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Seminari e convegni
    

   
"Famiglie, matrimoni, fedi religiose
nella società multietnica"

Roma, 13 marzo 2002
Sala Protomoteca, Campidoglio
Con il Patrocinio del Comune di Roma
Assessorato ai Servizi e alle Politiche Sociali 

sintesi degli interventi

Il seminario prende spunto dal capitolo "La pluralità dei matrimoni dal punto di vista religioso", di Silvio Ferrari, pubblicato nel "Settimo Rapporto Cisf sulla famiglia in Italia" (P. Donati -a cura di-, Identità e varietà dell’essere famiglia. Il fenomeno della "pluralizzazione", 
Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo - MI -, 2001)

Mercoledì 13 marzo 2002
PROGRAMMA 
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9.30- 10.30 I perché di un incontro
Francesco Belletti, Direttore Cisf
Rafaela Milano, Assessore alle Politiche sociali, Comune di Roma
 

Famiglia e matrimonio nella società multietnica: quando le diversità si incontrano
Silvio Ferrari, ordinario di Diritto canonico, Università degli Studi di Milano
 

Esplorare l'integrazione in famiglia: l'esperienza dei matrimoni misti
Giancarla Perotti Barra, responsabile Ufficio Diocesano di pastorale familiare, San Benedetto 
del Tronto

10.30-12.30 Melting Pot o Salad Bowl? Le diverse strade dell'integrazione
Tavola rotonda
Coordina:
Roberto Zuccolini, giornalista del Corriere della Sera
 
Intervengono:
La società multietnica e il ruolo della famiglia. Dati dal Rapporto sull'immigrazione 2001
Franco Pittau, Caritas Roma

La consulenza con le famiglie immigrate
Maurizio Andolfi, docente di Psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari, Università la Sapienza, Roma
 
Famiglia, scuola e integrazione: quando i bambini sono una risorsa
Vinicio Ongini, esperto Ministero Istruzione
12.30-13.30 Dibattito e conclusioni

     
Sintesi degli interventi

Roma, 13 marzo 2002 
Sala Protomoteca, Campidoglio

  

ESPLORARE L’INTEGRAZIONE IN FAMIGLIA:
 L’ESPERIENZA DEI MATRIMONI MISTI

Giancarla Perotti Barra

Premessa

La realtà dei matrimoni islamo-cattolici pone interrogativi pluridisciplinari, dalla sociologia alla storia, dal diritto alla teologia pastorale. La mia breve riflessione tratterà principalmente aspetti pastorali.
Esplorare l’integrazione nella famiglia mista interreligiosa nel contesto di due culture quella dell’Islam e del cattolicesimo è un’impresa vasta e complessa.
Ci chiediamo innanzitutto come esplorare la famiglia interreligiosa? La Chiesa interpellata da questa nuova realtà, da alcuni anni è impegnata nell’accoglienza e nella cura pastorale sia d’immigrati che di coppie miste tramite alcuni organismi (Caritas, Ufficio Migrantes, Uffici di Pastorale Familiare). Proprio impiantando la pastorale nei vari ambiti della famiglia siamo venuti a conoscenza della realtà dei matrimoni misti. Due sono stati i principali ambiti della pastorale familiare che hanno permesso agli operatori di rendersi conto dello status della coppia mista. Il primo quello della pastorale matrimoniale e l’altro quello della pastorale battesimale. Ambedue gli ambiti li possiamo suddividere in una pastorale che interviene prima e dopo la celebrazione di questi sacramenti.
Si spera che il matrimonio misto sia una realtà che favorisca l’integrazione tra il coniuge musulmano e quello cattolico ma da queste due esperienze sono emerse alcune difficoltà:

  • la coppia mista è formata da un partner musulmano che il più delle volte è sulla difensiva e non è ben predisposto verso il coniuge cattolico.
  • La parte cattolica è priva di identità cristiano-cattolica, la richiesta del sacramento del proprio matrimonio o del battesimo del figlio è fatta per una sorta di compromesso con i propri parenti o amici.
  • I partners della coppia islamo-cattolica non conoscono le rispettive culture, tradizioni, costumi e religione.
       

Nodi esistenti tra la coppia islamo-cattolica
La sottomissione della donna al marito.
  

Nell’Arabia pre-islamica la condizione della donna era particolarmente precaria, infatti era considerata un essere insignificante. Il Corano ha migliorato la condizione della donna, anche se non ha garantito pari opportunità con l’uomo ed ha riconosciuto la sua subordinazione.
La donna deve acconsentire all’atto sessuale, che è il fine stesso del matrimonio; deve inoltre abitare nella casa indicata dal marito, non uscire, non lavorare senza il suo permesso, non ricevere visite senza autorizzazioni, seguirlo in caso di trasferimento o viaggi.
Nella codificazione della šarì ‘ah la scuola hanbalita, ammette modifiche nel contratto matrimoniale, purché tali modifiche rientrino nei principi generali della šarì ‘ah. Infatti oggi è possibile in molti paesi che la moglie pretenda dal marito:

  • di non trasferire il domicilio coniugale dalla città d’origine;
  • di ottenere dal marito che non le venga impedito di esercitare una professione o di partecipare alla vita pubblica;
  • di chiederle di non obbligarla a seguirlo nei suoi viaggi.

