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Seminari e convegni
    

   
Ottavo Rapporto Cisf sulla famiglia in Italia
FAMIGLIA E CAPITALE SOCIALE
NELLA SOCIETÀ ITALIANA


Venezia, 29 ottobre 2003, 
Hotel Bauer, San Marco, 1459

Mercoledì 29 ottobre 2003
PROGRAMMA
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15.30-16.30 Apertura dei lavori, don Leonardo Zega, Presidente Associazione don Zilli
Saluto di S.E. Mons. Angelo Scola, Patriarca di Venezia
16.30-18.30 Tavola rotonda
Quale capitale sociale oggi in Italia?
Introduce Pierpaolo Donati
Intervengono,
Guidalberto Guidi, Bruno Manghi, Luisa Santolini, Felice Scalvini

Coordina Ferruccio De Bortoli

    

Discorso di don Zega all'apertura dei lavori.

Eminenza,

mi rivolgo a lei, innanzitutto, a nome dei presenti e di tanti amici collegati all’Associazione don Zilli che ho l’onore di presiedere, e al Cisf che ne esprime l’attività istituzionale culturalmente più rilevante, per rinnovarle le nostre congratulazioni.
La fresca nomina a cardinale inaugura una nuova stagione del suo patriarcato, e siamo felici che essa coincida in qualche modo con questo incontro dedicato alla famiglia italiana nel suo rapporto complesso, e spesso problematico, con la società in cui vive.
Sappiamo quanto questo argomento le stia a cuore e conosciamo l’impegno culturale e pastorale con cui vi si dedica, anche come membro del Comitato di presidenza del Pontificio consiglio per la famiglia.
Grazie dunque, eminenza, della sua disponibilità, che premia le nostre fatiche di là da ogni attesa. Non potevamo tornare a Venezia, dove il Primo Rapporto Cisf fu presentato nel 1989, sotto migliori auspici.
Posto quattordici anni fa a tema delle ricerche e degli studi del nostro Centro culturale, questo specifico interesse per la famiglia ha radici profonde nel carisma paolino, così come ci è stato trasmesso dal nostro fondatore, don Giacomo Alberione, proclamato beato il 27 aprile di quest’anno.
Basti pensare a Famiglia Cristiana, da lui fondata nel Natale del 1931, e divenuta nel tempo il giornale della famiglia italiana per antonomasia. Presentandone il primo numero (un giornaletto di 12 pagine, 20 centesimi la copia, 8 lire l’abbonamento annuale), egli scriveva: "In esso - nel "giornaletto" appunto, come lui lo definiva – non troverete eleganza di veste tipografica, ma cibo per le anime vostre".
Aggiungendo però subito dopo: "Ci saranno cognizioni utili nel disbrigo delle faccende domestiche, disegni per ricami e lavori femminili, notizie sui principali avvenimenti del giorno ecc.".
Tradotto nel linguaggio odierno, lo si direbbe un settimanale di attualità a servizio della famiglia e di tutti i suoi membri, ove la formazione passa attraverso l’informazione e il servizio, che è ancor oggi l’anima di Famiglia Cristiana.

Leonardo Zega, Presidente associazione Don Zilli,  e a fianco, il Card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia.
Leonardo Zega, Presidente associazione Don Zilli, e a fianco,
il Card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia

