche nella vita quotidiana. Anziché avere uno Stato che sussidia la famiglia, abbiamo il paradosso di una famiglia che sussidia lo Stato e le forme di vita da esso tutelate.

Che oggi tutto questo non ci sia è evidente, l’abbiamo detto, ripetuto e documentato in tutto il Rapporto: oggi la situazione italiana è una situazione perversa. Perché? Perché abbiamo non lo Stato che sussidia la famiglia, ma abbiamo la famiglia che sussidia lo Stato; in generale oggi in Italia è la famiglia che paga per tutte le incapacità dello Stato di redistribuire il reddito, di organizzare i servizi, di risolvere il debito pubblico, ecc. Quindi è chiaro che se vogliamo stabilire una società più equa, più giusta, più solidale, dobbiamo necessariamente adottare questo tipo di criteri.

QUALE CITTADINANZA PER LA FAMIGLIA
Non mi soffermo su tutti gli aspetti perché il discorso sarebbe lungo. Vorrei dire però che ci sono due strade alternative: lo scenario di fondo è quello che nella conclusione del Rapporto definisco come lo scenario della cittadinanza neutra e della cittadinanza societaria.
La cittadinanza neutra
è quella che dice: i diritti di cittadinanza sono solo degli individui, e lo Stato è indifferente nei confronti delle forme familiari; in altri termini lo Stato tutela l’individuo, gli conferisce tutti i diritti di cittadinanza, tutte le provvidenze di cittadinanza e non prende nessuna posizione a riguardo della qualità delle relazioni familiari. In un certo modo, riconosce tutte le forme che riescono con capacità di forza, di intervento, di pressione, di lobby a farsi riconoscere determinati diritti, ma non ha una propria linea di promozione degli stili di vita che chiamiamo propriamente familiari. In questo caso una cittadinanza neutra necessariamente va a parare sul fatto che lo Stato quindi non è più capace di distinguere la famiglia e altri tipi di relazione. Questo naturalmente è un problema, perché a quel punto lo Stato non riesce più a far conto sulla solidarietà familiare, la solidarietà familiare necessariamente viene penalizzata. Una cittadinanza neutra non è mai realmente neutra nei confronti della famiglia; è dimostrato che uno Stato che si dichiari neutro nei confronti della famiglia in realtà necessariamente penalizza la famiglia rispetto alle altre forme di relazione.

L’altra strada che si prospetta davanti è quella che chiamiamo cittadinanza societaria, cioè una cittadinanza nella quale lo Stato non è più neutro, ma in base ai criteri che ho detto riconosce la specificità delle relazioni sociali e le tutela in rapporto alle funzioni sociali che esercita; quindi in questo caso distingue le forme familiari che assumono funzioni sociali rispetto ad altri tipi di relazioni che sono relazioni fra privati. Se abbiamo una relazione di unione o di partnership in cui il contratto che viene stipulato è per far subentrare il partner nel contratto di locazione, per far subentrare il partner nei diritti all’eredità, per essere qualificato a prendere decisioni in caso di infermità o di morte dell’altro partner e cose di questo genere, questi sono accordi fra privati che possono benissimo essere regolati da dei patti di tipo privato; non c’è bisogno di leggi e di interventi di regolazione dello Stato. Lo Stato – come ho detto prima – sorveglierà, tutelerà solo il fatto che ci siano regole di equità in questo, ma non dovrà mettere un timbro su queste cose perché queste cose restano dei patti privati, dei contratti di tipo privato. Quello che lo Stato e la collettività devono fare è invece riconoscere e promuovere quelle relazioni che si assumono degli obblighi pubblici e delle funzioni di tipo sociale: questa è la cittadinanza di tipo societario, perché riconosce un carattere originale alla famiglia, riconosce la soggettività sociale delle famiglie che esercitano delle funzioni a beneficio dell’intera collettività e non solamente con una regolazione di interessi privati che desiderano una giusta tutela, ma una tutela che deve essere perseguita in altro modo rispetto a quella delle famiglie. Quindi, distinguere i due campi della famiglia e delle altre relazioni è un compito non solo dell’analisi scientifica, come abbiamo cercato di fare, ma anche delle politiche sociali e della legislazione. Vi ringrazio per l’attenzione.

