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Seminari e convegni
    

    

GIOCO D'AZZARDO E FAMIGLIA
 Con il Patrocinio del Ministero della Salute
e della Regione Lombardia,
Direzione Generale Sanità


Milano, 18 aprile 2002
Via Giotto 36
Auditorio Don Alberione

sintesi degli interventi

Per approfondire

Giovedì 18 aprile 2002
PROGRAMMA 
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9.30 – 10.00  Il perché della giornata
Francesco Belletti
Cristina Beffa
10.00 - 12.00 IL GIOCO OGGI: OLTRE L’HOMO LUDENS

Introduce e coordina
Gioacchino Lavanco

Storia e antropologia del gioco
Riccardo Zerbetto

Come cambiano i giochi, come cambiano i giocatori
Mauro Croce
  
Le testimonianze di Anna, Marco e Giovanni
12.00- 13.00 Dibattito e conclusioni
Pausa

14.30 – 16.30

CHI E COME: RISPONDERE AL GIOCO PATOLOGICO

Tavola rotonda
Introduce e coordina
:
Cesare Guerreschi
 
Costretti a giocare: il giocatore compulsivo
Michele G. Sforza
 
La famiglia, dalla codipendenza alla coterapia

Tazio Carlevaro
 
Disponibilità e caratteristiche di servizi sul territorio

Daniela Capitanucci

16.30 – 17.30

Dibattito e conclusioni

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L’incertezza e la non prevedibilità del futuro sono regole del gioco della vita, ma il sogno di poter superare questi vincoli ha sempre accompagnato lo sforzo e la fatica dell’uomo nel suo impegno con la realtà; invocare la dea Fortuna per vincere questa sfida non è mai stato segnale di debolezza.
Oggi, però, questo sogno ha nuovi simboli, nuovi sacerdoti, nuovi templi, e soprattutto ha uno strumento magico: il denaro, da vincere con il "colpo grosso": montagne di soldi che arrivano senza fatica, ma grazie a pura fortuna, risolvendo automaticamente tutti i problemi della quotidianità. E per questo ci sono offerti in abbondanza vecchi e nuovi riti: lotterie, giochi televisivi, sale Bingo, casinò reali e virtuali, e tutto il vecchio e nuovo mondo della "scommessa", sui numeri, sul calcio, sui cavalli, su qualunque cosa su cui si possa tentare di indovinare il futuro: perché deve esserci il sistema perfetto per prevedere il futuro…
Così si assommano due grandi sogni: la voglia di vincere il futuro senza più fatica, senza più impegno, attraverso i "soldi facili", e insieme il brivido del successo nell’aver previsto ciò che sarebbe successo.
Ma c’è chi, sognando, si ammala di gioco, al punto che non ne può più fare a meno, e si accanisce, perdendo anche il senso e il gusto del sogno, schiavo di un rischio in cui si può solo perdere. In tal modo il gioco patologico, così come altre dipendenze, può diventare catastrofico non solo per la persona, ma per tutta la famiglia, non solo economicamente, ma anche per l’identità della persona, e soprattutto per il sistema di relazioni familiari.
E quando questa sofferenza esplode, magari dopo un lento travaglio, pieno di inganni, di sconfitte, di delusioni e tradimenti, molto spesso i "malati di gioco" e le loro famiglie non riescono a riconoscere i luoghi e le cure per guarire da questa dipendenza, troppo spesso stigmatizzata come vizio, anziché riconosciuta come vera e propria malattia.
Questo Seminario intende quindi coinvolgere e informare gli operatori dei servizi socio-sanitari, il volontariato, le associazioni e le famiglie coinvolte sulle nuove caratteristiche della dipendenza da gioco, sulle esperienze di intervento, presa in carico e cura delle persone, senza trascurare la necessità di strategie e strumenti, anche legislativi, che possano prevenire e contenere il fenomeno.

 

RELATORI

Cristina Beffa, vicedirettore Famiglia oggi

Francesco Belletti, direttore Cisf

Daniela Capitanucci, psicologa psicoterapeuta, coordinatrice progetto sulla dipendenza da gioco d’azzardo, A.S.L. Varese

Tazio Carlevaro, psichiatra, direttore del settore psichiatrico del Sopraceneri, Canton Ticino, Svizzera

Mauro Croce, psicoterapeuta e fondatore ALEA, Associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio, responsabile settore educazione sanitaria dell’A.S.L. Omegna

Cesare Guerreschi, psicologo e psicoterapeuta, Presidente e fondatore della Società Italiana di Intervento sulle Patologie Compulsive, Bolzano

Gioacchino Lavanco, professore di Psicologia di Comunità, Università degli Studi, Palermo

Michele G. Sforza, psichiatra, psicoanalista SPI, Casa di cura Le Betulle, Appiano Gentile

Riccardo Zerbetto, psichiatra, psicoterapeuta e presidente ALEA, Associazione per lo studio del gioco d'azzardo e dei comportamenti a rischio, Siena

   

Sintesi degli interventi
     

GIOCO D’AZZARDO E FAMIGLIA:
I PERCHÉ DI UN SEMINARIO DI STUDIO

Francesco Belletti, Direttore Cisf
  

1. Famiglia e gioco: un tema da esplorare

L’iniziativa odierna appartiene a una tradizione ormai consolidata, di proporre un seminario di studio su una tematica specifica, che viene promosso da due soggetti diversi per natura e attività, ma che da sempre operano in stretta collaborazione: il Centro Internazionale Studi Famiglia, una centro culturale e di ricerca, e Famiglia oggi, un mensile di approfondimento sulle tematiche familiari.
Il punto di vista del Cisf, l’origine del suo agire è l’obiettivo della promozione della famiglia nella società italiana, nella sua concretezza; ci interessano quindi anche tutti quei luoghi sociali in cui la famiglia è vive, concretamente, le proprie difficoltà e le proprie potenzialità. Molto spesso, invece, in tanti luoghi del sociale, della sanità ma anche della politica, della comunicazione, la famiglia è ignorata, è trascurata, oppure viene rappresentata in modi perlomeno discutibili: il nostro sforzo è quello di andare a cercare il modo in cui la famiglia può essere ancora coinvolta e può essere considerata risorsa forte.
Intendiamo pertanto impegnarci, con il seminario di studio di oggi, anche su un tema così specifico, quale il gioco d’azzardo, di fronte al quale probabilmente siamo ancora, come società, in debito di sensibilità rispetto alla pubblica opinione; appare cioè ancora poco esplorato il tema del giocare e del suo rapporto con le dinamiche familiari, anche se sta esplodendo sui giornali, sui quotidiani, e anche nel mondo politico, una rinnovata attenzione al gioco e ai giocatori; a puro titolo esemplificativo giova ricordare che solo nella scorsa legislatura ben 41 progetti di legge erano in discussione nel nostro Paese sul tema del gioco d’azzardo e di questi neanche uno è stato approvato…. Quindi ci sembrava un tema maturo, e ci è sembrato interessante dedicare attenzione specifica a questo, sia con un seminario di studio, sia con un numero di Famiglia oggi dedicato all’argomento.
  

2. La legittimazione del gioco d’azzardo, tra famiglia e società

La nostra attenzione si concentra comunque, come si nota dal programma stesso, non tanto sul gioco come settore di attività economica (cosa che sembra invece interessare in via prioritaria, se non esclusiva, molte delle attenzioni del mondo politico), quanto piuttosto sulle gravi conseguenze che il gioco ha, quando diventa "patologico", sul benessere delle persone e delle loro famiglie.
Da questo punto di vista il tema della dipendenza da gioco e delle sue conseguenze sulla vita familiare si caratterizza in modo abbastanza curioso, perché ci sono due elementi che lo assimilano un po’ alla dipendenza da altre sostanze, e in particolare al tabacco e all’alcool: da un lato "lo Stato ci guadagna", dall’altro si tratta di un comportamento che non è per definizione escluso dalle possibilità sociali, ma è in genere considerato socialmente accettabile.
Siamo di fronte, in altre parole, a un comportamento che viene accettato nella vita quotidiana, ma che è significativamente rinforzato anche dall’intervento dei pubblici poteri; quindi le modalità con cui le famiglie e la società si misurano con questo tema sono abbastanza originali; ci sembra che in sostanza, a somiglianza di quanto si verifica rispetto al tabacco e all’alcool, si possano individuare due principali dinamiche: il tema del "nuoce gravemente alla salute" e il tema del "a piccole dosi".

a) IL TABACCO: Da un lato, utilizzando come esempificazione l’orientamento nei confronti del tabacco, l’accettabilità si basa sul paradosso di uno Stato che vende le sigarette con la sua bella fascetta di "Monopoli di Stato", ricavandone un utile rilevante in termini di tasse, e contemporaneamente obbliga i produttori a scrivere "nuoce gravemente alla salute"; si accetta cioè un male certo (il "rischio certo" di malattie gravi, anche a partire da una modica quantità, come per le sigarette cosiddette light, o a basso contenuto di nicotina), un danno alla salute delle persone, che è comunque riconosciuta come un bene pubblico, la salute delle persone, per tutta una serie di motivi, su cui magari anche oggi avremo qualche occasione di ragionare (essenzialmente, in questo caso, per un beneficio alle casse dello Stato, che peraltro poi dovranno erogare risorse per intervenire sui mali generati dall’uso del fumo…). Il tema viene, come dire, "sdoganato", e quindi le famiglie possono relazionarsi in molti modi:

  • c’è il proibizionista integralista: "nessuno ha mai fumato in questa casa, nessuno mai fumerà, te lo proibisco",
  • c’è l’altruista incoerente: "io fumo ma proibisco ai miei figli di fumare, perché so quanto male fa",
  • poi c’è la liberalizzata responsabile: "fa quello che ritieni giusto, ma non fumare davanti al bambino", oppure "non fumare davanti agli altri",
  • e poi c’è il modello della deregulation totale: "ognuno fa ciò che vuole".

Anche rispetto al gioco occorre interrogarsi quindi sul modo in cui le famiglie possono regolarsi, adattarsi alla presenza di un "giocatore" al proprio interno, prima che il gioco divenga dipendenza, prima che il gioco divenga una manifestazione così patologica come in molti casi avviene.

b) L’ALCOOL: Dall’altro lato, sempre a livello culturale e sociale, considerando invece l’atteggiamento verso l’alcool, l’accettabilità si fonda sul criterio della misura, su criterio "a piccole dosi"; soprattutto nella nostra cultura nazionale, l’alcool non è in genere un comportamento deviante, anzi è strettamente inserito nella nostra cultura alimentare, è quindi l’eccesso che viene stigmatizzato, nelle quotidianità delle nostre famiglie; diverso è il caso se pensiamo alla cultura delle bevande alcoliche in altri Paesi europei, dove l’eccesso di alcool (la sbronza) è stato, come dire, anche culturalmente più elaborato e "integrato" rispetto a quanto si è elaborato nella nostra cultura. Le famiglie italiane si proteggono quindi rispetto a questo rischio "dell’eccesso" legalizzando il comportamento: "un buon bicchiere di vino a pasto è pur sempre ammesso, anzi fa addirittura bene", e più che altro occorre contenere gli eccessi, è la sbornia che non va bene, oppure sono i bambini, sono le donne che non devono bere tanto, o che non devono bere affatto.