Non mancava neppure, in quel primo editoriale, l’esplicito richiamo ai principi fondanti dell’istituto familiare: "La famiglia è la cellula base della società e dello stato. Contribuire alla sua buona formazione è contribuire alla restaurazione morale e religiosa della società stessa".
Come dicevo, famiglia e società, nelle loro diverse espressioni, sono il filo conduttore di tutti i Rapporti già pubblicati, e dell’Ottavo che oggi presentiamo, mantenendo fede alla cadenza biennale programmata fin dall’inizio: quattordici anni, Sette Rapporti, che sfociano naturalmente nell’Ottavo di quest’anno.
Sempre coordinati, con la competenza e la passione che tutti gli riconoscono, dal professore Pierpaolo Donati, questi Rapporti hanno monitorato in qualche modo l’evolversi impetuoso delle problematiche familiari, in una società complessa qual è la nostra, al punto che oggi non è possibile parlare seriamente di famiglia, a tutti i livelli, senza fare ad essi riferimento.
E’ sufficiente un rapido cenno per rendersi conto della varietà e ricchezza di contributi e stimoli offerti in questi anni a quanti hanno a cuore le sorti della famiglia italiana. (I Rapporti - Ottavo incluso - coprono circa 4.000 pagine e ad essi hanno collaborato via via ben 48 studiosi e ricercatori di 10 università e di alcuni tra i più importanti centri di ricerca italiani, dal Censis all’Eurisko, ecc.).
Il Primo Rapporto puntava l’attenzione sul fatto che la famiglia italiana tende sempre di più a farsi "norma a sé stessa" (una "famiglia autopoietica", si disse allora con una terminologia un po’ ad effetto): una famiglia cioè che "si fa da sé", più per trascuratezza altrui che per scelta propria.
E’ un messaggio venuto con largo anticipo rispetto al dibattito italiano. Solo adesso, infatti, l’opinione pubblica prende atto e inizia a capire a fondo che cosa significhi questo concetto e che cosa implichi il suo emergere, anche in termini socio-politici, e – perché no ? – religiosi e pastorali: sentendosi mal compresa, per sopravvivere la famiglia italiana – tradizionalmente forte e potenzialmente viva - si è autoprotetta e regolata da sola, dando così segnali evidenti di vigore interno, ma correndo anche il rischio di derive eccentriche.
Il Secondo Rapporto era focalizzato sulla crescente mancanza di equità nelle relazioni fra le diverse generazioni che convivono nella famiglia e sono legate da una rete parentale. Anche questo messaggio è venuto con largo anticipo rispetto a quanto, negli anni seguenti, è poi diventato un luogo comune del dibattito in Italia: l’esigenza cioè di equità fra le generazioni. Oggi ne parlano persino i politici, che è tutto dire.
Il Terzo Rapporto lanciò la parola d’ordine sulla "cittadinanza della famiglia". La famiglia – si affermava - in quanto soggetto di mediazione sociale, possiede uno specifico complesso di diritti-doveri di cittadinanza, come tale e non solo come la somma di persone che si trovano a vivere sotto lo stesso tetto, e chiede che questo diritto le sia riconosciuto.
Oggi molti ne parlano come di un concetto positivo e fondamentale, ma in quel momento (siamo nel 1993) questa rivendicazione sembrava (e tuttora sembra ad alcuni) un’eresia, dato che la cultura tradizionale attribuisce i diritti di cittadinanza soltanto agli individui.
(Sull’argomento il Cisf sta organizzando un convegno internazionale che si terrà nella primavera del 2004 – dal 7 al 9 maggio – in cui il tema della "cittadinanza della famiglia" verrà posto in relazione con la nuova cittadinanza europea).