Fulvio Scaparro, Gianfranco Fabi, Paolo De Sandre.
Fulvio Scaparro, Gianfranco Fabi, Paolo De Sandre.

Gianfranco Fabi
Questa seconda tornata dovrebbe essere un po’ la cerniera tra la presentazione del Rapporto, così profondamente e brillantemente messa a punto dal professor Donati, dal professor Melchiorre e da don Zega e la parte conclusiva sulle implicazioni politiche, sociali, familiari. Implicazioni politiche: già il professor Donati ha messo in risalto molto bene il fatto che le implicazioni politiche ci sono, ci devono essere. Anzi, uno scopo di questo Rapporto è proprio quello non tanto e non solo di tener conto e di analizzare una realtà in evoluzione, quanto - una volta verificato che la realtà porta verso una decadenza, una decadenza della stessa natura della società, dei rapporti sociali all’interno, della prospettiva di crescita della società - dire appunto che c’è un problema che la politica deve affrontare, perché come sostiene il Rapporto molto esplicitamente, e come ha sottolineato il professor Donati, la famiglia italiana continua a dover fare i conti con uno Stato che non le è favorevole, anzi, che spesso le è ostile.

E’ una famiglia che dovrebbe essere alla base di quello che è il principio di sussidiarietà di cui si è parlato a lungo negli ultimi tempi; la famiglia è la base, quella che può avere e che hà le maggiori responsabilità e che in queste responsabilità dovrebbe essere difesa, aiutata, incentivata. Invece la famiglia per lo Stato italiano è una realtà – lo sottolineava il professor Donati – in fondo marginale. Pensiamo dal punto di vista fiscale, per esempio: esiste l’individuo, la comunione dei beni è penalizzata, le famiglie che hanno un minimo di beni e di patrimonio hanno la divisione dei beni se no per il fisco sono penalizzate, la comunione dei redditi è addirittura proibita, è vietata. Il fatto di mettere insieme i redditi e poi dividerli per pagare equamente i membri della famiglia, in Italia non esiste, non si può fare, il reddito è individuale, tassativamente individuale. Se il marito lavora e ha un reddito già elevato e toglie un’ora alla famiglia per lavorare viene tassato al 50%, se la moglie non ha redditi e lavora, toglie un’ora alla famiglia per lavorare, viene tassata al 10%. Non si può attuare in Italia quella forma di splitting che esiste in altre nazioni. E anche la comunione sul lavoro è del tutto irrilevante, il fatto che marito e moglie lavorino insieme è considerato dal fisco e dalla realtà come qualcosa di uguale, decisamente uguale a due persone completamente estranee che lavorano insieme.

La realtà familiare è qualcosa che di fronte a una società così come si è andata evolvendo è profondamente penalizzata; questo lo si vede nei numeri del Rapporto, lo si vede nella realtà italiana, in cui le famiglie tendono avere sempre di più una connotazione dispersa, magari pluralista, ma in cui non riescono ad essere un fattore di crescita. Questo è un elemento quantitativo e qualitativo nello stesso tempo. Una famiglia che non riesce ad essere elemento di crescita (infatti ha il tasso demografico più basso del mondo, e i figli tendono a restare nella famiglia più a lungo che in altre realtà) diventa qualcosa che si autoprotegge, si autodifende, non diventa un elemento della società aperta.

Ecco, su questi fronti è importante non tanto riflettere per adattare le politiche del welfare, per adattare le politiche sociali a una dimensione familiare che si sta evolvendo in questo modo, ma cercare di capire che con certe politiche del welfare, con certe politiche sociali, si può invertire una tendenza, si può ritornare, anzi si deve ritornare a valorizzare quello che è l’elemento centrale della società. Non basta che questo sia scritto nella Costituzione, bisogna che diventi una realtà di fatto, nei contenuti della politica. Proprio per confrontarci su questi contenuti, su queste basi scientifiche su cui ragionare per cercare di essere attivi all’interno di una politica sociale, economica, del welfare familiare, è importante la riflessione sugli elementi di fondo. Per questo lascio la parola a...
    