In caso di violazione della promessa la donna può chiedere il divorzio.
I rimedi che l’uomo ha a propria disposizione per la moglie che contravviene agli obblighi a lei imposti sono:

  • chiedere al giudice di ottenere l’obbedienza della moglie;
  • la sospensione del mantenimento;
  • le correzioni corporali al-ta’dib;
  • il ripudio o la minaccia di ripudio.
      

La poligamia
  

La poligamia è presente come limitazione, mentre l’ideale coranico rimane quello di matrimonio monogamico.
"Se temete di non essere giusti con gli orfani, sposate allora di tra le donne che vi piacciono, due o tre o quattro, e se temete di non essere giusti con loro, una sola…" (Q. IV, 3)". "Anche se lo desiderate, non sarete capaci di agire con equità con le vostre mogli…" (Q. IV, 129). Su questi versetti coranici si fonda il diritto del musulmano a sposare fino a quattro mogli, a condizione di essere giusto con tutte. Ma il Corano dice anche che l’uomo non riesce a mettere in pratica tale norma anche se è mosso da retta intenzione. Per questo la poligamia risulta tollerata in situazioni eccezionali e proibita dalla normalità dei casi.
La poligamia è stata oggetto di profonda critica specialmente dalla corrente modernista e questo atteggiamento si è diffuso ampiamente nel mondo musulmano tanto da influenzare i legislatori statali nell’opera di codificazione della
šarì ‘ah.
La prima moglie, se pur in assenza della clausola monogamica del contratto matrimoniale, ha il diritto di chiedere il divorzio, se il nuovo matrimonio del marito - da lei mai approvato - procura un danno materiale o morale che le rende impossibile una serena convivenza matrimoniale in comune. Lo stesso diritto ha la nuova moglie, alla quale il marito ha tenuto nascosto l’unione precedente. Oggi alcuni esegeti del Corano considerano la poligamia virtualmente illecita, in quanto è impossibile trattare quattro donne equamente.
  

Il ripudio e il divorzio
  

Nell’ Islam basta una semplice dichiarazione dell’uomo, anche non motivata, perché la moglie possa essere ripudiata. E la donna ripudiata è disprezzata dalla società araba. Il ripudio (al-tala q) è rimasto in tutte le codificazioni, ad eccezione della Magallah tunisina.
Anche se la tendenza comune dei legislatori islamici è stata quella di controllare e limitare il ripudio, il Sudan, il Kuwayt e lo Yemen del Nord sono stati restii ad iniziare una via di riforma in materia di ripudio. Il limite fu appunto di non superare il numero di tre ripudi che l’uomo poteva pronunciare contro la propria moglie.
  

Diversa concezione dell’amore e del matrimonio
  

La posizione dell’Islam è assolutamente diversa da quella cattolica in merito all’amore e al matrimonio. In questo campo, la concezione e le pratiche musulmane sono legate al Corano, alla tradizione islamica e alla Sunna, considerate le fonti religiose, giuridiche, morali e spirituali date da Dio agli uomini. A queste va aggiunta l’importanza della civiltà particolare legata alla regione geografica, alle pratiche culturali locali ed alle condizioni economiche. Il matrimonio si presenta nel Corano come una regolazione della sessualità, luogo della fecondità e dell’accrescimento della comunità islamica (Q. 4,1).
"le vostre donne sono per voi come un campo: andate dunque al vostro campo come volete." (Q. II,223)

"Nel pensiero islamico e in particolare nel diritto, il matrimonio è anzitutto una sorta di contratto attraverso il quale un uomo si impegna a versare una dote a una donna e a provvedere al suo mantenimento in contropartita di avere con lei lecitamente dei rapporti intimi". Il matrimonio islamico non ha carattere sacramentale né viene considerato come una realtà spirituale e divina, ma soltanto naturale. I due sposi hanno dei diritti e dei doveri l’uno nei confronti dell’altro. L’uomo deve provvedere ai bisogni della famiglia e assumere dei ruoli sociali, la donna è dedita al buon funzionamento della casa, senza l’obbligo di partecipare con i suoi redditi personali ai fabbisogni economici della sua famiglia.
Per la parte cattolica il matrimonio è indissolubile e comprende l’unità e la fedeltà reciproca. "Questo amore, ratificato da un impegno mutuo e soprattutto consacrato da un sacramento di Cristo, resta indissolubilmente fedele nella prospera e cattiva sorte, sul piano del corpo e dello spirito; di conseguenza esclude ogni adulterio e ogni divorzio" (GS 49).
"… il matrimonio dei battezzati diviene così il simbolo reale della Nuova ed Eterna Alleanza, sancita dal sangue di Cristo. Lo Spirito che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati". (F C 13)
   

La comunione di vita
  

La Chiesa sconsiglia il matrimonio misto tra musulmani e cattolici non solo per il pericolo di abbandono della fede da parte del coniuge cattolico, ma soprattutto perché è difficile per una coppia mista raggiungere in pieno le finalità del matrimonio sacramento, sia rispetto ai coniugi, alla prole e alla comunità ecclesiale. È da evidenziare che nel matrimonio cattolico, i beni da realizzare e le finalità da raggiungere non sono solo quelli propri dell’istituzione naturale del matrimonio, ma innanzitutto sono le altissime finalità che il Signore ha voluto annettere al fatto di aver elevato il matrimonio a segno efficace di grazia, "e così l’uomo e la donna, che per l’alleanza coniugale "non sono più due, ma una sola carne" (Mt. 19,6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l’intima unione delle persone e delle attività, esperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono" (GS 48). Queste finalità vengono riportate dal Concilio Vaticano II nella Costituzione Gaudium et Spes, nella quale è scritto che l’amore coniugale nella sua autenticità viene dall’amore divino elevato sorretto e accresciuto sia dalla forza di Cristo e dall’opera salvifica della Chiesa.
Nel matrimonio misto è difficile raggiungere l’intima comunione di vita che include tutte le dimensioni della personalità dell’uomo e della donna. In esso si avverte una dissociazione degli animi riguardanti questioni importanti e profonde che toccano l’intimità delle persone, cioè le loro diverse convinzioni religiose.
  