Il Quarto Rapporto ha indagato i "nuovi intrecci" fra le generazioni, conseguenti ai mutamenti delle forme familiari. Uno scenario del tutto nuovo (che sarà poi ripreso e approfondito nel Settimo Rapporto) con conseguenze imprevedibili in termini di nuove vicinanze e solidarietà, ma anche di nuovi malesseri e implosioni, dentro e fuori della famiglia.
Emerse prepotentemente, in quel Rapporto, una peculiarietà del caso italiano. Da noi, più che altrove, viene dilazionato nel tempo il momento di formazione della famiglia, dando luogo alla cosiddetta "famiglia lunga" ove i figli, maschi soprattutto, escono da casa ultratrentenni.
La difficoltà di "fare famiglia" per i giovani del nostro Paese genera così un vuoto, una discontinuità generazionale che corrisponde a quella dei figli la cui nascita viene diradata e rimandata nel tempo. Le conseguenze negative sono sotto gli occhi di tutti, e non solo sul piano puramente demografico.
Il Quinto Rapporto ha messo a fuoco il tema della famiglia come operatore della differenziazione di gender, e ha mostrato come le identità socio-culturali dell’uomo e della donna si vadano modificando nella famiglia e nei suoi dintorni: come vivono, un uomo e una donna in famiglia, i loro ruoli, la loro specificità; quali problemi crea per essi un ambiente culturale sempre più confuso che tende a disconoscere la vocazione naturale alla complementarietà, a vantaggio di presunte e pretese "uguaglianze".
Il Sesto Rapporto ha affrontato il tema del "benessere" della famiglia, nel contesto di una società proiettata a migliorare la qualità della vita. Anche qui il contributo del Rapporto è stato originale: si è cioè evidenziato che la società attuale si basa paradossalmente su una concezione del benessere che, mentre sembra andare a favore della famiglia, in realtà le gioca contro.
Ai paradossi dell’avere invece che dell’essere e dell’individualismo esasperato abbiamo opposto i contro-paradossi dei mondi vitali delle famiglie che fondano il benessere familiare sulle relazioni umane anziché sul semplice appagamento dei desideri individuali. Di fatto, un’ulteriore declinazione di quei diritti-doveri derivanti dalla "cittadinanza" auspicata nel Terzo Rapporto.
Il Settimo Rapporto ha affrontato, a nostro parere, la sfida più radicale e insieme più affascinante che la famiglia deve oggi affrontare, e cioè la cosiddetta "pluralizzazione delle forme familiari". Un numero crescente di stili di vita e di forme di convivenza reclamano il diritto di essere chiamati e trattati come "famiglia", per il semplice fatto di adottare certe modalità – anche se non tutte, anzi mai in toto – di ciò che tradizionalmente costituisce il suo codice simbolico.
Dalle analisi sviluppate nel Rapporto, la "pluralizzazione della famiglia" si configura come fenomeno complesso, alimentato da due principali tendenze: la frammentazione della famiglia nucleare, formata dalla coppia sposata con figli; le rivendicazioni di nuovi diritti soggettivi da parte di individui che vivono relazioni sociali "altre", che si dicono familiari soltanto per analogia o per metafora. Sappiamo tutti quanto queste ambiguità abbiano pesato – come ha sottolineato più volte la presidente del Forum delle associazioni familiari, Luisa Santolini - su una corretta impostazione delle politiche familiari in Italia.
Sui contenuti dell’Ottavo Rapporto vi intratterranno esaustivamente il professor Donati e il panel di illustri relatori, moderati dall’amico De Bortoli, nel prosieguo di questo incontro. Io mi fermo qui, ringraziando nuovamente il Patriarca che parlerà subito dopo, gli autori del Rapporto, i relatori e tutti voi per l’attenzione prestata al nostro lavoro.