Del resto il gioco e l’azzardo non sono fenomeni nuovi, ma appaiono fortemente inseriti nei comportamenti sociali, nella storia dell’umanità, nelle diverse culture, nei sogni degli uomini: immagini di dadi e di giocatori nelle raffigurazioni degli antichi Egizi, la parola azzardo che deriva dall’arabo (e indica proprio il dado da gioco), il sogno di controllare il futuro, il potere di prevedere i numeri, sono tutti elementi che confermano che sarebbe illusorio voler eliminare di colpo e integralmente dall’orizzonte culturale odierno il sogno del gioco, a conferma di quella dimensione di homo ludens che già nel 1938 lo storico olandese Huizinga riteneva ineliminabile dall’umano.
Così, la dicotomia proibizionismo – liberalizzazione in questo caso non risolve la questione, perché esige una "capacità culturale" più sofisticata. Infatti non si può dire "niente del tutto", oppure "sempre e comunque", di fronte ad una dimensione così connaturata nell’essere umano; esistono però soluzioni differenziate, necessarie per far fronte agli eccessi e ai rischi di un comportamento che facilmente rischia di diventare ossessivo, compulsivo, "malato", con gravi conseguenze per l benessere psichico, relazionale e sociale delle persone e delle loro famiglie, soprattutto in una società che offre occasioni di gioco molto più frequenti, molto più devastanti; oggi uno può giocare 24 ore su 24 dal proprio computer di casa, può trovare sale Bingo in tutte le città, ed è sempre più difficile il controllo sociale e individuale, mentre l’offerta è sempre più ampia.

Comunque, in ultima analisi, la famiglia deve regolarsi di fronte a questa situazione, non può ignorarla: può allora adottare un atteggiamento proibizionista integrale ("neanche il gratta e vinci entra in casa mia"), tutte le volte che uno parla di gioco, cambiare canale tutte le volte che uno vede una lotteria in televisione, è possibile questo? è possibile costruire una cultura con questo approccio? è possibile proporre una relazione educativa nei confronti delle nuove generazioni in cui il tema del gioco divenga anatema, divenga totalmente esternalizzato e totalmente proibito?
Se questo atteggiamento di "fuga integrale" non è realistico (e a me non pare praticabile, in concreto), come quindi gestirlo? Finora nel complesso mi sembra che famiglie e società abbiano gestito questo tema con un mix dei due orientamenti brevemente descritti in precedenza, combinando la logica del "nuoce gravemente alla salute" e un po’ di "a piccole dosi", nel tentativo, che ogni famiglia in qualche modo tenta di esplorare, di tenere dentro un comportamento rischioso e che però è, come dire, inevitabilmente inserito nell’orizzonte culturale della società nel suo complesso, ma anche nei desideri, nei sogni e nelle scelte "responsabili" di molte persone.

Da ultimo non si può trascurare il tema della regolazione a livello politico, strumento che potrebbe aiutare le famiglie in questo difficile compito di adattamento; lo scenario nazionale è certamente inadeguato, con poche norme a volte anche contrastanti; eppure non è impossibile un serio intervento di governo e di controllo, con modalità anche molto diverse, dagli Stati Uniti all’Olanda, fino ai recenti provvedimenti in Svizzera; esistono cioè tante possibilità (e una responsabilità certa) di mettere ordine da parte della società, ma alla famiglia rimane comunque in carico una scelta culturale, un problema educativo rispetto a questo comportamento, soprattutto oggi, quando la presenza del gioco è sempre più pervasiva nella società, al momento della cena davanti alla televisione. E non si può tralasciare un accenno al tema del "denaro facile", del "guadagno senza fatica", spesso legato al gioco e al sogno del "colpo della vita".
Ci interessava comunque aprire una riflessione che riportasse verso le famiglie questo tema, nella consapevolezza che esiste un ambito più specialistico, più clinico, di problematicità più forte che è al cuore delle riflessioni, e che raccoglie gli esperti che abbiamo invitato oggi, ma tenendo conto che è nella cultura della possibile normalità del gioco che si può svolgere un lavoro preventivo rispetto al gioco compulsivo, alle famiglie indebitate, a tanti situazioni di sofferenza personale e familiare. Siamo peraltro convinti che non bastano riflessioni scientifiche o culturali in n solo ambito (politico, culturale, di terapia, economico), ma è certamente necessario costruire meccanismi non solo regolativi di natura normativa, ma anche culturali, di apprezzamento valoriale, ed è soprattutto necessario riconoscere alle famiglie un ruolo educativo attivo, nella gestione di relazioni anche in questo campo; altrimenti anche su questo tema, pur con le migliori leggi, potranno generarsi molti più problemi di quanto finora non ci siano.

Francesco Belletti
   
   
   

La complessità delle società evolute produce sempre nuove problematiche ma con esse anche nuove professioni, nuove ipotesi di soluzione di situazioni problematiche, adeguati rimedi a problemi emergenti, nuove reti di solidarietà. Tutti questi elementi provocano anche una colluvie di pubblicazioni che tentano di prospettare soluzioni, di dare suggerimenti, di individuare ipotesi di prevenzione.
E’ in tale complessità che la rivista Famiglia Oggi si è ritagliata uno spazio per fornire ai propri lettori riflessioni non banali, non catastrofiche, non allarmistiche, non arroccate su antiche posizioni. In linea di massima, le nostre riflessioni sono pacate, documentate, aperte al futuro, tempestive quanto consente una scadenza mensile, libere da quei pregiudizi che portano a colpevolizzare la famiglia quasi che tutte le colpe del mondo dipendessero da lei e dai suoi componenti.
Ed è la fedeltà a tali caratteristiche che ci convoca oggi a riflettere sul gioco = scommesse, lotterie, slot-machine, videopoker, bingo e quant’altro. Abbiamo preparato l’odierno seminario di studio predisponendo un numero della rivista che avesse il suo punto di partenza su un interrogativo spesso disatteso dai grandi mezzi di informazione. Ossia, come mai tanti italiani tentano la fortuna col gioco, con le scommesse, con le lotterie? "La ragione è forse da ricercare nell’atteggiamento di sfiducia che attraversa la società odierna, nonostante il diffuso benessere", si legge nell’editoriale. Sfogliando Famiglia Oggi che avete nella cartellina trovate alle pagine 31, 40, 41, 45, 63. Queste poche indicazioni sono sufficienti per dimostrare l’impegno di Famiglia Oggi...

L’attività ludica è antica quanto il mondo. E’ un’attività che nobilita l’uomo, rende interessante il suo tempo libero e tollerabile il tempo occupato, offre occasioni per socializzare, apre la mente a nuove prospettive. Ma quando il gioco diventa un assillo e una fonte di debiti non è più un bel gioco. Anzi, se crea dipendenza diventa un cattivo compagno e chi lo esercita va curato con un’adeguata terapia.
L’impegno di Famiglia Oggi nello stanare le problematiche emergenti la rende un punto di osservazione. Anzi, umilmente noi vorremmo essere un punto di riferimento nell’ipotizzare soluzioni ma non sempre ci riusciamo. Potremmo però migliorare le nostre risposte se voi ci aiuterete. Intanto, grazie della vostra presenza attiva, benevola, intelligente. Se tale sarà la vostra presenza (attiva, benevola, intelligente) sarà un bel lavorare insieme quest’oggi e farà la felicità dei nostri prestigiosi relatori. A loro e a voi l’augurio di un fecondo impegno scientifico non disgiunto dall’impegno di promozione delle persone che vi sono affidate e che avete in cura. Sarà un impegno che migliorerà la società, ne renderà meno odiosa la complessità che la caratterizza. Ma a condizione di porre la persona e la sua famiglia al centro delle nostre preoccupazioni intellettive e operative.
Lo scorso novembre, a conclusione del convegno annuale ci siamo dati appuntamento in primavera. Eccoci, ci siamo, siamo stati di parola. Quest’anno vorrei darvi appuntamento a novembre quando Famiglia Oggi celebrerà il suo 25esimo anno di vita. Vorremmo celebrarlo dando la parola ad altre riviste familiari per valutare insieme il cambiamento cui il soggetto famiglia è andato incontro.
Tale cambiamento è un bene nei termini generali. Lacunoso in certi aspetti particolari. Ma, visto che la famiglia è una realtà viva e ciò che è vivo si modifica, si evolve, si trasforma è evidente che essa non resti sempre uguale ma si trasformi. Anzi, tale trasformazione rientra nella già ricordata complessità sociale e dunque il nostro lavoro di oggi assume la rilevanza di una responsabilità civile per il bene di molti. Buon lavoro.

Cristina Beffa,
vicedirettore Famiglia oggi

    

La famiglia, la codipendenza, la terapia

Tazio Carlevaro (testo non rivisto dal relatore)
   

Intanto ringrazio gli organizzatori per avermi invitato e mi congratulo con loro anche per il volumetto, per il quaderno di Famiglia oggi che è un ottimo lavoro e credo che sarà letto non soltanto tra gli esperti, gli addetti ai lavori, ma credo tra tutte le persone che hanno cara la riflessione sulla società e sui problemi del giorno d’oggi.
Parlerò della famiglia, però non sono un grande teorico, sono uno di quelli che sono partiti dalla gavetta tanti anni fa e mi annovero anch’io come Mauro Croce tra i figli di Guerreschi…

Giocatori e giocatrici
Una riflessione che volevo fare: io parlerò spesso di uomini, giocatori come uomini, forse trascurerò un po’ le donne come giocatrici, a torto, perché comunque le giocatrici rappresentano all’incirca un terzo, forse un po’ meno in Svizzera, della popolazione dei giocatori, ed è probabilmente uno di quei terzi che sta lentamente crescendo perché la parificazione tra uomini e donne porta comunque a una parificazione anche in questo campo. Anche perché poi i problemi di un uomo giocatore non sono proprio gli stessi di una donna giocatrice e quello che poi succede a livello familiare non è sempre la stessa cosa.