Accompagnamento e cura pastorale delle coppie islamo-cattoliche.
  

Una coppia islamo-cattolica deve creare qualcosa di nuovo, senza rifarsi al modello occidentale né a quello musulmano, sviluppando un proprio stile di vita. Un matrimonio misto interreligioso può costituire per entrambi i coniugi un’opportunità unica per approfondire la propria religione in un’ottica di dialogo. Da questo punto di vista gli sposi potranno divenire le cellule di un nuovo modo di vivere il dialogo interreligioso, nella comprensione, nel rispetto reciproco, nello stimolo al bene. Vivere con un uomo musulmano significa conoscere l’Islam e confrontarlo con il cristianesimo. Nella vita pratica coniugale ci si sforza di essere coerenti, attenti alle pratiche religiose, per non minimizzare la fede agli occhi dell’altro. Nei matrimoni islamo-cattolici, la fedeltà del musulmano al suo credo spinge il coniuge cattolico ad essere maggiormente fedele al Vangelo e viceversa.
Possiamo tener presenti alcune indicazioni tratte dalla quinta parte del documento
"Matrimoni tra cristiani e musulmani" firmato dal Comitato Islam in Europa, KEK (Conferenza delle chiese europee) e CCEE (Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa)
Il documento è un testo ampio che ha per destinatari fondamentalmente i parroci e i pastori delle comunità locali, e che tende a non drammatizzare il matrimonio interreligioso islamo-cattolico, ma neppure a considerarlo con eccessivo irenismo. Le questioni pastorali particolari sono distinte in cinque fasi:

  • a_la fase di contatto. I primi contatti, di solito avvengono per telefono o per lettera, da parte delle persone interessate o grazie alla madre di lui o di lei o da parte di un amico. È la fase che si presta alla formazione di pregiudizi da parte dei nubendi. Il ministro deve essere accogliente, premuroso, rispettoso. Tutto il dialogo successivo può dipendere da questo primo approccio. Se i genitori sono contrari al matrimonio, bisogna aiutarli a far capire loro che questo atteggiamento potrebbe affrettare la decisione della figlia di unirsi in matrimonio con l’innamorato musulmano ancor prima che sia matura in lei la decisione di sposarlo. Per rispettare la libertà di ciascuna delle parti, è consigliabile incontrare la parte cattolica da sola e se la parte musulmana lo desidera potrà incontrare il pastore in separata sede. Se dopo questi primi colloqui non viene presa nessuna decisione contro il matrimonio, tutti i successivi incontri dovrebbero avvenire insieme. Si potrebbe chiedere ai nubendi come si sono conosciuti, come e dove si sono innamorati, cosa hanno in comune, cosa si aspettano dal loro matrimonio. È anche importante conoscere come ognuno di loro vive e sperimenta la propria religione. Il rapporto che ciascuna delle parti ha con Dio non deve essere tabù, anzi è l’essenza del problema. Su questo argomento ci sono altre domande, per esempio, cosa pensa la donna dell’islamismo e l’uomo del cristianesimo, oppure bisognerebbe chiedere se entrambi hanno pensato di approfondire la religione dell’altro. È importante fare domande sulla lingua scelta per comunicare.
  • b- La fase decisionale. Nel corso di questi incontri è importante capire se la coppia è decisa o ancora incerta riguardo al suo futuro. Se sono aperte ancora tutte le possibilità, il ruolo del ministro sarà determinante per chiarire la loro situazione. Una delle domande che egli può fare alla donna cattolica è se crede di poter mantenere la propria libertà nella professione della fede. Se il presbitero si trova di fronte a una cattolica molto convinta, può formulare la domanda come segue: "Cosa pensi che Dio esiga da te in questa situazione?" Di solito i giovani non sono preparati a rispondere a delle domande così dirette o a fare un esame di coscienza, perché i propri sentimenti sono più forti della loro fede, anche se non si può contrapporre sentimento a fede. È in questa fase che si può percepire l’eventuale esistenza del dubbio se procedere verso il matrimonio oppure rinunciare.