   

Discorso di don Antonio Sciortino.

Un cordiale saluto a tutti.

Presentiamo oggi l’"Ottavo rapporto sulla famiglia" curato dal Cisf, Centro Studi di Famiglia Cristiana, dedicato quest’anno a "Famiglia e capitale sociale nella società italiana".
Il "Rapporto sulla famiglia" si ripropone ogni due anni, ed è un punto di riferimento molto importante e ormai imprescindibile per tutti coloro che, a vario titolo – culturale, sociale, politico e pastorale - si occupano di famiglia. Nato nel 1989 (ricordo che la prima indagine era sulla famiglia autopoietica, che si fa norma a sé stessa), in questi quindici anni ha prodotto materiale originalissimo sullo sviluppo della famiglia italiana, sia al suo interno sia nei rapporti con la società. Sono state presentate grandi quantità di analisi, dati e orientamenti che meriterebbero maggiore conoscenza e diffusione anche per i nomi degli illustri studiosi che vi hanno contribuito: demografi, sociologi, economisti, psicologi, pedagogisti, antropologi, filosofi e teologi... con un lavoro scientifico e un approccio multidisciplinare.
Per dare maggiore diffusione a questi rapporti non possono bastare solo le pubblicazioni della Periodici San Paolo, da Famiglia Cristiana a Famiglia Oggi, che fanno questo già per vocazione e missione: occorrerebbe riuscire a coinvolgere più direttamente operatori e politici, affinché gli orientamenti che emergono da questi studi - spesso anticipando temi divenuti poi di grande attualità - possano poi tradursi in provvedimenti o leggi che valorizzino la famiglia in quanto tale. E, nel caso del "Rapporto" di quest’anno, che valorizzino la famiglia come "capitale sociale nella società italiana".