Paolo De Sandre
Grazie per avermi invitato in qualità di demografo, nonostante alcune bacchettate che ci sono all’interno del Rapporto sulla capacità descrittiva dei demografi per quanto riguarda le unità familiari. Resta il fatto che l’ampia documentazione demografica, riportata dal collega Blangiardo e non solo, rappresenta lo zoccolo duro a partire dal quale lo stesso Rapporto si costruisce e con il quale si tratta di confrontarsi per avere un tipo di comprensione ancora più penetrante della realtà. Donati diceva che Eurostat in realtà è molto più sensibile alle tematiche economiche, e malgrado la riforma che adesso stanno facendo, il sistema di indagine longitudinale e trasversale presso le famiglie zoppica dal punto di vista della componente demografico-sociale. D’altro lato, non è vero che non esistono studi; bisogna incrementarli per consentire una lettura della realtà familiare che non sia troppo vincolata a schemi di comodo. Non c’è dubbio che la componente anagrafica, che è legata alla co-residenza, rappresenta un fattore decisivo di tipo sociale per le aggregazioni, ma bisogna integrarla con altri tipi di osservazione che riguardino i sistemi di relazione, le reti di parentela. L’Ined francese ci ha insegnato proprio a studiare le reti di parentela, e finalmente con l’indagine del ’98 dell’Istat abbiamo cominciato a raffigurarle.

Ringrazio inoltre per avermi invitato, immagino, anche come responsabile della Seconda Indagine sulla fecondità e sulla famiglia negli anni Novanta, nell’ambito del progetto della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite di Ginevra, che in questo caso mostra sensibilità per gli aspetti di natura sociale.

Le linee del Rapporto - che io ho letto - sono quelle enunciate da Donati. La prima è una linea di tipo osservazionale (e sarà su questa che io farò qualche notazione particolare) che sottolinea di fatto la centralità e la dominanza della famiglia coniugale e riproduttiva in Italia. La seconda invece è più di tipo filosofico, normativo, teoretico e poi politico, e tende invece a dire: occorre difendere sul piano semantico, sotto il profilo simbolico, sotto il profilo normativo-giuridico, sotto quello del welfare, la famiglia coniugale con patto stabile, riproduttiva, ecc., distinguendola bene dalle altre forme. Su questo secondo aspetto io ho meno cose da dire. Del resto, ci saranno altri interventi e quindi mi limiterò a fare qualche notazione problematica che merita – secondo me – ulteriori riflessioni nell’ambito della meritoria opera relativa a questi Rapporti. C’è ancora, secondo me, materiale prezioso su cui scavare.

Per quanto riguarda la prima linea di osservazione sulla centralità e la dominanza della famiglia coniugale, riproduttiva, stabile, che conviene distinguere da altre forme familiari, io condivido la descrizione che voi troverete, in particolare nel capitolo di Blangiardo, sulle caratteristiche strutturali della vicenda italiana in confronto con altri Paesi. Evidentemente, quando parliamo di famiglia mettiamo in campo tutte e tre le dimensioni, quelle più volte enunciate: quella eterosessuale – e in questo senso non mi occupo degli aspetti omosessuali – quella del patto di coppia, dell’aspetto quindi matrimoniale che fa tradizionalmente un patto unico, stabile, e la dimensione della prolificità.

Il punto richiamato da Blangiardo, che secondo me è bene tenere presente per cercare di monitorare la vicenda familiare in Italia, è che ciò che si sta verificando ormai molto vistosamente da qualche decennio (dagli ultimi cinquant’anni – diciamo – nei Paesi europei, ma che ha la sua origine - per paesi come la Francia e l’Inghilterra - da duecento anni a questa parte) e che i demografi hanno chiamato "la seconda transizione demografica", è qualcosa che riguarda in particolare la dimensione riproduttiva e quella del fare coppia. A partire dalle società scandinave e anglosassoni, ciò che si è verificato recentemente è una evoluzione dei comportamenti sia per quanto riguarda il processo riproduttivo che il fare coppia e, cosa ancora più rilevante, queste dimensioni si sono verificate come relativamente indipendenti tra di loro. A differenza di quanto è scritto nel Rapporto, i Paesi che hanno attualmente la fecondità più elevata sono i Paesi nei quali fare coppia è maggiormente differenziato. Credo che voi sappiate che in Svezia più del 50% dei bambini sono nascite naturali, e che la stragrande maggioranza è all’interno di coppie di fatto, di coppie consensuali. Quindi è stata in qualche misura sconfitta la cosiddetta tesi femminista della maternità esclusiva della donna, e sta trovando invece ampia cittadinanza questo tipo di forma di convivenza. In Paesi vicini al nostro, come la Francia, ormai le nascite naturali hanno raggiunto non già i nostri livelli dell’8 – 9%, ma del 30% e oltre.