  • c- La fase preparatoria. Quando la coppia è decisa e non vuole essere esaminata ulteriormente, né tanto meno i due vogliono che vengano loro ricordate le difficoltà che potrebbero incontrare, il parroco che segue la coppia dovrebbe solo continuare a porre domande che possono essere considerate appropriate e costruttive per un buon matrimonio. A questo punto la coppia e il ministro sono giunti alla preparazione delle nozze vere e proprie. Se al termine dei colloqui il ministro suggerisse un matrimonio civile, ciò non significherebbe che la responsabilità della Chiesa sia finita. In alcune chiese Cristiane Ortodosse dove i matrimoni misti sono proibiti (Grecia, Romania, Bulgaria e Russia), alle coppie rimane come possibilità il matrimonio civile. La Chiesa Cattolica Romana permette il matrimonio misto con dispensa per disparitas cultus per poter celebrare il matrimonio religioso in Chiesa. La dispensa viene rilasciata dall’Ordinario del luogo che è il vescovo o da una persona nominata da lui. La richiesta invece deve essere presentata dal parroco della comunità cui appartiene la parte cattolica. Una volta che sia stata concessa ci sono due possibilità:
    - una cerimonia nuziale usando la forma canonica, durante una Liturgia della Parola, in Chiesa o in un altro edificio, alla presenza di un sacerdote e di due testimoni;
    - una cerimonia nuziale con una dispensa di forma, che può essere un matrimonio civile o qualche altra forma ufficialmente riconosciuta.
    Alcune conferenze episcopali richiedono una dichiarazione di intenzioni 
    delle due parti, che viene letta in Chiesa prima che gli sposi pronuncino le promesse solenni. In questa dichiarazione manifestano le loro intenzioni di rimanere monogami e fedeli fino alla morte, di informare i loro figli in riguardo la fede cattolica e per il coniuge cattolico di continuare ad andare in Chiesa.

  • d- La fase della cura pastorale. Questa fase molto importante riguarda la cura pastorale nei primi anni della vita matrimoniale. È il momento dove si può verificare se davvero il coniuge musulmano permette alla moglie cattolica di frequentare la comunità ecclesiale, di rimanere o diventare attiva nella sua parrocchia, di ricevere a casa per una visita pastorale il proprio parroco e se farà battezzare i figli o li farà circoncidere. Si sconsiglia iniziare a vivere nella casa dei genitori di uno dei due coniugi, anche se questo comporta un reale isolamento.
    Molte donne sono considerate dai fedeli che frequentano le comunità parrocchiali delle cattive cristiane perché hanno sposato un musulmano, sono queste circostanze che possono indurre la cattolica ad allontanarsi dalla Chiesa e divenire un membro marginale. Da qui nasce anche il pericolo per la sposa cattolica di preferire una sorta di sincretismo o indifferentismo. È normale poi che, una volta indebolita la fede, i problemi coniugali possono aumentare.

  • e- Questa fase riguarda la fine di un matrimonio che si verifica in caso di morte o per divorzio. Per ciò che riguarda la morte del coniuge, sappiamo che in Europa Occidentale il coniuge cristiano può optare per l’inumazione o per la cremazione, mentre il diritto islamico non ammette la cremazione. Il coniuge cristiano dovrebbe essere a conoscenza dei riti funebri musulmani e tener presente i desideri e le richieste dei parenti musulmani. Non sarà possibile per i coniugi essere sepolti nella stessa tomba.
    Tanti sono i fattori sociologici e psicologici che contribuiscono all’aumento del numero dei divorzi in Europa e questi fattori influiscono ancora di più sui matrimoni misti, perché le pressioni psicologiche all’interno di tali unioni sono maggiori. Le donne in Europa sono attratte dagli ideali della carriera, emancipazione, autorealizzazione e parità di diritti. Per questo non sempre esse trovano comprensione da parte del marito e dei parenti musulmani. Si possono accumulare, per esempio, piccole irritazioni per le lingue che devono essere usate in famiglia, per il cibo, per la scelta della scuola e queste rendono l’atmosfera tesa tanto da poter provocare un divorzio. Arrivare a un divorzio può significare per la donna essere svantaggiata nei confronti dell’uomo. Anche se il giudice decide di affidare i figli alla madre, il padre può rapirli e portarli nel suo Paese d’origine.
    Comunque, la cosa più importante per qualsiasi matrimonio, compreso quello tra cattolici e musulmani, è l’amore. Ma essendo il matrimonio un passo molto importante, è necessario che nessuno debba avere fretta di sposarsi e che tutti possano prepararsi adeguatamente.
      

Indicazioni e prospettive per Pastorale familiare interreligiosa
  

La realtà dei matrimoni islamo-cattolici interroga gli operatori pastorali tanto da indurre i diversi organismi della pastorale familiare a studiare profondamente il fenomeno per poi pianificare progetti che possano nel tempo ridurre tali matrimoni e le problematiche a loro relative.
L’Ufficio Diocesano di Pastorale Familiare può elaborare un progetto organico che si occupi del settore dei matrimoni interreligiosi islamo-cattolici dove la nuova evangelizzazione è costantemente presente in ogni attività ecclesiale.
Gli interventi da programmare si possono suddividere in tre fasi della pastorale familiare interreligiosa:

  • pre-matrimoniale
  • matrimoniale
  • post-matrimoniale

a- La pastorale pre-matrimoniale riguarda i giovani innamorati non ancora fidanzati. Possiamo definirla una pastorale di "prevenzione" di un matrimonio interreligioso. I Vescovi hanno affrontato brevemente l’argomento negli Orientamenti pastorali per gli anni ’90, affermando che "il compito di trasmettere la fede alle nuove generazioni e della loro educazione a un’integrale esperienza e testimonianza di vita cristiana è una essenziale priorità pastorale". "Il cristianesimo è difficile e, per essere vissuto con fedeltà e coerenza, esige non di rado l’eroismo. Oggi senza alcun timore e con piena fiducia nella grazia divina, bisogna predicare e praticare l’eroismo!"
Un giovane che ha incontrare il volto di Cristo e decide di seguirlo, si metterà in uno stato di conversione permanente e se la sua chiamata sarà al matrimonio sceglierà una donna con la quale potrà condividere la cosa più importante cioè la fede cattolica.

b- La cura pastorale dei matrimoni interreligiosi, riguarda la fase immediatamente precedente le nozze e termina con la celebrazione del rito religioso del matrimonio misto. Per tale momento rimandiamo alla cura pastorale appena citata.

c- La pastorale post-matrimoniale interreligiosa è quella più importante. Sta al presbitero e alle coppie responsabili di questo settore a non far isolare la coppia e soprattutto aiutare la parte cattolica a non allontanarsi dalla pratica religiosa e dalla comunità ecclesiale.