Meccanismi familiari
Ecco, partiamo quindi con la famiglia e immediatamente ci rendiamo conto che la famiglia esiste in tutti i popoli ed è esistita in tutte le epoche; vuol dire che rappresenta tutto sommato un bene comune probabilmente con una base biologica in tutti gli esseri umani, quindi se si è evolta nella struttura con cui noi la conosciamo, al di là poi delle differenze culturali, ha sicuramente una funzione nella capacità della nostra specie di riprodursi e di andare avanti nella storia. Voi sapete che i meccanismi familiari hanno due possibilità: la prima possibilità è quella di far saltare la famiglia, ci sono dei sistemi disastrosi all’interno delle famiglie che poi la fanno saltare…il gioco può servire da leva per far saltare una famiglia; viceversa ci sono però degli strumenti, dei meccanismi, all’interno della famiglia che permettono di rinsaldare la famiglia stessa e anzi di utilizzare le forze all’interno di questa famiglia per permettere che funzioni meglio di quello che non sia funzionata prima. Quindi noi riteniamo che la famiglia possa essere utilizzata come risorsa a favore del giocatore e della sua cura.

Chi è il giocatore
Devo dire che c’è una difficoltà: i giocatori che arrivano al momento di farsi curare, sono già in una situazione avanzata. Difficilmente si arriva da noi all’inizio della carriera di giocatore.
Di solito sono persone già in difficoltà importanti delle persone sposate, almeno la metà ha già perso il partner perché è una situazione che si prolunga da anni e la situazione familiare è già saltata. L’altra metà ha ancora un partner, però almeno una metà si deve considerare in grosse difficoltà, uno dei due partner sta pensando sicuramente da qualche tempo di lasciare il partner giocatore. Non dimenticherò però il fatto che nella famiglia non esiste soltanto il partner ma esistono anche i genitori, esistono anche i figli di cui parleremo magari un po’ più brevemente.
Alcune teorie sostengono che il giocatore d’azzardo che poi diventerà patologico è una persona che in una qualche parte nutre dei sentimenti di insicurezza dentro di sé, non sa mai bene a chi appartiene, chi è, si sente incerto della propria funzione sociale. Non è questa soltanto la ragione del fatto per cui uno può a un certo momento scegliere il gioco d’azzardo per poter trovare una strada per trasformare sé stesso, però è sicuramente uno degli elementi che entrano in linea di conto.
E’ mia esperienza, che i giocatori d’azzardo patologici, … io li conosco di solito al momento in cui arrivano e sono in grosse difficoltà, oppure li conosco quando stanno meglio, sono di solito delle persone, oserei dire simpatiche perché spesso sono delle persone molto attive, sono piene di risorse, sono delle persone anche generose, quando hanno qualcosa da condividere con gli altri lo fanno anche volentieri. Il momento acuto della crisi è un momento diciamo di passaggio, che permette loro di cambiare, però sostanzialmente spesso sono delle persone con un carattere di questa natura.

La luna di miele del gioco
E quando una persona così, un po’ estroversa per certi aspetti, comincia a giocare, giocherà dapprima delle piccole somme e avrà delle piccole perdite sostenibili e anche dei piccoli guadagni che investirà in questo lavoro con il partner, per esempio di offrirgli qualche cosa, di pagare una cena, di, se la somma è un po’ più grande, di permettersi una vacanza in più…Questo è l’inizio… è una specie di luna di miele che si forma tra il gioco e la famiglia dove di solito il partner vede in questa capacità del marito (potrebbe essere della moglie beninteso), un aspetto in fondo gradevole della personalità e c’è anche un piccolo guadagno che va a favore di tutti quanti. Questo io lo chiamo un circolo di apprendimento virtuoso, in realtà è falsamente virtuoso perché uno impara in una situazione del genere che giocare può portare a dei vantaggi da una qualche parte, anche semplicemente all’immagine…il vantaggio all’immagine di sé.
Voi sapete, che però non si resta mai, o quasi mai per coloro i quali diventano dei giocatori eccessivi, ai piccoli investimenti, alle piccole perdite e alle piccole vincite; di solito, visto che c’è un certo desiderio, una tensione sempre maggiore, si cerca di investire delle somme sempre più grandi, ma se si investono delle somme sempre più grandi ci saranno, è vero ogni tanto delle vincite maggiori, ma ci saranno anche delle perdite maggiori, non necessariamente delle perdite che erano state previste in quella misura.
Nello stesso tempo però, grazie a questo apprendimento fatto prima sulle piccole quantità, capita spesso che il giocatore d’azzardo e anche la sua famiglia, impari qualche cosa di molto particolare, impari che in un qualche modo il gioco d’azzardo è prevedibile, cioè possiamo, se investiamo abbastanza soldi, abbastanza tempo, abbastanza pazienza, imparare quali sono le regole che governano il gioco d’azzardo. Ora , siete d’accordo con me, che se una persona potesse davvero imparare, studiare, capire quali sono le regole che dominano l’azzardo potrebbe diventare davvero ricco, cambierebbe la vita sua e la vita della sua famiglia.

L’inizio della barriera
Quindi in un certo modo il giocatore continua malgrado le perdite avute; è chiaro che a quel momento comincia una barriera tra lui e il coniuge, comincia una barriera perché è facile dire, è facile parlare dei successi e delle cose buone che si sono fatte, è molto più difficile parlare delle prime perdite, delle cose che non vanno, di quello che viene a mancare, qui si copre quindi qualche cosa di cui il coniuge non è a conoscenza, proprio perché il ragionamento del giocatore d’azzardo è quello di dire "io sto zitto per intanto su questa faccenda perché tanto sono qui vicino a capire che cosa succederà e quindi non ho bisogno di dirlo adesso, casomai lo dirò dopo quando avrò coperto quello che manca".
Tutto questo va avanti per un certo periodo, il problema è che il coniuge un giorno o l’altro avrà la rivelazione di quello che sta davvero succedendo e quindi gli crolla a volte il mondo addosso, scopre che quelle che erano delle capacità che immaginava il coniuge avesse, in realtà non erano delle capacità. Ci sono delle telefonate per esempio di creditori, ci sono dei buchi dei conti correnti con tutte le piccole trucchi che ci sono e non sto qui a raccontarvi, delle ricevute falsificate con fotocopie, ci sono mille sistemi per nascondere le cose, debiti e protesti, dove ci sono dei debiti che non sono stati pagati, arriva addirittura l’intervento della polizia.

Atteggiamenti del partner
Vi rendete conto, a questo momento, come qui la famiglia comincia a avere la crisi, un momento di crollo, cioè una certezza da parte di uno dei partner crolla, ma spesso non crolla la certezza del giocatore, il quale di solito cerca di calmare il coniuge che non gioca. Tuttavia deve entrare in una certa accettazione di regole. Il coniuge che non gioca, di regola la moglie, avrà due possibilità di atteggiamento, il primo atteggiamento è quello di dire "io ti proteggo, io ti salverò". E’ una dei sistemi che esistono di proteggere una persona: quello di cedere, per esempio pagando dei debiti, dandogli comunque fiducia nel senso di accettare che continui a gestire la contabilità, dandogli delle responsabilità nel senso "se io do fiducia potrà imparare, ri-imparare a gestire le sue cose in un modo adeguato". Il secondo metodo è quello del rifiuto: "tu adesso fai esclusivamente quello che dico io. Naturalmente se un giocatore non è ancora in chiaro sulla natura del suo disturbo succederanno anche qui delle difficoltà nel senso che il giocatore comunque giocherà, comunque metterà in difficoltà il riorganizzo economico della famiglia. Nei due casi si tratta di una strategia che viene dal fatto che gli esseri umani compiono degli errori quando vogliono essere cattivi, però fanno anche degli errori quando vogliono essere buoni. Ci sono dei vari metodi per essere buoni, non c’è soltanto un metodo, si può benissimo essere accondiscendenti, essere buoni, essere gentili verso gli altri, voler aiutare, eppure con questo fare dei danni. Infatti quando voi pagate un debito oppure lasciate perdere una situazione difficoltosa e ve ne incaricate voi, fate voi qualche cosa per impedire che ci siano delle difficoltà per il coniuge giocatore, che cosa impara il coniuge giocatore? Impara una cosa semplicissima, impara che il gioco rende, in un qualche modo rende, perché o è il gioco che ti paga la sua parte oppure sono gli altri che in fondo da una qualche parte credono che le cose possano andare avanti ancora così. Si va avanti con una situazione estremamente complessa che mina la tranquillità della famiglia, ci sono continue ricadute, ci sono continue messe in discussione tra i coniugi, ci sono delle menzogne e c’è piano piano quello che noi chiamiamo crollo della fiducia. E ‘proprio per questa ragione, sarebbe bello poter intervenire subito, al momento in cui queste cose incominciano a formarsi ma sventuratamente non è possibile, sventuratamente le cose vanno storte e noi le abbiamo al momento in cui diventano così eclatanti che non se ne può fare a meno…

Il crollo della fiducia
E’ il crollo della fiducia, il coniuge non giocatore accusa il giocatore che oramai da tempo pensa soltanto al gioco, di essere anaffettivo, di non avere più nessun sentimento né per i figli né per la moglie e di non assumersi le sue responsabilità. Il giocatore se potesse parlare liberamente saprebbe che in un certo senso è vero. Tuttavia da una qualche parte, fino a quando non tocca il fondo, ha ancora la convinzione che quello che sta facendo lo sta facendo anche per il bene della propria famiglia perché più studia, più si occupa del gioco e più si avvicinerà a quelle leggi, a quelle regole che determinano il caso e quindi gli permettono di conoscerlo, quindi è un altro modo di vedere la cosiddetta rincorsa, io sto perdendo oggi, domani invece guadagnerò perché avrò capito quello che sta succedendo alla macchina oppure alla macchina della roulette.

I figli
I figli sono evidentemente in una situazione estremamente complicata. Voi sapete che i figli hanno, secondo inchieste americane, dei problemi grossi anche di tipo psicologico, un maggiore rischio di suicidio, maggiori possibilità di abuso di alcool, un calo di risultati scolastici, maggiori possibilità di diventare giocatori patologici e a volte sono psicologicamente abbandonati. Questo perché spesso la moglie si occupa in un modo estremamente attivo del marito giocatore e quindi i figli hanno la sensazione, che i genitori si occupino tra di loro ma trascurano i figli. Perché i figli molto spesso, quando uno dei genitori va male cercano di essere il più tranquillo possibile, cercano di non essere d’intralcio al giocatore ….di non essere d’intralcio al genitore che si occupa dell’altro genitore, sembra quasi che abbiano bisogno di meno presenza, di meno affetto, di meno sicurezza al loro fianco. In realtà soffrono dei conflitti dei genitori, hanno un profondo senso di insicurezza, anche perché, dipende dall’età, ma spesso i ragazzi più giovani hanno la sensazione che se i genitori sono in conflitto ci sono dei problemi, forse c’entrano anche loro e soffrono evidentemente poi al momento in cui dovessero decidere di divorziare.