Pierpaolo Donati, curatore del Rapporto e Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana.
Pierpaolo Donati, curatore del Rapporto e Antonio Sciortino,
direttore di Famiglia Cristiana

Il legame che unisce il Cisf e Famiglia Cristiana è molto profondo, fatto di reciproci scambi. Famiglia Cristiana alimenta il Cisf e ne è, a sua volta, alimentata. Quando sulle pagine della rivista ci occupiamo della famiglia italiana, cerchiamo di parlare di una famiglia così com’è nella realtà, non come è nei nostri desideri. E questa realtà esce dagli studi e dai rapporti che il Cisf ci fornisce.
Sul tema della "famiglia come capitale sociale", (tema nuovo o sul quale poco si è riflettuto e si riflette, per lo meno in Italia), abbiamo trovato una conferma di quanto spesso narriamo sulle pagine della rivista. Rubando una battuta al volontario che abbiamo intervistato questa settimana per presentare l’"Ottavo rapporto", ci verrebbe da dire che non ci meravigliamo dei risultati e delle conclusioni cui arriva questa importante ricerca del Cisf. Attraverso le migliaia di lettere che riceviamo, i lettori ci raccontano lo sforzo che ogni giorno fanno come padri, madri, mariti, mogli, figli, nonni… per entrare prima in relazione con le persone che vivono nelle stesse pareti domestiche e poi con il vicino, con quelli del quartiere, o della parrocchia. Senza saperlo, ci offrono delle descrizioni sociologiche (senza tuttavia il linguaggio scientifico e corretto dei ricercatori) di una vasta rete di mutuo aiuto e solidarietà spontanea, di cooperazione quotidiana, di ascolto dei problemi altrui, delle soluzioni ritrovate, degli interventi spesso di emergenza. Ci parlano dei loro incontri, delle iniziative nate nei quartieri, nelle parrocchie, nella scuola. Ci raccontano di assistenza ai bambini, di microasili improvvisati, di collaborazione alla cura di malati soli, ecc…
E giungono alle stesse conclusioni del "Rapporto": che la fiducia si fabbrica all’interno della famiglia; che il capitale sociale nasce all’interno della stessa e da lì viene esportato nella società; che le famiglie più stabili e più solidali creano più capitale sociale e aiutano a far crescere la società; e che la famiglia chiusa in sé stessa, barricata dietro la porta di casa, ignara e disinteressata di quanto accade fuori è lontana da quella che conosciamo e che, a sua volta, riproponiamo ai lettori. Spesso in controtendenza rispetto alle presentazioni che della famiglia si fa sui media, ove i temi familiari fanno notizia se conditi di un po’ di scandalismo, e ove dati parziali e fenomeni limitati (coppie di fatto, ad esempio) vengono presentati come la fotografia reale della famiglia italiana, facendo sentire "troppo normale" o "fuori moda" chi vive in nucleo formato da una coppia sposata con figli.
Se l’"Ottavo rapporto sulla famiglia come capitale sociale" ci conferma su basi scientifiche quel che conoscevamo per esperienza, questo dato non può che farci piacere. Ma ci incoraggia, soprattutto, ad accentuare quelli che sono due ruoli fondamentali della rivista: primo, contribuire a creare e promuovere una vera cultura della famiglia, anche attraverso questi studi; secondo, premere, soprattutto nei confronti dei politici, perché si possa attuare una vera politica della famiglia. Siamo tutti concordi sul fatto che l’Italia manca di una vera politica familiare, che si investe poco sulla famiglia in quanto tale (basti fare il raffronto con alcune nazioni europee, Francia e Germania, ad esempio), che si fanno tante parole e pochi fatti, che gli interventi sono spesso occasionali, fatti in chiave assistenzialistica, dati come una tantum in situazioni di carenza e di necessità, indirizzati perlopiù ai singoli individui, slegati dai rapporti con la famiglia.
Quel che manca ai politici - e che noi denunciamo, facendoli arrabbiare - è una prospettiva culturale della famiglia che permetta loro di operare non in modo sporadico, ma in base a un progetto più ampio che possa avere la dignità d’essere chiamato politica familiare. Vediamo che i contributi e i sussidi - sia pure importanti di per sé – non risolvono i problemi della famiglia se non sono inseriti in una logica più ampia. Sono solo un tampone o un’illusione.
Se lo Stato entrasse veramente nella logica di una politica familiare più incisiva, soprattutto nel costituire una rete di relazioni, permetterebbe alle famiglie di fare quel che sanno fare così bene. A vantaggio della stessa famiglia, ma anche della società. Il capitale sociale della famiglia è la vera ricchezza di cui dispone un Paese. Basterebbe prenderne coscienza.