È necessario che l’Ufficio Diocesano di Pastorale Familiare dia delle direttive riguardo il sostegno a tali coppie, le quali dovranno calarsi nelle realtà delle comunità parrocchiali. Due sono gli interventi da fare: il primo è a livello diocesano, il secondo a livello parrocchiale.
La Diocesi, tramite l’organismo preposto, che si avvale di una Consulta o equipe di operatori (DPF 239), deve curare innanzitutto una formazione permanente per gli operatori di Pastorale Familiare di ogni parrocchia e creare nello stesso tempo un’equipe o commissione specializzata sull’Islam. La Consulta dell’Ufficio Famiglia deve sentire come compito primario l’annuncio da portare ad ogni famiglia mista, inoltre può istituire un consultorio per stranieri dove opera un centro d’ascolto che si occupi di loro, può organizzare per tali coniugi, corsi di formazione di cultura islamica per cattolici con discussioni e tavole rotonde, ma anche corsi di cultura cattolica per i musulmani perché anche loro hanno il dovere di conoscere la realtà italiana.
La parrocchia deve conoscere la propria realtà riguardo i matrimoni islamo-cattolici, procurandosi una raccolta di nominativi di coppie miste. I parroci, i ministri laici dell’accoglienza, le coppie di evangelizzatori, che incontrano le famiglie nelle loro case in occasione dei sacramenti dei loro figli o in altre occasioni percepiscono le necessità spirituali e materiali della coppia. Gli operatori diventano così espressione della Chiesa che accoglie e sono vicini a tutte le famiglie, senza esclusione di quelle con membri non cristiani. Una volta che sia iniziato un rapporto di collaborazione e amicizia, le coppie possono essere invitate alle feste di quartiere, i figli al doposcuola della parrocchia e ad altre iniziative compatibili per la famiglia con partner musulmano. Quando la parte non cattolica permette di far battezzare la prole e continuare poi l’educazione alla fede con la celebrazione degli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana, tale pastorale s’intreccerà con quella pre-battesimale o quella di altri ambiti e la coppia mista, adeguatamente seguita, riuscirà a restare unita e a condividere una serena vita familiare e comunitaria.

 

   
La società multietnica e il ruolo della famiglia

a partire dei dati del Rapporto Caritas sull’immigrazione
Franco Pittau, Coordinatore Dossier Statistico Immigrazione Caritas

Il Settimo Rapporto CISF sulla famiglia in Italia (Identità e varietà dell’essere famiglia. Il fenomeno della "pluralizzazione", a cura di Pier Paolo DONATI, Milano, San Paolo, 2001) pone in evidenza la pluralità di forme di convivenza che, accanto alla famiglia tradizionale, aspirano ad essere chiamate e trattate come famiglia. La situazione attuale, che si pone come il risultato di una evoluzione del mondo occidentale, per molti aspetti suggestiva e per altri problematica, è caratterizzata dal venire meno del riferimento formale al cristianesimo, anche se ad esso la società laica è profondamente debitrice.
I cambiamenti in atto sono dovuti, innanzi tutto all’interscambio con gli altri paesi cristiano-occidentali, in molti dei quali si riscontra già in fase avanzata ciò che da noi è solo in forma incipiente. Vi sono poi i cambiamenti ricollegabili al contatto con aree diverse non solo per la lontananza geografica ma anche per la diversità di storia, di tradizioni culturali e religiose e di concezioni giuridico-societarie. E’ questo l’impatto che sta esercitando l’immigrazione, uno dei segni dei tempi più caratteristici di un mondo globalizzato anche se si fa fatica ad accettarla: non a caso, nei vari Stati membri compresa l’Italia (da ultimo in maniera vistosa anche nella tollerante Olanda), la chiusura all’immigrazione viene inserita come un punto di forza nei programmi elettorali.

Qualsiasi chiusura pregiudiziale non aiuta ad andare avanti nel nuovo contesto, dove è invece necessario sperimentare approcci più fruttuosi. Queste riflessioni, ripartite in tre punti, prendono l’avvio dalle statistiche più recenti sull’immigrazione e cercano di evidenziarne il significato e l’impulso che ne deriva a livello concettuale e operativo:

  1. L’immigrazione è già e diventerà sempre più una dimensione strutturale della società italiana;
  2. L’immigrazione, proprio perché è passata la fase del primo insediamento, si caratterizzerà nettamente per la presenza di famiglie e non di individui soli;
  3. Questo inserimento stabile non può non incidere sulla concezione della famiglia e sulla sua regolamentazione giuridica, e l’esito sarà positivo purché vengano superati i pregiudizi politici, culturali, giuridici e religiosi.