Non è irreversibile
Tutto questo è un processo…è una situazione che va avanti grado a grado, tuttavia non è irreversibile, nel senso che anche il giocatore più patologico, che ha avuto dei guai anche molto grandi, può benissimo fermarsi, noi sappiamo che è reversibile la situazione del giocatore patologico, basta poterlo fermare in un momento in cui lui decide di fermarsi. Deciderà solo il giorno in cui ha toccato il fondo, ognuno ha poi il suo fondo, io non so il fondo di qualcuno quale possa essere, è lui che lo decide il giorno in cui riflette sul proprio presente, sul proprio passato e si pone delle domande sul proprio futuro. Quando non ne può più. Molto spesso questi momenti di cambiamento sono accompagnati anche da cambiamenti nel partner il quale di regola pone l’aut aut terminale. Riesce e esprimere una minaccia che intuitivamente il partner capisce che è vera. Uno dei rischi, in tutte queste situazioni conflittuali, è quello di esprimere delle minacce, io ti lascio, io non ne voglio più sapere, che però il partner sa che non sono vere, non vengono messe in atto e quindi rafforza in fondo il partner nella propria sicurezza che qualunque cosa faccia, qualunque cosa succeda, non capiterà niente a lui. Questa volta invece spesso è la situazione risentita come autentica, come vera, è lì scatta, quando c’è evidentemente, scattano i vecchi meccanismi di affezione reciproca tra due persone che recuperano anche la situazione tra i due.

Sostenendo la famiglia si sostiene anche il giocatore
Nella nostra pratica clinica incontriamo persone, famiglie di giocatori in questi momenti, non so altrove, però ho i miei dubbi che ci siano altri paesi dove si riesce a incontrare un giocatore prima del momento in cui tocca il fondo. Casomai si sentono le famiglie, questo sì. Questo è molto importante, se nella vostra pratica capita qualcuno che dice "io non posso far venire mio padre, io non posso far venire mio marito", dite "ma venga lei, venga lei" perché è aiuto per poter operare in un modo più chiaro e avere specialmente delle strategie, mettere a punto delle strategie più efficaci, per poter mettere il giocatore in una situazione in cui deve finalmente giocare chiaro. In cui deve esattamente dire quello che vuole, e in un certo senso sostenere in quel momento il partner più debole, quello che non gioca, per poi passare anche un po’ la palla al momento in cui il giocatore va in crisi, perché in quel momento ha bisogno anche lui di essere sostenuto. Quindi noi incontriamo le famiglie in certi momenti, direi privilegiati, della presa a carico terapeutica, in cui siamo in grado di dare alcuni strumenti di cui potranno poi servirsi, in una lotta, perché in un certo senso è davvero una lotta, fatta per il bene, fatta così perché permetta poi il recupero di una persona, e anche il recupero dell’intero gruppo familiare. E’ difficile convincere un partner o un padre, una madre, un fratello, di quali sono i metodi che noi utilizziamo. Il primo metodo è quello in un certo modo, di una infantilizzazione del giocatore, cioè il giocatore deve essere privato, d’accordo lui evidentemente, altrimenti non si può mica fare, della sua disponibilità di denaro, che vuol dire denaro liquido evidentemente, vuol dire le firme sui conti correnti, vogliono dire le carte di credito e così via…In un certo modo noi cerchiamo di responsabilizzare i familiari affinché lo facciano loro. Da voi questo si fa differentemente, avete un tutor? C’è qualche cosa nella mentalità svizzera che lo rende molto difficile, probabilmente siamo un popolo fatto un po’ a suo modo, e queste cose si devono affrontare in famiglia, non so bene se è una mentalità contadina. Dunque chi gestisce il coniuge, il padre o la madre? Questo crea dei problemi, esistono delle regole, almeno da noi, per esempio per la tutela di un adulto, che non siano tutori i genitori, specialmente se ci sono dei conflitti. Noi cerchiamo piano piano, di recuperare la capacità di gestione da parte del coniuge giocatore.

Il lavoro di gruppo
Un’altra cosa che noi cerchiamo di fare, questo in particolare nei gruppi è di aiutare il coniuge a capirsi un po’ meglio, perché in fondo si sente in colpa, in fondo sente vergogna, sente anche una gran rabbia di essere stato ingannato per tanti anni in questo modo, e di essere messo poi in situazioni difficili dal punto di vista economico, psicologico, sociale. Questo viene fatto in gruppo perché chi si scambia delle opinioni si aiuta anche reciprocamente, uno si rende conto che in fondo la situazione umana è poi uguale per tutti, noi tutti ci troviamo spesso a vivere delle cose simili e parlarne diminuisce la densità delle cose e ci permette di imparare da come hanno fatto gli altri per imparare.
Altra cosa che noi che noi cerchiamo di fare è la psicoeducazione. Un brutto termine, ma si tratta in realtà di una sensibilizzazione a che cosa è il gioco, anche al giocatore, mica soltanto al coniuge. Cerchiamo di metterli assieme e di fare loro scuola, in poche ore, su che cosa è il gioco, su che cosa sono i problemi, non è una terapia perché ci siamo accorti che una grande parte dei nostri clienti non chiede una terapia, chiede semplicemente informazioni sul come fare per affrontare un periodo difficile. Noi li aiutiamo ad attraverso un programma di psicoeducazione, che sarebbe poi una sensibilizzazione in 3 ore, altrimenti il rischio era quello di imbarcarci in situazioni complesse che poi il paziente o la famiglia non vogliono, o non vogliono con questa intensità che noi ritenevamo invece essere interessante per loro.

Affrontare insieme eventuali ricadute
L’ultima cosa che noi cerchiamo di fare all’interno di questa psicoeducazione, se poi uno chiede una psicoterapia non c’è problema evidentemente, noi proponiamo a tutte e due, un programma che studia che cos’è una ricaduta. Molte mogli ritengono che una volta che uno è curato non deve più ricadere. Ora noi sappiamo che la ricaduta fa parte proprio del gioco come malattia. Ci sono dei comportamenti che a volte si ripresentano, mai così gravi come all’inizio e quello che per noi conta è che, se si ripresentano non creino delle difficoltà enormi e questa volta non più giustificate. Ho avuto l’impressione in certi casi che di colpo può risvegliarsi tutta l’amarezza di molti anni e per una cosa da poco. Perché sono recuperabili le ricadute se si ha una rinnovata rottura spesso è anche una rottura che purtroppo diventa definitiva.

Noi non abbiamo 1000 e passa casi, ne abbiamo molti meno, e cerchiamo però anche di tenere nota di tutto quello che facciamo perché siamo del parere che soltanto se noi possiamo dire caso per caso cosa abbiamo fatto e cosa sono stati i risultati, potremo capire che cosa era giusto nel nostro modo di intervenire e che cosa invece poteva essere tralasciato. Ci permetta ci compararci, di confrontarci con gli altri affinché questo metodo di intervento in situazioni particolari, dove ci sono padri, madri, figli, mariti, mogli, abbia i migliori risultati con il minimo possibile di risorse anche perché le risorse a disposizione non sono affatto illimitate.

Tazio Carlevaro

     

Storia e antropologia del gioco

Riccardo Zerbetto (testo non rivisto dal relatore)
   

L’uomo gioca da sempre
Più che una rassegna di dati che si ritrovano in varie pubblicazioni, sul fatto che l’uomo gioca da sempre, che i cinesi e gli egiziani giocavano 5.000 anni fa, a me interessa in particolare il tema di capire se il gioco è un valore o un disvalore. Cioè quanto la storia dell’umanità ci permette di intuire quelle che Platone chiamava gli archai e che in chiave moderna uno studioso, Hillman in particolare, riconducendola ad una psicologia che chiama archetipica, ci invitano a riflettere su chi siamo. Noi abbiamo un’idea dell’uomo, in base a quest’idea dell’uomo, o a un’ideale dell’uomo, facciamo delle leggi, ipotizziamo dei comportamenti, ci creiamo un codice etico e che ha ovviamente dei corollari e delle conseguenze di maggiore dolore o agio a livello individuale e sociale. Per questo, al di là dell’affrontare concretamente le situazioni cliniche che si presentano a noi come medici, come psicologi, come psicoterapeuti, credo sia utile ogni tanto chiederci in quale contesto valoriale inserire i grandi temi di cui ci occupiamo. E il tema del gioco pone questo quesito in modo singolarmente attuale, e ne è controprova l’ambiguità legislativa, a cui Lavanco poco fa faceva riferimento.

Incremento del mercato del gioco
Noi sappiamo che stiamo assistendo in questi anni a un vistosissimo incremento del mercato del gioco in Italia. l’Italia non è un Paese isolato naturalmente, fa parte dell’Occidente, e un simile fenomeno è dato osservarsi anche in altri Paesi. Più o meno i tedeschi giocano la metà degli italiani, gli spagnoli giocano di più, questa impennata si è registrata negli Stati Uniti una decina di anni fa, per cui, non c’è una crescita identica nei vari Paesi dell’Occidente, anche se il trend generale è sicuramente all’insegna di questa esplosione.
Cos’è successo? Noi diciamo, sì c’è una legislazione più liberalista, ma perché non c’era prima? Noi, veniamo da 2.000 anni di legislazione repressiva nel campo del gioco, e anche questo deve farci un po’ riflettere; sicuramente il gioco è stato considerato un vizio, quindi è stata data a questo comportamento un etichetta disvalorativa.

Gioco come disvalore in Occidente
Sappiamo che nel Medioevo i giocatori erano perseguiti molto crudelmente, venivano additati al ludibrio pubblico, o sottoposti a scomuniche, a pene corporali estremamente forti. C’è un ottimo lavoro di Zdekhauer, questo storico del Medioevo che ricostruisce la storia della proibizione del gioco, in Italia in particolare, ma che si rifletteva anche in altri Paesi dell’Europa cristiana, come vediamo anche che il gioco è stato inibito nell’Islam. Gli arabi sono giocatori, come potenzialmente molte popolazioni, e i carovanieri in particolare usavano giocarsi il frutto del loro guadagno attraverso appunto i trasferimenti con i cammelli nel deserto, facendo un gioco in cui il cammello veniva diviso in varie parti del corpo sul quale veniva gettato un dado, e questo esponeva il fatto che chi, dopo un lungo periodo di attraversamento con dei rischi terribili, in preda ai predoni, poteva giocarsi appunto il risultato delle sue fatiche al gioco dei dadi. Maometto in effetti mette all’indice le attività di gioco, come anche il bere e altri comportamenti.
Quindi, diciamo, che non solo l’Occidente cristiano, ma tutto l’Occidente è stato contraddistinto in questo ultimo millennio, due millenni, da un sostanziale atteggiamento di abiura; anche se azzardo viene da hazard che, non a caso, è un termine appunto arabo, e al di là della repressione sociale e le leggi, il gioco è sempre esistito in modo più o meno sotterraneo.