La differenza semmai, come è ben evidenziato anche da Blangiardo, è che in Italia – ma è una constatazione che ci unisce ad altri Paesi mediterranei – il cambiamento è molto più netto sotto il profilo riproduttivo mentre è molto contenuto sotto il profilo dei comportamenti di coppia. Questo ancor più in Italia che in Spagna. In Italia c’è una combinazione, una dipendenza tra il modo in cui avvengono i cambiamenti sul fronte della riproduzione e quelli sul fronte delle forme coniugali. Il punto, la questione per la quale io raccomando attenzione anche in futuro, è se questa nostra situazione (e in parte quella dei Paesi mediterranei) è strutturale e permanente, oppure se si tratta di un gap temporale.

A me sembra che siccome anche nel nostro Paese è in atto una segmentazione dell’intero processo sessuale, coniugale, riproduttivo, cioè in qualche misura una gestione parzialmente separata, bisogna che andiamo a fondo riguardo questo tipo di situazione, cioè che non ci fermiamo al dato esterno di tipo demografico che aggrega e disaggrega le forme in funzione delle relazioni percepibili e rilevabili, bisogna che andiamo un po’ più a fondo per capire cosa sta avvenendo e come andranno le cose. Sicuramente, sotto questo profilo anche i Rapporti precedenti (penso ad esempio al Quinto, sui ruoli di genere) hanno dato dei contributi, ma sono tutt’altro che conclusi.

Le vicende e le trasformazioni dei comportamenti dal lato della dinamica delle donne è appena iniziata. La parificazione dal punto di vista dell’istruzione delle ragazze rispetto ai maschi in Italia è iniziata negli anni Ottanta e si sta realizzando negli anni Novanta, quindi le forme, i comportamenti lavorativi e via dicendo, saranno il frutto di ciò che sta avvenendo adesso, non di ciò che è avvenuto ieri. Bisogna che evitiamo di fare analisi trasversali, credendo di anticipare il futuro.

L’altro aspetto collegato è che questa dimensione sessuale, coniugale e riproduttiva, è il luogo, l’ambito della più penetrante autonomia normativa dei singoli. Quale che sia il progetto educativo, politico, normativo che noi abbiamo, i singoli non è che "rivendicano" un loro ruolo nella costruzione delle vicende familiari: sono di fatto i primi attori delle vicende familiari. Quindi l’attenzione e i comportamenti individuali non hanno niente a che fare con una ipotesi o una tesi di tipo individualistico: bisogna fare quello che i singoli fanno, anche se può essere benissimo una convenzione politica, ma è anzitutto un riconoscimento che queste dinamiche sono vissute, realizzate, attualizzate dai singoli.

Vorrei solo richiamare velocemente qualche aspetto che non è affrontato nel testo, o che è stato variamente accennato ma che può avere ulteriori sviluppi, riguardante proprio questa sorta di segmentazione di autonomia nel vivere e nello sperimentare le varie fasi che portano a determinate configurazioni del momento familiare.

Il primo fattore di cui non dobbiamo dimenticarci è che tutta la vicenda del contenimento delle nascite, del crollo della natalità per noi è una vicenda recente. Questo contenimento delle nascite ha generato e genera cambiamenti nel modo vivere la sessualità, il controllo della sessualità rispetto alla riproduzione e le unioni. Le crisi di identificazione dei vari modelli comportamentali che ci sono state trovano la loro genesi - almeno cronologica - nel fenomeno della caduta delle nascite. Ma anche lo statuto del figlio è in cambiamento, non solo nel senso che c’è una riduzione estrema delle nascite.