1. L’immigrazione come dimensione strutturale della società italiana
All’inizio del 2001 (cf. CARITAS, Dossier Statistico Immigrazione 2001, Roma, Nuova Anterem, ottobre 2001) sono stati conteggiati dal Ministero dell’Interno un milione e 338 mila soggiornanti stranieri: aggiungendo i minori e i permessi ancora in corso di registrazione si arriva a un milione e 700 mila. L’incidenza degli immigrati sulla popolazione residente è del 2,9%, valore che, pur inferiore alla media europea (5,1%), inizia ad essere meritevole di considerazione. Per giunta la tendenza all’aumento è più marcata in Italia: i nuovi arrivi per motivi stabili sono stati nel 2000 circa 135.000 (ad essi si aggiungono i 25.000 figli nati in Italia da entrambi i genitori immigrati). I nuovi immigrati sono stati più di 100 mila l’anno già da cinque anni consecutivamente. Dal 1991 al 2000 è intervenuto il raddoppio della popolazione immigrata, anche per effetto di due regolarizzazioni (1996 e 1998): attualmente siamo un grande paese di immigrazione, il quarto dell’Unione Europea.
L’Italia, crocevia tra Europa, Asia e Africa e legata da forti rapporti con il continente americano, accoglie una presenza straniera molto diversificata quanto a provenienze nazionali. A differenza di quanto avviene in altri paesi di immigrazione dove uno o pochi gruppi costituiscono la maggioranza, l’Italia è un vero crogiolo di nazionalità. Marocco, Albania, Romania, Filippine e Cina, i primi cinque gruppi nazionali, superano insieme un terzo del totale (37,1%). La composizione per continenti è, invece, per così dire a scalare: 40% europei, 28% africani, 20% asiatici e 12% americani. Gli immigrati comunitari sono appena uno su 10 e questa costituisce l’incidenza più bassa in tutta l’Unione. Sono ben 180 le lingue immigrate parlate dai principali gruppi etnici.
Sono salite a 35 le province italiane con più di 10.000 immigrati adulti e ciò attesta che il fenomeno riguarda ormai tutte le aree del paese, seppure con una diversa incidenza sulla popolazione: uno ogni cento abitanti nel Meridione, tre volte di più nel Nord Ovest e quattro volte di più nel Centro e nel Nord Est.

Il Nord svolge una funzione di calamita per le sue forti potenzialità occupazionali e arriva alla quota del 55% della presenza totale degli immigrati. Anche il Centro Italia, che conserva il 30% delle presenze, esercita una forte attrazione nei servizi nell’area romano-laziale e in vari settori produttivi nelle altre regioni e specialmente in Toscana. Le Isole e specialmente il Sud sono maggiormente un’area di primo approdo e di smistamento.
La tendenza ad essere paese di immigrazione sarà più vivace nel corso del nuovo secolo, quando inizieranno a farsi sentire in maniera più marcata le conseguenze del nostro calo demografico.
Lo studio delle Nazioni Unite sulle tendenze demografiche nel mondo evidenziano che, per mantenere costanti le dimensioni della popolazione italiana al livello raggiunto nel 2000, sarebbe necessario un saldo migratorio positivo di 235 mila unità annue tra il 1995 e il 2050; salirebbe a 357.000 il numero di immigrati necessario per mantenere inalterate le dimensioni della popolazione in età lavorativa; servirebbero addirittura 2.176.00 nuovi immigrati l’anno per salvaguardare l’attuale rapporto tra popolazione in età lavorativa ed anziani.
In queste condizioni di squilibrio demografico l’immigrazione e destinata senza alcun dubbio ad aumentare e la popolazione italiana a diminuire. Qualche studioso ha ipotizzato che, nell’ipotesi di 150.000 nuovi immigrati ogni anno, nel 2046 il declino della popolazione sarà "solo" del 26%, per cui dagli attuali 57,8 milioni di scenderà a 42,5% con una perdita secca di 15 milioni di abitanti (cf. Dossier Statistico Immigrazione ’99, pp. 224-226): pertanto, è indispensabile un compromesso tra l’insediamento di nuovi immigrati e declino della popolazione, abituandoci a una loro più rilevante incidenza (nell’ipotesi prospettata sarebbe pari quasi un sesto della popolazione a metà secolo).
Il citato studio del 2000 delle Nazioni Unite fa comprendere che il deficit demografico, seppure in misura differenziata, riguarderà tutta l’Europa. Dal 1980 al 2000, lo stock di popolazione di età 20-39 anni dei paesi dello Spazio Economico Europeo è aumentato di soli 10 milioni (l’incremento annuo italiano, tra i più bassi del mondo, è stato dello 0,09%) e, dal 2000 al 2020, la "vecchia Europea" farà registrare una perdita di quasi 23 milioni di unità in questa fascia d’età, con pesanti ripercussioni sul mercato del lavoro.
Invece nei paesi a forte pressione migratoria (Europa dell’Est, inclusa l’ex Iugoslavia, l’Albania e Malta, l’Asia dell’Est, il Nord Africa e l’Africa Subsahariana) la popolazione registrerà invece un forte aumento: la fascia di età 20-39 anni conoscerà un aumento di oltre 124 milioni di unità, nel periodo 1980-2000, e di ben 167 milioni nel periodo 2000-2020. E’ proprio questa fascia di età a essere maggiormente coinvolta nei processi migratori. L’Africa subsahariana, come ha sottolineato il demografo Antonio Golini, diventerà protagonista di spicco nei flussi migratori man mano che si affrancherà dalla situazione di povertà assoluta. In quest’area i soggetti di 20-39 anni da un incremento di 70 milioni di unità nel periodo 1980-2000 passeranno a un aumento di ben 127.6 milioni di unità nel periodo 2000-2020.