Antonio Sciortino, 
Direttore di Famiglia Cristiana
    

 

Intervento di S.Em. Card. Angelo Scola,
Patriarca di Venezia in occasione della presentazione
dell'
Ottavo Rapporto CISF sulla famiglia in Italia

Il tema dell'Ottavo Rapporto CISF sulla famiglia in Italia, fin dalla lettura della presentazione ad opera di Pierpaolo Donati, sembra mantenere quel carattere di estremo interesse e di profetica provocazione che i Rapporti CISF hanno sempre avuto. Per questo sono grato al Centro Internazionale Studi Famiglia e all'Associazione don Giuseppe Zilli, ai loro rispettivi presidenti così come a tutti i docenti e ricercatori che hanno contribuito all'elaborazione di questo nuovo stimolante quadro relativo ad un aspetto saliente dell'istituzione famiglia nel nostro Paese. Di essa, come è noto, si parla molto; ma per promuoverla si fa in realtà assai poco. Al punto che anche per l'Italia può valere l'amara constatazione adeguatamente documentata, qualche anno fa, dallo studioso statunitense di diritto della famiglia Carl Anderson: "La famiglia è considerata, nella migliore delle ipotesi come una sorta di joint-venture del tutto privata".
In questo contesto, invero piuttosto preoccupante, studiare la famiglia come capitale sociale o, per essere più precisi, il ruolo che la famiglia gioca – o non gioca...! – rispetto al cosiddetto capitale sociale in Italia risponde ad un bisogno profondo della nostra società civile e desta un interesse che spero possa propagarsi a macchia d'olio. Tale lavoro mette in campo una serie di questioni di primo ordine che potremmo definire "antropologiche".
Esse "precedono", per così dire, l'indagine sociologica, ma solo nel senso che offrono il quadro generale di comprensione che ogni indagine sociologica, più o meno consapevolmente, assume.
A mio avviso il plesso di questioni antropologiche che il tema del Rapporto mette sul tappeto può essere sinteticamente colto in questa affermazione del teologo basilese Hans Urs von Balthasar: "la reciprocità uomo-donna può valere come caso paradigmatico per il perenne carattere comunitario dell'uomo".
Ma solo se si percepisce che la dimensione sociale dell'umana esperienza è legata al dato insuperabile della differenza sessuale che implica sempre il dono di sé e la procreazione – sono questi i tre inscindibili fattori del mistero nuziale – si può capire come la famiglia costituisca il caso paradigmatico della socialità. Infatti, interrogarsi sul peso della famiglia nella costituzione del capitale sociale non è porre un problema di ordine morale (se la famiglia "debba" o meno avere questo peso), né può ridursi alla semplice constatazione di come stanno le cose. Occorre riconoscere che, se si dovesse constatare che la famiglia non gioca alcun ruolo nella costituzione del capitale sociale, ci troveremmo di fronte ad una grave patologia dell'esperienza umana elementare. Sarebbe un'ulteriore prova del rischio di abolizione dell'humanum, per dirla con Lewis, che minaccia le società lib-lab del nostro tanto evoluto quanto fragile Occidente.
Gli otto Capitoli del Rapporto mostrano assai bene come la promozione della famiglia quale capitale sociale primario, positivamente correlato a quello secondario, chiede da una parte di evitare il ricorso ad attitudini, procedure e linguaggi confusivi a proposito di ciò che sia effettivamente famiglia, mentre dall'altra rende consapevoli che dilapidare il capitale sociale in genere e quello primario familiare in particolare, finisce sempre per produrre povertà.
Nel Triveneto ne abbiamo forse già qualche esperienza. Il conclamato modello di sviluppo sarebbe stato del tutto impensabile senza il capitale sociale rappresentato dalla famiglia. La cosa è evidente persino da un punto di vista di stretta organizzazione dei soggetti attori di questo "miracolo veneto". Per decine e decine di migliaia di micro-imprese di carattere familiare la necessità che tale modello possa avere futuro come modello di civiltà passa anche attraverso la riscoperta dell'insostituibile compito di costruzione, di educazione e di sviluppo del sistema primario di relazioni che si attua nella famiglia fondata sul matrimonio, cioè sull'unione pubblica e stabile, generosamente aperta alla vita, tra l'uomo e la donna.
Ognuno di noi vi impara l'amore perché è accompagnato a riconoscere che, per poter dire "io" in modo autentico e quindi adeguato e composto, è necessario fare posto all'altro. Il vero proprio bene passa per il vero bene dell'altro. Ogni singolo è in tal modo aiutato a scoprire l'affascinante legge del desiderio, vera stoffa della libertà. Essa consiste nella strana necessità del sacrificio per la quale il volere non si oppone e non esclude mai il dovere, dal momento che il compito, anche quando chiede rinuncia, realizza quel possesso nel distacco senza il quale – ce lo ha insegnato Gesù Cristo, ma molto dopo di Lui anche Freud – l'io non si compie. Imparando l'insuperabilità del suo esistere nella differenza sessuale, l'io si apre al dono di sé all'altro che, per l'essere umano uno di anima e di corpo, non può non tendere in sé e per sé alla procreazione. La pluralità delle relazioni familiari che si fondano su questi tre fattori del mistero nuziale e si destano attraverso i rapporti di parentela e le reti naturali di relazione che la famiglia intrattiene con gli altri corpi intermedi, attori del capitale sociale secondario, rappresentano un bene insostituibile per la società.
Il merito dell'Ottavo Rapporto è di averlo mostrato, per così dire, sul campo, con dati probanti e differenziati. E di averlo fatto avendo di mira la situazione variegata e concreta del nostro Paese. E' questo un servizio che, non a caso, nasce da un contesto di precisa sensibilità e tradizione cristiana. La cura incessante con cui da sempre la Chiesa e il suo Magistero – valore epocale ha avuto, letteralmente, in questo senso l'insegnamento di Giovanni Paolo II a partire dalle celebri Catechesi sul corpo per passare da Mulieris Dignitatem e Familiaris Consortio e giungere a Evangelium Vitae – riservano all'uomo-donna, alla famiglia e alla vita. E' pertanto un preciso servizio anche a favore della società italiana.
E come potrebbe essere altrimenti se l'essenza dell'esperienza cristiana ha a che fare con la trasfigurazione degli affetti inaugurata da Cristo sulla croce? Egli si volse a Maria e a Giovanni dilatando la maternità e la figliolanza della carne e del sangue alla nuova parentela nello Spirito del Risorto. Parentela materiale – ed il discepolo "la prese in casa sua", nota l'evangelista – nuova, propria di quella comunione che è la sostanza dei rapporti degli uomini nuovi, resi possibili da Cristo, centro affettivo dell'esistenza del battezzato.
La famiglia resta la conditio normale per educare il singolo al fattore decisivo della propria esistenza: il per sempre come desiderio di ogni vero amore, strappando l'uomo confuso ma affascinante di oggi alla misura meschina raffigurata dalla celebre volpe della favola che, dato che non riesce a raggiungerla, asserisce che l'uva è acerba. Invece, come ci insegna il grande Shakespeare, "amore non è amore se viene meno quando l'altro si allontana".
Promuovere quel capitale sociale primario che è la famiglia diventa allora acuta esperienza del fascino della sequela di Cristo per il bene dei nostri fratelli uomini.

 


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Modificato venerdì 11 settembre 2009
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