Voi sapete che praticamente i Paesi mediterranei, insieme a quelli dell’ex-Unione Sovietica, ormai hanno una fecondazione corrente di 1,2 figli per donna. Da noi questa fecondazione così bassa è combinata con un desiderio di figli relativamente elevato: 1,9 nel nord Italia, 2,3 nel sud. Quindi, c’è un grosso divario che persiste tra aspettative, desideri e realtà. Oltre a questo aspetto – dicevo – c’è il fatto che l’accettazione delle gravidanze non è incondizionata, e questo rientra nello statuto del figlio. Su un campione di cinquecento persone, interpellate sull’aborto, l’80 – 85% delle donne e degli uomini in età 20-49 anni si dichiarano favorevoli all’aborto se a rischio c’è la salute della madre e l’integrità del figlio. L’orientamento a un’accettazione condizionata della prole è quindi quasi unanime, anche se in Italia non si desidera che i figli nascano fuori dal contesto matrimoniale, cosa che invece è pressoché indifferente nei Paesi scandinavi, in Inghilterra e in Francia.

Sulla questione dell’autonomia per quanto riguarda il patto coniugale, credo che ci sia strada per andare oltre il contributo di Rossi e Carrà: non è solo questione di cambiamenti, di spostamenti, di rinvio della scelta del matrimonio e della fecondità, c’è un modo di organizzare, di affrontare il cambiamento attraverso una sorta di impaginazione della famiglia, dei genitori, che però ha moltissime conseguenze. Non sappiamo ancora quali: di quelle sulla fecondità e sui matrimoni cominciano già ad avere sentore, ma non sappiamo cosa significhi dal punto di vista della gestione, dell’opportunità, della responsabilità e della concezione del matrimonio.

Nel Rapporto si dice: i matrimoni civili sono una rarità: non è mica vero. I matrimoni civili sono arrivati in alcune regioni al 30 – 40%. C’è una gestione diversa. L’anno scorso è stata fatta un’indagine sulle unioni consensuali a Milano che dimostra come l’intensità della nuzialità legale - delle prime nozze – è inferiore alle prime unioni consensuali. Allora in Italia il modello medio è quello che è; nel sud è caratterizzato in un modo, al nord in un altro. Ci sono questi indizi, che non possono non essere monitorati.

Non sono in condizione di dire altro se non che, se è vero che da noi c’è questa modifica dei comportamenti, questa è fatta mantenendo la dipendenza tra la forma matrimoniale legale, non solamente religiosa, e la prolificazione. Se questo è vero, però, si pone il problema se noi non abbiamo una struttura familiare che sta entrando in cortocircuito, che sta producendo anoressia. Le stesse dinamiche evolutive che seguono: l’istruzione maggiore della donna, il doppio lavoro uomo-donna, vanno seguite per quello che significano. Meno male che l’Italia realizza esperienze con prudenza, venendo dopo altri che hanno sperimentato aspetti anche traumatici, ma non è detto che non valga la pena di proseguire le riflessione.
    

Gianfranco Fabi
Grazie al professor De Sandre, proprio per l’ottica in cui ha posto il problema, certamente in evoluzione. Un’evoluzione quantitativa, un’evoluzione di comportamento, un’evoluzione di rapporti che si muovono, si evolvono nell’arco della società italiana, magari seguendo modelli e dimensioni anche di altre società ma che comunque anche con quelle particolarità che sono i valori che stanno alla base di una società. Ecco, forse una società dovrebbe partire dall’analisi delle conseguenze di queste tendenze per esaminare poi che valori ci sono alla base di queste scelte. Valori personali, valori sociali, valori collettivi che poi conducono a certi risultati. Risultati che da un profilo demografico arrivano al fatto che la società non è più capace di rinnovarsi, la società si chiude su se stessa e quindi una società che non riesce a lungo termine a garantire il proprio futuro e quindi a dare una speranza a chi in questa fase vive all’interno di questa società. Ma qui andiamo a toccare i temi più vicini alla singola persona e lascio la parola a Fulvio Scaparro, psicologo.
   

Professor Fulvio Scaparro
Io non ho titolo per parlare a nome di nessuno, ma a titolo strettamente personale direi che da un punto di vista cristiano e cattolico trovo poco brillante che un giorno si debba regolare la propria posizione matrimoniale per far sì che i miei siano chiamati famiglia e tutelati dallo Stato. Cioè, non vorrei che fosse questo il modo per rinforzare i matrimoni e le famiglie. Spero proprio di non vivere in un Paese che debba arrivare a questa forma di ipocrisia.