2. L’immigrazione come insediamento stabile e a carattere familiare
L’immigrazione, determinata dal fabbisogno lavorativo, tende a trasformarsi in insediamento familiare. La storia dell’immigrazione in Italia ha conosciuto questa forte accelerazione nel corso degli anni ’90, nel corso dei quali è accresciuto il fabbisogno di manodopera supplementare e i ricongiungimenti familiari hanno conosciuto un notevole incremento.
All’incirca 3 su 10 soggiornanti hanno il permesso di soggiorno per motivi familiari e altri 6 per motivi di lavoro: in altre parole si tratta di una immigrazione fortemente stabile. Le donne (il 46% del totale) sono maggiormente rappresentante tra i 355.00 soggiornanti per motivi familiari (8 su 10), gli uomini tra gli 851.000 soggiornanti per motivi di lavoro (7 su 10).
Se si tiene conto che anche le persone presenti per ricongiungimento familiare possono esercitare un’attività lavorativa, la forza di lavoro immigrata supera potenzialmente il milione di unità, collocandosi attorno al 4% della forza lavoro totale, che è di 23,3 milioni di unità. Appare così con evidenza come l’impatto sul mondo del lavoro sia ben più consistente dell’impatto sulla popolazione residente (2,9%) e come la presenza immigrata sia innanzi tutto una questione lavorativa.
Ci si chiede spesso se l’Italia abbia bisogno di questi lavoratori. Al 1° gennaio 2001 negli schedari del Ministero dell’Interno sono risultati 91.000 iscritti al collocamento o in attesa di occupazione (di cui il 45% donne). Se l’indice di disoccupazione si calcola con riferimento al numero dei soggiornanti per motivi di lavoro, il tasso di disoccupazione medio è del 10,7%, quasi pari a quello degli italiani. Ogni 12 assunzioni effettuate nel mercato del lavoro ufficiale una riguarda gli immigrati: 512.000 su 5.591.000 nel periodo 16 marzo 2000-15 marzo 2001 (Fonte INAIL). Tenendo poi conto dell’impiego molto diffuso nel settore del lavoro nero, si capisce quanto sia lontano dalla realtà dipingere gli immigrati come lavoratori votati a non far niente.
Il radicamento dell’immigrazione in Italia non è solo di ordine quantitativo ma denota la tendenza all’insediamento stabile: ormai non si tratta più di persone sole ma sempre più di famiglie.
I celibi e i nubili non sono più la maggioranza (46,4%).A prevalere sono le persone sposate (676.000) e però appena un quarto di esse è riuscita a farsi raggiungere dalla prole e spesso non ha neppure il coniuge vicino. Sono sempre più numerosi i figli sempre che nascono in Italia (25.000) e quelli che si ricongiungono dall’estero, così che il numero complessivo dei minori è di 278.000 (pari al 19% dei cittadini stranieri iscritti in anagrafe) e di essi sono iscritti a scuola (147.000).
Per quanto riguarda la vita familiare non è indifferente rilevare i nuclei con maggiore difficoltà per quanto riguarda la posizione dei figli: si tratta di 8.548 celibi e nubili, 519 separati e 10.600 divorziati con prole che, nell’insieme, sono il 10% di tutti gli immigrati con prole.