Momento liberatorio per poter poi far accettare delle norme estremamente rigide
Interessante osservare che in particolare nell’Italia dei Comuni la baratteria ebbe il suo posto nella dinamica sociale e nonostante il divieto abituale veniva concesso, in alcuni periodi dell’anno, in particolare il Natale, di poter giocare. Perché il Natale? Perché il Natale corrisponde alla cristianizzazione di antiche festività che avvenivano proprio nel periodo del solstizio invernale.
Questa eccezione alla norma inibitoria aveva a che fare con il vacuum solstiziale, che era quel periodo in cui il vecchio anno finiva, e il pendolo del sole, del suo punto più basso, rimaneva per questi 12 giorni del solstizio d’inverno, per poi riprendere il suo cammino ascendente. Si dice che nelle antiche tradizioni, il vecchio re veniva deposto, sacrificato, o comunque dileggiato e estromesso e si preparavano le condizioni per la venuta del nuovo re. Ecco il fanciullo divino, il tema della venuta, dell’avvento, di un nuovo ordine, quindi sanciva un po’ il passaggio tra un vecchio ordine che moriva, e un nuovo ordine che sarebbe arrivato. Sembra chiaro il riferimento all’elemento archetipo del Natale, in cui l’attesa della novità, di quello che sarà all’insegna della luce, del benessere, della giustizia, il futuro viene investito delle aspettative migliorative, mentre il vecchio, che viene anche bruciato, il grande vecchio viene buttato dalla finestra, con le vecchie cose.
Quindi in questo vacuum solstiziale non c’è né l’ordine vecchio né l’ordine nuovo, e lì si gioca.
Le regole vengono meno, e il Carnevale in fondo raccoglie questo momento di vacuità, per i greci anche gli dei andavano in Libia, quindi lasciavano il mondo senza ordine, senza quelle regole che sanciscono le divisioni di classe, di genere, quella gerarchia di potere e di norma, e in quello spazio libero da norme si scatenava questo aspetto orgiastico, caotico, il altre parole si rimescolavano le carte. Sia a livello di disinibizione sessuale che l’utilizzo di sostanze "lubrificatori sociali", come gli alcolici e le altre sostanze inebrianti, era quel momento di insubordinazione, di capovolgimento che assolveva in qualche modo a una funzione diciamo, anche omeostatica, sulla struttura sociale. Proprio perché le società arcaiche sono molto rigorosamente controllate c’era forse bisogno di questo momento liberatorio per poter poi far accettare delle norme estremamente rigide, come tutte le società arcaiche comportano.

Riccardo Zerbetto durante il seminario.
Riccardo Zerbetto durante il seminario.

Roulette biologica
Ecco però che questa antica consuetudine permane, e permane probabilmente all’interno dell’uomo a un livello che è più antropologico che storico. Nel senso che, se noi guardiamo alla funzione svolta dall’ordine e dalla categoria che a questo si associa che è la prevedibilità, l’ineluttabilità delle regole sia della natura che della società, troviamo che in realtà il mondo non viene governato solo da regole inflessibili, e senza eccezione, c’è anche l’eccezione. Nel suo famoso saggio Jacques Monod, "Il caso e la necessità", lui ricorda essendo un biologo, come anche la replicazione cellulare fa sì che le cellule il DNA e l’RNA, si replicano mantenendo chiaramente la struttura originaria, cosa che consente il fatto che le nuove cellule rispecchino la struttura di quelle da cui derivano. C’è però un quid che ogni tanto interviene, ed è la mutazione. Questo processo di mutazione non è sempre perfetto, c’è un elemento aleatorio, di caso, d’imprevedibilità che produce il mutamento. Questo mutamento è peggiorativo, può essere una cellula che in genere diventa inadatta a sopravvivere, anzi può produrre addirittura un tumore, però in certi casi questo mutamento è quello che apre una nuova possibilità, l’evoluzione procede proprio per questi scarti evolutivi, è come se in questa replicazione, nelle infinite possibilità in cui si può sviluppare, in questa roulette biologica ogni tanto viene fuori una combinazione, un numero che diventa fondamentale per uno scarto evolutivo.

Aggregativi e disgregativi
Ecco quindi che il mondo, e questo lo diceva anche Democrito, oscilla fra queste due grandi realtà che sono le leggi eterne, immutabili:

  • da un lato Ananke, la necessità, questa dea che è superiore agli altri dei, nel senso che neanche gli dei possono sottrarsi alle leggi di necessità, però un qualche cosa che sembra sfuggire, un qualche cosa che ripete un aspetto intrinsecamente ambiguo, duplice, perché può essere foriero di rovina, in quanto deviazione da una norma prevedibile che fino ad allora aveva dimostrato di funzionare, ma può essere anche foriera di un cambiamento evolutivo;
  • dall’altro, lato, invece, nella visione di Empedocle, che credo singolarmente interessante, sono due le forze: una è Philotes (amicizia), quella che unisce, che richiama il termine di Philia, di amicizia, armonia, unificazione, però ce n’è anche un’altra, Neikos (discordia). Ora, anche Empedocle rappresentava Neikos come scura, e noi siamo orientati a percepirla con l’elemento negativo, diabolico, perché se la Philia è ciò che unisce, e noi attribuiamo a questo elemento un significato di valore, ecco che ciò che contrasta con la Philia può apparire il disvalore, quindi se a un attitudine noi riconosciamo l’elemento divino, di armonia amorosa, siamo portati a giudicare l’altro in modo opposto, quindi negativo.

Ragioniamo così in modo manicheo; Mani era un profeta iranico, che poi ha avuto grande successo nella storia del mondo successivo, perché semplifica un po’ la visione del mondo, ciò che non è positivo è negativo. Quindi se l’armonia, ciò che aggrega è positivo, ciò che disgrega è negativo. Se però noi guardiamo il mondo della realtà fisica, noi vediamo che siamo esposti, così come tutti gli elementi, a fenomeni aggregativi e disgregativi. Anche a livello psicologico, sarebbe un grave danno che un ragazzo quando raggiunge l’età giusta, non si disaggreghi dalla sua famiglia d’origine; quindi la differenziazione, la separazione fa parte intrinseca del processo evolutivo, sia a livello materiale, biologico che psicologico. Quindi ecco che questi due elementi, se noi li vediamo in senso manicheo, vero-sbagliato, giusto-erroneo, divino-diabolico, siamo portati facilmente a considerare come negativo ciò che non è positivo.

Da contrapposizione valoriale a cambiati atteggiamenti verso il rischio.
Però in una considerazione dinamico-polare, come si dice, vediamo che le cose sono un po’ più complesse; il gioco è un comportamento, si dice, a rischio. Come mai il mondo di adesso ha riscoperto il piacere di questo comportamento e noi diamo per scontato che non si possa più essere proibizionisti? A noi sembra quasi ovvio, l’abbiamo sentito questa mattina da più parti; ma fino a qualche anno, a qualche decennio o secolo fa non era per niente ovvio.
Cosa è cambiato quindi a livello di strutture culturali che ci porta a essere più inclini, a essere permissivi e tolleranti rispetto a questo elemento che può produrre, in certi casi, danni così vistosi agli individui, alla collettività?
Penso che il tema vada ricollegato ad una generale attitudine che sta cambiando nei confronti del rischio in sé. La cultura che ha dominato in questi secoli e millenni, metteva in luce come valore la conservazione, la sicurezza e l’evitamento del rischio, dell’elemento catastrofico. La ri-voluzione o la e-voluzione, sappiamo che può essere catastrofico, come la Rivoluzione francese, però può essere uno strumento di rinnovamento, di cambiamento, quindi anastrofico. Adesso, anche a livello etico, e quindi di comportamenti socialmente proposti o imposti, da una cultura e da una legislazione, noi vediamo che è fondamentale la discriminante che passa sotto il significato quindi la costellazione valoriale in cui noi inseriamo l’elemento mutamento o stabilità. Mantenimento dell’ordine costituito o apertura alla sua mutazione, al suo cambiamento. L’accelerazione a cui è andata incontro la società moderna, è tale, rispetto alle società più arcaiche, che i processi di cambiamento, non solo sono diventati parte intrinseca del nostro modo di muovere, di operare, di concepire, ma da disvalore sono diventati sempre di più valore.
Cambiare lavoro, cambiare città, cambiare modo di pensare, di vestire. Prima il valore era adeguarsi a un modello dato per accettato, condiviso, e quindi sacralizzato nel suo valore di perpetuazione. Adesso è come se il valore fosse il cambiare invece, ciò che abbiamo ereditato. E quindi anche a livello sociale, s’è insinuato fino ad affermarsi il contro-valore del rischio, del cambiamento, cioè della capacità di accettare la sfida di non vivere di rendita rispetto a un ordine costituito, ereditato. L’adattamento e l’affronto creativo, la sfida appunto del cambiamento e dell’evoluzione.

Gioco d’azzardo nel contesto dei comportamenti a rischio
Il gioco d’azzardo non si può intendere se non nel contesto valoriale più allargato dei comportamenti a rischio. Rolando De Luca che oggi non è presente, uno non solo studioso ma che ha dato un grossissimo contributo anche a livello di proposta terapeutica, dice, sì un giocatore può anche smettere di giocare, però magari è un imprenditore d’azzardo, va a mettere su una fabbrichetta nel Mozambico dove nessuno tutelerà i suoi patrimoni, le leggi eccetera, magari ha anche successo, ma il suo stile di vita è del giocatore d’azzardo, anche se non va al casinò. E lì la difficoltà a capire quanto questo comportamento, questo modo di essere, va mortificato, identificato negativamente in qualche modo recepito come elemento strutturale del carattere di questa persona.