Noi adulti potremo decidere di farci una famiglia su misura, come ci pare, ma se ci mettiamo dal punto di vista del bambino, del neonato, l’ultimo arrivato nella catena evolutiva, esistono delle attese abbastanza precise sull’ambiente che lo dovrebbe accogliere. Sto parlando in termini adulti, il neonato non può esprimersi in questa maniera. Però c’è una storia della specie, almeno su questo qualcosa sappiamo, non tanto ma è già qualcosa. A questo punto noi possiamo immaginare che il neonato non possa farsi una famiglia su misura, non ne ha la possibilità, deve prendere quello che trova. Però per sopravvivere ha bisogno di alcune cose che sono essenziali, nel senso che senza di esse non si campa, non si cresce fisicamente o psicologicamente. Se noi partissimo da questo, forse potremmo essere più in grado di fare delle scelte su chi tutelare, quando e come vale la pena che uno Stato tuteli qualcuno.

Un bambino chiama famiglia non soltanto ed esclusivamente quei genitori che si sono sposati in una chiesa; chiama famiglia quelli che si sono occupati e si occupano di lui, che sono presenti, che sono attendibili, che sono stabili. E da questo punto di vista dobbiamo porci il problema se questo bambino con questa sua idea di famiglia debba essere tutelato anche dallo Stato, cioè debba poter vedere protetti quelli che sono i suoi diritti. Dopodiché ne possiamo discutere - e secondo me facciamo bene a farlo - se può essere pericoloso un tipo di famiglia piuttosto che un’altra, se ci piace o non ci piace, dove stiamo andando e dove andremo a finire. Su questo non ho dubbi: è nostro diritto preferire una famiglia piuttosto che un altro tipo di famiglia, ma dal punto di vista del bambino il concetto di famiglia è molto più ampio di quello che noi molte volte esprimiamo.

Questo, chi conosce i bambini e li studia lo sa. Quindi io credo che quando parliamo di diritti relazionali del bambino, dobbiamo non soltanto pensare alla relazione dal punto di vista dell’adulto, ma anche da un punto di vista che molte volte è trascurato dai nostri studi e anche dai nostri incontri. Per esempio che noi, come esseri viventi, siamo sempre un sistema complesso fisicamente e fisiologicamente, e il nostro sviluppo è una costruzione gerarchica di sottosistemi, di organi, di cellule, di molecole , di strutture subcellulari: l’insieme di questi funzionamenti differenziati ha una funzione di organizzazione basilare che dà stabilità. Scientificamente si studiano in maniera sempre più approfondita i molteplici sottosistemi, ma non è certo la conoscenza che noi abbiamo di essi singolarmente che ci fa comprendere la funzione globale del sistema, che è un sistema di relazioni. Noi siamo fatti di relazioni e quando nasciamo abbiamo bisogno di relazioni, senza relazioni noi non campiamo. Il genoma stesso è un sistema di relazioni e non può essere pensato solo atomisticamente come geni singoli in tanti rapporti lineari di causa-effetto. Quindi il sistema essere umano si apre all’ambiente per interagire, e già il genoma è un’apertura. L’apertura poi diventa sempre più grande, passando dal genoma all’insieme dei funzionamenti e dei sottosistemi dell’organismo e ai comportamenti globali dell’individuo. Lo sviluppo in quanto organizzazione, costruzione gerarchica dei sottosistemi, adattamento, ricerca di indipendenza, autonomia, è un processo modulare, esprime un meccanismo basico di modulazione delle relazioni che vanno formando il sistema individuo. Lo possiamo descrivere in tappe, stadi, ecc. Ogni essere umano quindi va visto come prodotto dei rapporti e delle relazioni nelle quali - sin da quando è generato - si è faticosamente costruita la sua individualità. Quindi le relazioni non sono qualcosa che troviamo nella cultura, ce le portiamo dietro: siamo relazionali per concezione.