Ma senza giocatori d’azzardo?
Se noi pensiamo, per esempio, a come la Terra si è popolata immaginando le isolette delle Cicladi, del Pacifico, Rapa Nui. Questo film che fa vedere l’Isola di Pasqua, che a un certo punto raggiunge una densità demografica limite, quindi non ci si sta più in quest’isoletta, quindi ci vuole qualcuno che prenda una barchetta e vada e cercare un'altra isola, chi lo fa? Il più stupido, il più furbo, il più coraggioso, quello che c’ha il gene, che adesso è stato identificato, del giocatore d’azzardo? Ecco che si ripropone l’eterno gioco, lascia o raddoppia, lui può andare in pasto ai pesci, perché parte con la sua piroga, affrontando l’oceano e magari non la trova quest’isola, però se la trova diventa il re dell’isoletta che lui ha colonizzato. Anche i topolini di fronte a un cibo che non conoscono, selezionano il topolino sperimentatore: se lui avrà sfortuna perché è cibo avvelenato, morirà, se invece lui avrà scoperto che quel cibo è commestibile avrà salvato, non solo sé stesso ma tutta la tribù dei topolini a cui appartiene.
Adesso il nostro problema è quindi intanto recepire il fatto che esiste questa variante. Alcuni personaggi, alcuni caratteri, o per una nevrosi e perché hanno un profilo di personalità problematica, perché la mamma, il papà, aspetti su cui non mi soffermerò, e che pure sono importanti, hanno questa propensione. Ma questo non basta, il problema è capire come aiutare questa persona a convivere con questa inclinazione che può ritorcersi in modo fortemente autodistruttivo, ma che in certi casi può essere anche all’origine di un suo stile, di un suo modo di essere che può avere anche aspetti interessanti.

Una cultura del gioco
Ecco allora che noi abbiamo bisogno di una cultura del gioco, e questo credo che sia il punto cruciale, cioè dobbiamo sottrarre il gioco a un ambito disvalorativo e quindi contro-culturale. Dobbiamo tirarlo fuori dalle bische dove il comportamento del gioco avviene al di fuori di una possibilità di gestione consapevole, di fronteggiamento, di monitoraggio, e confrontarci in modo esplicito, consapevole, alla luce del sole, con questo comportamento, con questa inclinazione che, come sappiamo, esiste con l’essere umano. La conclusione di un grande studioso, forse il più grande che abbiamo avuto sul gioco, Huizinga, è che non è che l’uomo gioca, e che noi siamo uomini in quanto giochiamo. Perché ciò che ci distingue dagli animali non è che giochiamo, perché anche glia animali giocano, però il gioco umano è il gioco coi simboli, con la previsione, neanche con la simulazione, perché anche gli animali si mimetizzano, cambiano colore, si immobilizzano. Il gioco, quello della previsione del simbolo, la capacità di prevedere il futuro implica uno sviluppo delle capacità cognitive, di previsione, di anticipazione che è squisitamente umano. Quindi come noi diciamo homo faber o sapiens, possiamo dire homo ludens. Gli dei giocano, cioè la rappresentazione idealizzata che noi abbiamo dell’uomo, è un dio che gioca. Il problema è come giocare divinamente, non diabolicamente.
Questo implica però che noi dobbiamo estrarre la categoria gioco e anche del gioco a rischio, da un tabù a priori, che lo mette in una zona d’ombra. Dobbiamo confrontarci con la difficoltà che questo comporta, con un elemento come l’energia atomica, come il motorino per mio figlio quando ha l’età che vuole il motorino, come in altri comportamenti come il mangiare e il bere, e solo affrontandoli in un ambito culturale valorativo, forse, come individui, come famiglie, come società, potremo in qualche modo pilotare.

Accettare il rischio del vivere
In questo senso mi permetto di riprendere il tema delle sigarette. L’avvertimento che fanno venire il tumore, indubbiamente è una contraddizione, però ripropone il tema fortemente conflittuale di una legislazione chiara. Ma cosa vuol dire questa chiarezza? Se il paradigma è quello della coerenza, cosa vorrebbe dire uno Stato coerente? Che non permette la vendita di sigarette che fanno venire il tumore. O dobbiamo invece noi accettare l’intrinseca ambivalenza, che ogni cosa può fare bene o male, dall’automobile al motorino, al salamino, alla nutella, all’alcool, al sesso, al gioco?
Noi siamo vittime di una concezione platonica del mondo per il quale dovevamo aspirare al sommo bene, ma un proverbio popolare, senese credo, ma universale, dice che il meglio è nemico del bene. Per aspirare a questo meglio, a una società idealizzata in cui non c’è rischio, non c’è peccato, non c’è eccesso, noi dovremmo togliere tutto praticamente, e che ci rimane…la pasta e fagioli forse…
Anche nella concezione della cultura religiosa cui apparteniamo l’Eden era costruito secondo uno schema platonico di una società perfetta, proibizionista e paternalistica. A me sembra che anche Jahve accettasse il rischio: mettere un albero con i frutti del bene, del male, della conoscenza, voleva dire esporre i nostri progenitori a un rischio che di fatto è stato corso. Con le conseguenze negative e positive. Erich Fromm dice che se i nostri progenitori non avessero preso quella mela non saremmo qui, nel senso che saremo rimasti nell’Eden…
Quindi, anche con i nostri figli noi non possiamo presumere di preservarli dal rischio fondamentale che è quello del vivere. Una madre rischia quando mette al mondo un figlio e noi rischiamo venendo al mondo, è un rischio tremendo. Se noi abbiamo una cultura che vuole evitare il rischio, che lo vede in modo fobico, che ha il tabù del rischio, corriamo sì il rischio di una situazione d’iperprotezione. Qui si produce un clima in cui questi adolescenti attraversano la strada col semaforo rosso a tutta velocità. E’ quasi un overdose di rischio, compensativo a un’eccesso di rassicurazione, di protezione. E’ per una cultura esistenziale del rischio per la quale invece noi dovremmo attrezzarci nuovamente, a dare delle indicazioni formative e costruttive. Da qui nasce anche una delle finalità della nostra associazione di promuovere una cultura del gioco. Cosa vorrebbe dire fare la prevenzione dal rischio patologico nelle scuole, semplicemente ripetere non fare questo, non fare questo, non fare questo o dire cosa sarebbe il valore del correre dei rischi ragionevoli. Il nostro mammismo, il nostro paternalismo iperprotettivo spesso fa sì che noi inibiamo una crescita consapevole, responsabile, di confrontarci con un elemento sì pericoloso ma non per questo da evitare. C’è stato un bellissimo congresso due anni fa organizzato da Civiltà Cattolica e dalla Treccani, sul vino mistero divino. Noi siamo vittime di una cultura di importazione degli Stati Uniti: in tutti film che vediamo c’è l’ubriacone e quello super sobrio, lo sceriffo con gli occhi azzurri buonissimo, bravissimo e il pistolero psicopatico. La cultura europea non è questa. Torniamo all’elemento di Dioniso, era quello che si alzava in piedi dopo un simposio, Dioniso. Un barbaro, invece, beveva un vino non annacquato, cadeva per terra e vomitava. Ma questa vuol dire una cultura del confrontarsi-con, in modo che rientri appunto in una cultura, in un’educazione. Quindi penso che il gioco, che è un po’ meno minaccioso che la droga, potrebbe darci una grande chance, per una ridefinizione dei nostri paradigmi culturali, che ci permettano di giocare d’anticipo. Non soltanto correre dietro a quelli che si sono rovinati, ma introdurre una ludo terapia, una cultura del gioco che a livello sociale possa creare le premesse per contenere anche gli inevitabili smagliature che in ogni società e in individui predisposti più fragili possano realizzarsi.

   

Le testimonianze di Anna, Marco e Giovanni

Sono Anna e volevo portare la mia testimonianza, io sono una giocatrice compulsiva. A dire la verità io ho cominciato a giocare 4 anni fa, non ero una giocatrice fino a prima di andare in pensione, non sapevo neanche cosa voleva dire giocare. Poi ho cominciato così per scherzo accompagnando un nipote a un giardino dove c’erano delle macchinette del videopoker. Guardando gli altri ho cominciato pian pianino e a quel punto si è scatenato un meccanismo …che mi ha portato alla frattura completa… In famiglia non s’era mai accorto nessuno, sono sposata, ho un figlio maggiorenne. A un certo momento la banca ha telefonato avvisando che il conto corrente ormai era asciutto, allora mio marito fa la domanda. Siccome lui in tanti anni di matrimonio non si è mai occupato della gestione familiare, si è fatto la domanda, come mai non abbiamo più soldi. A quel punto lì è scoppiata la bomba e ho dovuto dire il motivo per cui non c’erano più soldi…Loro hanno chiesto, se ero disponibile a uscire da questo impatto….

Poi mio fratello ha letto su una rivista che a Milano avevano aperto un gruppo. E infatti io sono andata a Milano nel 2000, nel giugno del 2000. Il primo impatto che ho avuto è stato spaventoso.Non eravamo in tanti, e si è letto i passi di Gam-Anon e si è detto che il gioco può essere malattia, che sono malata, quello per me è stato l’impatto più grosso. Siccome io venendo da una esperienza di una malattia vera, avevo il cancro, l’ho vissuto sulla mia pelle, e quando si è detto malata io non accettavo il discorso che era un malattia. I miei familiari invece che l’hanno capita più facilmente, e hanno accettato diversamente, io…c’è voluto più di 6 mesi per entrare in questo meccanismo, capendo che ero malata di compulsione. Partecipavo al gruppo a Milano ma non perché ero convinta, andavo per salvare la famiglia, tanto per esser chiara….poi a un certo momento, non so cosa è stato, m’è scattato un meccanismo …"Prima di aiutare la famiglia devi andare per aiutare te stessa, per te stessa…" A quel punto qua ho aperto….la mente e mi sono ritrovata bene, Il gruppo di Gam-Anon, come diceva prima il mio compagno qua, è che ci troviamo a confronto, ognuno è libero di dire quello che ha vissuto, le sue esperienze, e viene davvero anche come attrazione… Quando si vede delle persone che festeggiano un anno che non giocano più e……Io che avevo vissuto per tanti anni normalmente, mi ha fatto riscoprire quello che avevo perso negli ultimi due anni, avevo perso la famiglia, avevo perso me stessa, l’attrazione…di riscoprire la vita.
Siccome io ero una giocatrice di macchinette, io vivevo solo…il mio pensiero la notte era di come andare a recuperare i soldi per il giorno, come mascherare quello che si faceva, in casa, il mio obiettivo era solo quello di…. andare a recuperare i soldi che avevo perso, convincendomi che se vincevo qualcosa avrei risolto tutti i miei problemi. Invece non è vero, perché la realtà di fondo….
…è proprio vero, non bisogna andare più, io siccome sono una fumatrice, i primi tempi abbiamo fatto che mio marito mi comprava le sigarette, per non andare neanche dal tabaccaio per non essere messa a confronto con le macchinette…perché è abbastanza iniziare…Noi abbiamo avuto dei casi, …ci sono persone che per un anno non hanno mai giocato, però è capitato che tante volte si vuol sfidare il gioco, si vuole mettersi alla prova convinti di essere guarita…E’ abbastanza iniziare a mettere 5.000 o 10.000, quello che è, iniziare a giocare e a quel punto qua, si è ricaduti, sono ricaduti peggio di prima…Poi siccome il giocatore non sempre ha il coraggio di ripresentarsi, se però si ripresenta al gruppo, capisce lo sbaglio che ha fatto e acquisisce realmente la forza e la volontà di smettere di giocare.