Questo ci porta a rivedere una dicotomia un po’ vecchiotta che è quella tra diritti individuali e diritti collettivi, e ad introdurre la categoria dei diritti relazionali, che mi sembrano connessi strettamente con la famiglia e le sue trasformazioni, come nodo fondamentale in cui si confrontano nella quotidianità i diritti del singolo e i diritti della collettività. Questo è particolarmente vero per i bambini e i ragazzi, rispetto ai quali il nucleo familiare rappresenta l’ambiente, lo spazio e il tempo in cui prende avvio il processo di sviluppo, e con esso l’apprendimento relazionale dell’esistenza delle dipendenze, dell’indipendenza, dei vincoli imposti, delle possibilità offerte e dei limiti dell’autonomia individuale. In questo senso, poiché parlare di diritti relazionali significa cogliere la connessione fra i diritti dei singoli soggetti nella famiglia, considerando i diritti e i doveri dei soggetti in crescita nella prospettiva della piena tutela del loro sviluppo fisico, psichico e relazionale vengono richiamati i diritti e i doveri di tutti i membri della famiglia stessa, e in particolare dei genitori.

Evidenze storiche ed empiriche hanno a più riprese sottolineato l’importanza della rete dei rapporti primari del bambino, e occorre in effetti tenere presente che la famiglia - nella sua specifica dimensione strutturale e valoriale - attraverso i modelli e le forme di vita espressi nella sua evoluzione risulta strettamente legata all’immagine dell’infanzia che essa stessa giunge a rappresentarsi e a riproporre a livello sociale. L’infanzia – lo sapete bene – a sua volta ne riceve impronte che rimangono e che ne determinano benessere o difficoltà di adattamento, serenità o squilibri, turbamenti e sofferenza.

Il modello tradizionale di famiglia basato sulla divisione dei ruoli maschili e femminili, e in particolare dei ruoli genitoriali, ha attraversato, attraversa e attraverserà crisi complicate e complesse. Da quando io sono al mondo, ma soprattutto da quando sono nel mondo delle relazioni esterne alla famiglia, come tutti voi ho visto nascere e morire la famiglia più volte. Se guardo soltanto la stampa che ho raccolto da anni nel mio studio, è una strage; la famiglia è morta non so quante volte ed è rinata; i nuovi padri, i nuovi fratelli, i nuovi figli, pure. Da questo punto di vista c’è molta vitalità, perché poi come nelle storie dei cartoni animati, tutti poi rinascono di nuovo.

Allora andiamo un po’ a vedere quanto c’è – non posso dire di immortale – comunque diciamo di ragionevolmente duraturo. Io penso che da questo punto di vista la famiglia, come ambiente che accoglie questo essere relazionale, ha un futuro necessariamente duraturo, perché lo trovo strettamente legato: primo, alla nostra sopravvivenza, e in secondo luogo anche alla nostra crescita individuale e sociale. Possiamo dunque affermare che è vero che sta cambiando il contesto familiare in cui i figli vivono il proprio sviluppo. A questo proposito mi sembra importante richiamare l’attenzione sul fenomeno delle unioni libere, senza vincolo matrimoniale, che esprime una concezione della famiglia diversa rispetto alla tradizione non lontana. D’altro canto sono anche in aumento le separazioni e i divorzi. Io però penso che questo non significhi un rifiuto dell’idea di famiglia, perché secondo me si può portare in tutte queste situazioni l’idea di famiglia che è quella che ci portiamo dentro, come desiderio e come bisogno cioè di figure stabili che mi aiutino a crescere, che mi accolgano, mi curino e mi spingano verso l’autonomia e l’indipendenza. Questi tre aspetti della famiglia noi ce l’abbiamo nel sangue, anche quando ci va male nella vita; se io soffro, soffro anche perché questo mio desiderio non si può realizzare.

Quello che noto, nel breve spazio della mia esperienza, è invece l’insofferenza per la convivenza, ma soprattutto l’incapacità ad impegnarsi nella cura di una relazione coniugale affinché duri nel tempo. Quello che veramente vedo di preoccupante, è questo arrendersi rapidamente alle difficoltà. Questo credo veramente che sia qualcosa che non abbiamo preso forse non tanto dai nostri padri, ma certamente non dai nostri nonni, che erano capaci di battagliare per far durare, e lo ritengo veramente un aspetto preoccupante.