Se invece non riesce o per la vergogna, o roba del genere…entra in un baratro peggio di prima. Al gruppo si forma qualcosa come una famiglia onestamente, si…. riscopre anche tante cose, tanti valori. Magari si può dare un consiglio…neanche un consiglio…noi diciamo io faccio così, se tu vuoi provare quello che ho fatto io può darsi che…vedrai che riuscirai… Vediamo tanti casi che hanno funzionato e funzionano, perché la realtà di fondo che emerge dal discorso del giocatore, è che il giocatore in prima persona, non crede di essere un giocatore compulsivo, pensa di essere un giocatore normale, sociale come tutti. Quando ci mettiamo a confronto riusciamo a capire che davvero siamo giocatori compulsivi, ma al momento non si riesce a capire, non lo capiamo. Questa è la mia esperienza…io non ero una giocatrice, non vengo da famiglia giocatrice, né i miei che giocavano, nessun’altra dipendenza,....ancora adesso mi piacerebbe capire qual è stato il meccanismo che mi ha portato a questa…a questa cosa.

Marco

Mi chiamo Marco e sono un animale da gioco, scusate il termine "animale", ma sono un esempio di ex giocatore. Giocavo fino a tre mesi fa, e adesso ex giocatore perché ho toccato il fondo. Non perché sono stato folgorato sulla via di Damasco mentre tornavo a casa, no, ho toccato il fondo. In questi tre mesi grazie anche all’aiuto di Giovanni, di mia moglie e dei miei fratelli….ho capito alcune cose….Volevo permettermi di correggere il dottor Croce, scusi se dico correggere, non sono un medico, non sono laureato, sono diplomato, però lei parlava del gioco e che c’è la componente fortuna nel poker. Mi perdoni, nel poker la fortuna non esiste, proprio non esiste, vince solo il più bravo. E’ è un po’ come la briscola, quando si pensa "ma, ha vinto lui perché ha pescato l’asso, perché ha pescato il tre"…No, puoi giocare con tuo figlio dieci partite e vedi tu dieci volte l’asso e vinci, ma se giochi con tuo figlio mille partite, l’asso andrà 500 volte all’uno e 500 volte al figlio, e vince il più bravo. Se andate a vedere le gare di briscola, di scopa d’assi, quei giochi diciamo, sociali, vedrete che le medaglie le vincono sempre gli stessi. Non ci sarà mai quello che va a fare la gara di briscola e l’ha vinta…sì, la può vincere in albergo, al mare, alla Pensione Mariuccia, quando si gioca coi pensionati la vince, ma se va nei centri dove giocano dei giocatori di briscola, o di scopa, vincono sempre i soliti. Purtroppo ve lo dice un giocatore che ha vinto moltissimo…..
..ho vinto moltissimo al gioco dove non conta la fortuna e mi sono rovinato al gioco dove conta la fortuna. Ho girato alcuni casinò d’Europa giocando a poker e alla fine mi evitavano. Mi evitavano, dove vivo io vicino a Milano, addirittura non mi hanno fatto più giocare. Girava la voce che io fossi un baro, vi garantisco non è vero perché giocavo a poker dove conta solo la bravura. Addirittura vi dirò, lo saprete anche voi, noi giocatori di poker studiavamo i nostri avversari, guardavamo se erano in crisi con la moglie, e se erano in crisi col lavoro, se avevano magari un figlio mezzo tossico. Quando vai a giocare con l’industriale che era in crisi con la moglie, aveva litigato con la moglie, quando veniva a giocare la sera, era un modo per sfogarsi e noi giocatori, uso un termine sbagliato, professionisti, vincevamo. Veniva a giocare la persona che aveva litigato coi fratelli o perché aveva dovuto vendere l’appartamento, veniva a giocare per rifarsi, giocava a poker e perdeva.

Cosa è successo, non avendo più avversari, avendo vinto molto, ma veramente molto, la gente mi evitava, sono entrato nel casinò, che mi ero sempre rifiutato. Io a 40 anni sono entrato nel casinò e in 4 anni mi sono rovinato, perché la mia bravura, se si può chiamare bravura, l’ho buttata nella fortuna, e alla fortuna vince il banco. Nei giochi di fortuna perdono tutti. Io sono un…ex giocatore, sono un giocatore perché sono 3 mesi che non gioco più. Dentro di me trovo uno spirito favoloso per ricominciare. Io nel lavoro ho guadagnato molto, partendo da zero, e purtroppo molto ho messo sul tavolo. Adesso non sono a zero, sono sottozero, però ho il lavoro, ci sto dando dentro, mi rifarò…sono un animale da… mi reputo un animale da circo, perché il gioco d’azzardo è un circo.…Siamo pieni di….voglio dire…non difetti, di insicurezze, cerchiamo di essere paragonati quasi all’onnipotente, perché vogliamo governare la fortuna, cosa impossibile….E poi, quando avrete i vostri pazienti, capirete che uno è un giocatore ormai compulsivo quando gioca 1.000 lire in più di quello che può…quando uno gioca 20.000 ma ne può giocare 15.000, basta, è compulsivo. Perché quando se può giocare 9.00.000 ne gioca 1 milione, quando può giocare 5 milioni vedrete che ne giocherà 7, perché il vero giocatore, vero nel senso negativo, non nel senso positivo, è colui che gioca più di quello che può, quando gioca qualcosa di meno…è un giocatore sociale.

Vorrei fare una domanda al dottor Guerreschi: il mondo socio-economico, del lavoro, nei confronti di un ex giocatore dichiarato e recuperato, generalmente in base alla sua esperienza, come reagisce nei confronti dell’ex giocatore, pentito ma recuperato, come reagisce normalmente proprio il mondo economico del lavoro, di fiducia….
  

Cesare Guerreschi

Guardi, in genere reagisce sempre con diffidenza, purtroppo…questa è la realtà. Allora la diffidenza lei se la deve giocare nel tempo, dimostrando lentamente, ma giorno per giorno, che lei può dare e ricevere fiducia. Lei può essere ulteriormente vincitore se però resiste nel tempo, perché la fiducia non è una questione che si può barattare da un giorno all’altro.Dunque il passaggio è inevitabilmente in un periodo lungo o medio lungo, sulla fiducia. Lei riesce vincitore se ha questa capacità di ridare e riprendersi la fiducia. Questa è l’esperienza che ho io.
  

La moglie di Marco:

Ci provo a fare una domanda al professor Carlevaro. Io sono la famiglia, praticamente, sono la moglie di un giocatore, che ha già parlato per conto suo. Volevo chiedere: lei ha parlato prima della famiglia che può sostenere il giocatore nei momenti di crisi. Ma per sostenere la famiglia che è una parte molto lesa, cerco di sovraccaricarmi per tenere il più possibile al di fuor di tutto i figli. La terapia di famiglia è indispensabile? Quello che volevo chiederle soprattutto era: è giusto il mio atteggiamento di voler, mi ripeto, tenere il più possibile fuori i miei figli, che sono comunque grandi perché hanno 17 e 18 anni
  

Tazio Carlevaro

Io direi due cose, intanto sarà difficile tenerli fuori completamente proprio perché fanno parte della vostra vita e quindi partecipano in un certo modo alle interazioni che ci sono e che ci sono state in famiglia. Riflettono sicuramente delle cose che vedono e che sentono all’interno della famiglia. Quello che conta è di poterne parlare con serenità e stare bene attenti a quello che si chiama l’attribuzione delle responsabilità.
Il problema dei figli è proprio quello di non riuscire ad affrontare il problema del padre e della madre senza dover attribuire nello stesso tempo anche delle colpe.
Il secondo punto è: chi sostiene la famiglia, cosa sostiene la famiglia. Qui si tratta di una scelta da ogni persona. Dopo una discussione con uno specialista, che può essere che una terapia individuale, può essere utile perché uno possa trovare delle ragioni dentro di sé per affrontare delle difficoltà o anche per affrontare dei sentimenti di colpa o dei momenti di particolare tristezza. Può essere che magari si possano migliorare le interazioni tra due persone con una terapia di coppia, può essere però e questo è anche possibile, che le cose si possono fare all’interno di gruppi di autoaiuto, perché no, ci sono per esempio i corrispondenti di Al-Anon, dove familiari hanno la possibilità di scambiare delle esperienze, di verificare dei modi di essere, dei modi di fare, e anche di avere poi delle amicizie, delle relazioni estremamente intense che si formano tra le persone che partecipano.
   

Giovanni

Sono Giovanni, e sono dei Giocatori Anonimi. Volevo cogliere l’occasione per ringraziare il dottor Croce, perché esattamente due anni e un giorno fa, il 17 aprile del 2000, siccome ero disperato, ero nel pieno del gioco e mia moglie mi aveva quasi messo …le valigie fuori della casa, m’aveva detto "o la smetti o te ne vai", così sotto pressione di mia moglie mi sono recato al Sert, che era da poco che era istituito, per poter chiedere aiuto perché volevo smettere di giocare, o quanto meno volevo cercare di dare un… cambio alla mia vita…e sono andato dal dottor Croce, esattamente ripeto due anni e un (giorno) fa, il quale poi, dopo un colloquio, mi ha inviato ai Giocatori Anonimi…E’ un associazione che si rifà a Alcolisti Anonimi, che è un’associazione che è una copia dei Gamblers Anonimous americano che è nata nel ’57. Ho fatto una telefonata quella sera a Giocatori Anonimi, mi ha risposto tra l’altro un alcolista, mi ha detto "guarda che c’è una riunione sabato, però vedi di non giocare più fino a sabato". Ecco da quella telefonata, da quel giorno non ho più giocato, sono esattamente due anni che non ho fatto più nessun tipo di scommessa, e la mia vita è cambiata veramente, da così a così.

Volevo parlare più che della mia situazione, del tema di oggi, la famiglia, perché io ho vissuto, sono padre di famiglia, …ho vissuto la tragedia del gioco, ho cominciato a giocare che…come tutti iniziano a giocare…per divertimento, perché ci si diverte col gioco all’inizio. Poi il mio problema è stato di aver cominciato a perdere, più di quello che potevo perdere. A questo punto ho cominciato a rincorrere la perdita. L’ossessione di continuare a recuperare la perdita. C’è chi vince, e ha l’ossessione della vincita ma poi perde ugualmente, io invece perdevo sempre e recuperavo la perdita; quindi per me il gioco è diventato un ossessione…io ho iniziato a giocare molto presto, e sono diventato compulsivo molto presto, e di guai ne ho combinati abbastanza…

Diventava un’ossessione, una vera e propria malattia, era un’ossessione, tutto il giorno… nella mia testa frullava solo il gioco, il recupero dei debiti, il come pagare i debiti, perché anche se vincevo non li pagavo mai, era tutto…tutto ruotava intorno al gioco…non esisteva nient’altro. Avevo una famiglia ma è come se non ce l’avevo, il problema mio e di tanti giocatori è che poi non si rovina solo la propria esistenza, rovina la sua famiglia e non solo, perché poi alla fine il giocatore va a chiedere i soldi all’amico, quindi l’amico ti da…ti presta i soldi, e poi si mette in conflitto con la moglie. Dopo l’amico non ti guarda più, allora si rovina i fratelli, rovina i genitori, rovina tutto. Il giocatore… dalla mia esperienza, dall’esperienza di chi viene ai Giocatori Anonimi, è che purtroppo il gioco compulsivo, il gioco portato all’esasperazione, rovina tutta una serie di famiglie, rovina tutto ciò che ha intorno, il giocatore fa deserto intorno a se. Deserto perché poi sono arrivato a un certo punto che… che c’era qualche amico che mi vedeva in fondo e girava l’angolo…proprio, veramente, ho trovato qualcuno che mi ha visto, ha girato lato e si è nascosto nel portone per non vedermi perché aveva
Il gioco fa dei disastri con i figli, fa dei disastri effettivamente, fa dei grossi, grossi disastri… Perché è una continua richiesta di soldi, non bastano mai, bisogna sempre prenderli, bisogna sempre cercarli, …le fonti non si esauriscono mai. Il giocatore ha una mente fervida, è una cosa incredibile ….quindi va a rovinare tutti, tutti, va a chiedere i soldi anche per strada quasi per andare a giocare. Coinvolge nella sua problematica un sacco di persone e crea problemi a un sacco di persone… Adesso voglio leggere il nostro Statuto per far capire cos‘è Giocatori anonimi, che è nato due anni fa a Milano, ma che adesso è presente in tutta Italia, veramente in tutta Italia stanno nascendo nuovi gruppi.
Allora, Giocatori Anonimi, un’Associazione di uomini e di donne che mettono in comune la loro esperienza, la loro forza e speranza al fine di risolvere il loro problema comune ed aiutare altri nel recuperarsi dal gioco compulsivo. L’unico requisito per divenirne membri è il desiderio di smettere di giocare. Non vi sono quote o tasse per essere membri di Giocatori Anonimi, noi siamo autonomi mediante i nostri propri contributi. Giocatori Anonimi non è affiliata ad alcuna setta, ad alcuna confessione o idea politica, ad alcuna organizzazione religiosa o istituzione, non intende impegnarsi in nessuna controversia, né sostenere od opporsi ad alcuna causa Il nostro scopo primario è astenersi dal gioco, ed aiutare gli altri giocatori compulsivi a raggiungere la sobrietà.

Giocatori Anonimi non ha opinioni sul gioco, posso avere una mia opinione personale, però Giocatori Anonimi non ha opinioni, non fa campagne contro il gioco, perché il giocatore se rimane sociale non crea problemi. Giocatori Anonimi dice a un giocatore: se il gioco comincia… a crearti dei problemi; è un problema perché non dormi la notte, a questo punto chiediti perché il gioco è un problema, vieni da noi perché noi possiamo aiutarti a smettere di giocare, così come hanno aiutato me. Poi ..far capire principalmente una cosa, che il problema del gioco è un problema personale. Sono io che vado a giocare, nessuno mi manda, mia moglie non mi ha mai mandato a giocare, io giocavo ai cavalli… Non è venuto nessuno a casa mia a dirmi di giocare ….sono stato io con le mie gambe ad andare a giocare. E sono sempre io che decido di andare a giocare, sono io che decido di giocare o non giocare, però il problema nel gioco è il mio rapporto sbagliato col gioco, ho la malattia del gioco compulsivo, di fronte al gioco io sono malato. Non sono capace, se nei confronti dell’alcool riesco a fermarmi al bicchiere prima di entrare nella dipendenza, nei confronti del gioco e anche nei confronti del tabagismo, ho smesso anche di fumare, nei confronti di questi problemi, sono impotente, non riesco. Un amico dice sovente che il nostro rapporto col gioco è come se io dovessi salire sul ring e incontrarmi con Mike Tyson, cioè Mike Tyson è il gioco e io sono il giocatore, ovviamente se vado su questo mi ammazza …E pure io pretendo di salire sul ring e di scontrarmi con il Tyson perché penso di… vincere con lui. Giocatori Anonimi insegna questo, mi ha insegnato e devo ringraziare e non finirò mai di ringraziare, ti insegna a cambiare la vita, ti insegna a dire "metti da parte il gioco, non pensare più al gioco, e guarda fuori che c’è il cielo azzurro, guarda fuori che ci sono le altre cose. ….un altro rapporto con la vita, avevo degli hobby prima di mettermi a giocare … Mi dicevano "riprenditi la vita", "riprenditi ciò che ti fa piacere, riprendi ciò che è bello e comincia a guardare ciò che è bello, riprenditi la tua vita, …riprendi te stesso praticamente" Io ho ripreso me stesso perché, sono un malato di gioco però ho cominciato a scoprire degli altri interessi, ho cominciato a vedere altre cose, ho cominciato a capire che…aiutando me stesso aiuto anche gli altri, ho cominciato a vedere un mondo diverso dal gioco, Ho cominciato a vedere la mia famiglia anche. Non essendoci più il gioco ho cominciato ad avere altri rapporti con le persone, quando incontravo le altre persone, le incontravo unicamente per farmi prestare dei soldi, quindi tutto il mio discorso, tutto quello che dicevo era per arrivare a dire "sono disperato, devo pagare la multa", tutte scuse, tutte balle ovviamente, per farmi dare i soldi. Tutto questo discorso fatto a mia mamma, fatto al mio migliore amico, … portava a quello. Oggi che non ho più dentro di me …questa maledetta ossessione di gioco, che me ne sto liberando piano piano, ma non me ne libererò mai perché dovrò sempre frequentare Giocatori Anonimi. Oggi, che sono arrivato lì, quando parlo con mia mamma, quando parlo con mia moglie, quando parlo con mio figlio, o con chiunque parlo, parlo con un altro spirito, parlo con lo spirito di una persona libera. E sulla libertà, volevo proprio dire una cosa precisa. …quando sono andato ai Giocatori Anonimi mi sono detto "cavolo non devo giocare più tutta la vita"…E’ come se mi devono tagliare il braccio destro, perché per me il gioco era il braccio destro, era come se dovevo tagliarmi questo cavolo di braccio destro e dirmi.. .cavoli adesso non posso più giocare, non posso più farmi una schedina, non posso più…e mi facevo delle storie su questo problema.

Poi sono riuscito a capire, sempre grazie alla frequenza dei Giocatori Anonimi, che veramente io sono un uomo libero, sono veramente libero. La mattina mi alzo e dico "cosa faccio oggi? Gioco o non gioco?", poi mi dico "ieri non ho giocato, sono stato bene, sono uscito con 100 euro, sono rientrato con 99 euro perché ho bevuto il caffè, ho incontrato degli amici e ho parlato, sono andato a trovare mia mamma e ci siamo abbracciati, ho parlato con mio figlio e ho parlato in maniera… non ho litigato praticamente. Se io torno a giocare oggi ritorno nel baratro, e cancello tutto quello che ho conquistato". Oggi io dico "io scelgo di non giocare", è una mia scelta, oggi io sono libero di scegliere se giocare o meno. Quindi io il mio braccio destro ce l’ho, perché posso ancora tornare a giocare, sono io che non voglio più tornare a giocare, non ho nessuna intenzione di tornare a giocare perché mi ha distrutto la vita, e se dovessi tornare a giocare me la distrugge un’altra volta. E’ questo che Giocatori Anonimi insegna, è quello che i gruppi di auto aiuto dei Giocatori Anonimi insegna. Un nostro amico usa dire che Giocatori Anonimi è come un carretto che parte e ci sono questi giocatori sopra che vogliono smettere di giocare, vogliono aiutarsi a smettere di giocare, e vogliono aiutarsi a cambiare il proprio carattere. Questo carretto va e ogni tanto si ferma e tira su qualcuno, poi ogni tanto uno cade da questo carretto, e allora questo carretto si ferma e lo tira su, gli dice vieni torna qua, va bè hai fatto una ricaduta, hai fatto la rigiocata, ma torna. Torna dentro, non fa niente, riprenditi le tue 24 ore, riprendi da zero… lo tiriamo su, cerchiamo di tirarlo. Purtroppo c’è anche quello che dice "no, io voglio scendere, me ne voglio andare", c’è anche quello che dice "no, basta, voglio tornare a giocare", vuole scendere da questo carretto. E’ una scelta, noi non possiamo farci niente, voglio dire, non …non possiamo assolutamente farci niente. Noi gli diciamo solo, guarda che se torni indietro ricadi nel baratro, non lo fare, ma se lui ha deciso è una sua scelta, noi non possiamo obbligare nessuno. Giocatori Anonimi non può obbligare nessuno, così come non possiamo andare nelle sale corse a prendere qualcuno. Qualche volta ci telefona qualche famiglia e ci dice "ma mio marito è venuto stasera da voi?", noi non possiamo dirle se è venuto o non è venuto, siamo anonimi, se no cadrebbe l’anonimato. Non possiamo, anche se ci dispiace molto, se uno ci telefona o viene una mamma a dire "andate a prendere mio figlio in sala corse", non possiamo andare a prenderlo. Noi rispettiamo, aiutiamo chi vuole essere aiutato. Se lui ha il desiderio di smettere, un giorno o l’altro la smette. Ci sono degli amici che hanno smesso di giocare solo da un mese e sono due anni che vengono.

… purtroppo il gioco, il gioco patologico, il gioco compulsivo, crea degli incredibili squilibri nelle famiglie.

Una volta il gioco era appannaggio esclusivo dell’uomo, era l’uomo che giocava. Oggi invece ai Giocatori Anonimi vengono delle donne, madri di famiglia, che vanno in pensione, che per la noia vanno a giocare e diventano compulsive. Queste distruggono tutta una vita, distruggono tutta una vita…però sono abbastanza fortunate rispetto all’uomo, perché fanno in fretta anche a recuperarsi. Mentre l’uomo proprio perché… …magari c’è l’ha nella mentalità. Le donne, così come fanno in fretta a rovinarsi fanno anche in fretta a recuperarsi.


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Modificato mercoledì 24 novembre 2010
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