Allora se è fondato quanto ho detto a proposito della fondamentale concezione relazionale dell’essere umano, le trasformazioni in atto della famiglia dovrebbero essere valutate anche tenendo presente i diritti relazionali dell’infanzia, come del resto noi siamo tenuti a fare, perché vincolati da una Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia che noi abbiamo sottoscritto e che è centrata sui diritti relazionali. Quando non ci occupiamo di questo e facciamo troppi distinguo tra nuclei familiari accettabili e non accettabili - possiamo farlo, per fortuna siamo liberi di pensarla come vogliamo - dobbiamo anche dire che usciamo fuori da questa Convenzione, che invece è centrata proprio su queste centralità e su una concezione della famiglia molto ampia, anche entro limiti che magari a noi possono sembrare non accettabili.
   

Gianfranco Fabi
Grazie al professor Scaparro. Il problema di fondo giustamente non è quello della forma, non è quello dell’involucro, non è quello delle etichette, ma quello della sostanza del rapporto interpersonale, della stabilità di questo rapporto e del valore che c’è dietro questo rapporto sul fronte anche della dinamica familiare e della dinamica sociale. Sottolineare l’importanza della persona, il valore della persona, è il passo da compiere per sottolineare il valore della famiglia. Io vorrei rubare ancora due minuti per una domanda, però se mi promettete di darmi una risposta in trenta secondi. Dottor De Sandre, quanto le politiche sociali possono modificare l’andamento demografico, in percentuale?
   

Professor De Sandre
Come effetto diretto è impensabile; non esiste la possibilità di un effetto diretto di politiche prevalentemente demografiche. Le politiche devono tenere conto anche degli aspetti di carattere sociale, e allora qualcosa possono fare. Naturalmente non sto pensando a situazioni tipo la Cina, con la politica del figlio unico; la stessa politica francese, l’unico Paese che ha sempre perseguito una politica pro-natalista, sta avendo apparentemente effetti minori, ma in realtà quello che c’è dietro è un’idea condivisa dell’interesse di avere dei figli. Nella situazione italiana, se io dovessi dare una priorità, non è quella di incentivare le nascite, ma di favorire la costruzione delle famiglie giovani e l’assunzione di responsabilità in questa fase.
   

Gianfranco Fabi
Grazie. Dottor Scaparro, c’è una specificità italiana in questa evoluzione della famiglia che abbiamo visto e che c’è in tutto il Rapporto; c’è qualcosa su cui l’Italia si differenzia?
   

Dottor Scaparro
Sì, direi proprio di sì, anche se più che l’Italia direi l’area del Mediterraneo, perché non la vorrei troppo localizzare. Altrimenti dovrei dire: Italia, quale Italia e quale parte d’Italia? Secondo me, c’è un’attenzione a questi aspetti relazionali nella nostra storia, che noi vediamo in tante famiglie che si affacciano sul bacino del Mediterraneo. Secondo me, sono aspetti che facciamo bene a non trascurare, perché sono la base sulla quale poi si può ricostruire. Il messaggio è che tutto ciò che è prezioso costa fatica. Allora, pensare che una famiglia - che è decisamente un bene prezioso - possa essere costruita senza fatica, questo dovremmo togliercelo dalla mente, anche solo facendo riferimento alle nostre esperienze.
   

Gianfranco Fabi
Grazie. Vi ringrazio per il dono della sintesi di queste ultime battute, che però mi sembrano particolarmente importanti e interessanti. L’argomento è complesso, certamente difficile, speriamo di non essere tra quanti affrontano un argomento complesso per renderlo ancora più complesso. Questo è un ruolo che riserviamo ai politici, a cui lasciamo adesso la parola. Grazie.

 


Cisf - Codice fisc/P. Iva 05023630964
Modificato mercoledì 24 novembre 2010
Sito gestito dalla Società Apostolato San Paolo
©
S.A.S.P. S.r.l., Via A. Severo 56 - Rome - Italy
Sede legale: Piazza San Paolo,14 - 12051 Alba (CN)
Cod. fisc./P.Iva e iscrizione al Registro Imprese di Cuneo n. 02296520048
Capitale sociale € 1.523.023,00 i.v.

back to top

 


   

Modalità d'utilizzo


   

   

   

Il Centro Documentazione del CISF è dotato di oltre 6.000 volumi, più di 100 testate di riviste specializzate, suddivise cinque aree d'interesse:
pastorale familiare
formazione e 
   dinamica
   della coppia
età evolutiva
problematiche
   collegate alla 3a età
bioetica

 


aggiornamento per chi è interessato a conoscere quanto di rilevante viene pubblicato sulla famiglia