Le donne rappresentano il 45,8% (635.386).Le aree a maggior protagonismo femminile sono l’Unione Europea (59,7% sul totale di quell’area), l’America Latina (68,6%) e l’Estremo Oriente (56,9%). In linea generale, le comunità di immigrati in cui è meno rilevante la presenza femminile sono quelle in cui è forte la presenza musulmana; è anche vero però che, a partire dalla fine degli anni novanta, l’istituto del ricongiungimento familiare ha dato un forte impulso in particolare all’immigrazione delle donne dell’area maghrebina. Tra le immigrate con permesso di soggiorno per motivo di lavoro una su tre svolge l’attività di collaboratrice domestica: si tratta di 90.000 colf e di queste il 60% ha un’età media tra i 31 e i 50 anni: ciò ridimensiona il comodo cliché di donne eternamente giovani e sempre disponibili.
Il 23,7% del totale delle immigrate è di fede musulmana, il 61,0% appartiene a religioni cristiane e di queste il 59,6% sono cattoliche (Stima Fondazione Migrantes/Caritas). Questo lascia intendere che nell’immigrazione al femminile i paesi di tradizione occidentale e cristiana abbiano un maggiore protagonismo già nella fase della prima emigrazione e non solo in quella successiva del ricongiungimento familiare.
I matrimoni misti celebrati ogni anno in Italia sono circa 13.000 dei quali il 79,8% riguarda donne straniere, che vanno in spose a uomini italiani: questi matrimoni sono ancora pochi in proporzione a quanto avviene negli altri paesi.
Uno degli aspetti più odiosi dell’immigrazione è quello della tratta finalizzata all’esercizio della prostituzione, affare che frutta oltre 90 milioni di euro al mese. Secondo una recente ricerca il fenomeno coinvolgerebbe, secondo le più recenti stime 1.500/2000 donne straniere ovvero il 10% delle prostitute straniere presenti in Italia (20.000 circa).
Le mutilazioni genitali femminili non sono una pratica religiosa specifica del mondo musulmano (in effetti non vengono citate in nessuno dei testi sacri dell’islam) bensì sono tradizioni antichissime, che sono riuscite a sopravvivere anche dopo l’affermarsi dell’islam o di qualche confessione cristiana. In Italia non si hanno dati attendibili circa il numero di donne immigrate soggette a questa terribile pratica che, però, non sembra costituire un vero problema sociale. In ogni caso il vero rimedio non è la condanna ma l’aiuto da prestare alle donne immigrate affinché riescano a superare pratiche non rispettose della loro dignità che, oltre tutto, assumono secondo l’ordinamento giuridico italiano una rilevanza penale.
Le donne immigrate incontrano ancora notevoli difficoltà nel rapportarsi al sistema sanitario italiano. La circostanza sembra trovare conferma nell’elevato tasso di abortività delle donne straniere: delle oltre 138.000 interruzioni volontarie di gravidanza effettuate nel paese, ben il 10% ha riguardato cittadine immigrate. Fra di esse il fenomeno risulta in crescita cospicua a partire dal 1996 (+28,7%), mentre fra le italiane emerge una tendenza al costante decremento (-3,2%). Facendo riferimento alle donne immigrate di età compresa fra i 18 e i 49 anni, l’ultima rilevazione Istat (1998) ha calcolato che il loro tasso di abortività giunge al 28,7% (circa il triplo di quello delle italiane). La popolazione femminile immigrata a rischio di interruzione volontaria di gravidanza risulta diversificata fra italiane e straniere anche per quanto riguarda l’età: mentre fra le prime risultano maggiormente esposte quelle fra i 25 e i 34 anni, fra le seconde la media d’età si abbassa notevolmente. Di fronte al fenomeno, il Ministro della Sanità sottolineava già nel 2000 la necessità di "rafforzare la tutela dei soggetti deboli", rendendoli destinatari di "interventi specifici educativi e preventivi, anche in riferimento alle diversità di costume e di cultura", come già evidenziato nel relativo Piano Sanitario Nazionale.
La via dell’integrazione è tutt’altro che agevole anche su altri versanti.I 9.500 casi di cittadinanza rappresentano, rispetto alla media europea, un tasso tre volte inferiore; l’associazionismo ha subito uno stop dai primi anni ’90; la ricerca di una casa riserva il più delle volte amare sorprese; nel 2000 un atto di violenza contro gli immigrati è stato commesso ogni 25 ore; l’immigrato viene dipinto in negativo come un criminale o un possibile delinquente dal 72% di un campione di italiani intervistati nel 2001 nell’ambito di un’indagine condotta dall’Osservatorio europeo contro il razzismo.

3. Immigrazione, concezione della famiglia e atteggiamenti politici, culturali e religiosi
Gli immigrati sono numerosi, sono stabili, sono portatori di molteplici differenze e costituiranno una parte crescente della popolazione anche perché il fenomeno dell’immigrazione è strettamente congiunto con quello della globalizzazione.
Di fronte a questo scenario come fare perché la società italiana non sia la risultante di tanti spezzoni ma un insieme organico alla cui composizione concorrano anche i nuovi arrivati. Il compito è complesso e la metodologia di approccio deve essere corretta, per cui bisogna liberarsi dai pregiudizi.

Il primo pregiudizio consiste nel ritenere che si tratti di una presenza temporanea o comunque non così rilevante per il futuro del paese: naturalmente, se non si considerano gli immigrati come nuovi cittadini, rimane escluso che si dia veramente avvio al tempo dell’integrazione. Siamo di fronte a quello che possiamo chiamare il pregiudizio politico, che si ravvisa in misura cospicua nel disegno di legge proposto dal Governo per riformare la legge 40/1998. Questa impostazione è stata radicalmente criticata dalla Caritas, sia per la sua ispirazione ideologica, in quanto da una parte si configura come una riedizione del "lavoratore ospite" ormai lasciata cadere anche in Germania, sia perché si concentra unicamente sulla repressione dell’immigrazione clandestina, rendendo precario il soggiorno di persone delle quali, tuttavia, sussiste un bisogno strutturale.
Tra gli elementi di precarizzazione contenuti nel testo proposto dal Governo si possono citare: l’indebolimento dei canali di ingresso legale con la soppressione dell’istituto della sponsorizzazione e l’inasprimento delle procedure per la chiamata nominativa di lavoratori dall’estero, le restrizioni introdotte nella durata del permesso di soggiorno, l’aumento degli anni di residenza necessari per la concessione della carta di soggiorno, le limitazioni nei ricongiungimenti familiari, l’assoluta mancanza di previsioni che potenzino o introducano misure di inserimento dei nuovi cittadini (è significativo al riguardo il contingentamento dell’accesso degli immigrati agli alloggi dell’edilizia pubblica convenzionata). Di positivo, seppure in forma aggiuntiva e complicata, si riscontra solo la previsione di una regolarizzazione nel settore del lavoro domestico. Quanto proposto dal Governo non è neutro dal punto di vista culturale, giuridico, religioso, ed è destinato a rendere la convivenza sarà oggettivamente più difficile.
Portare da 5 a 6 gli anni di residenza richiesti per la carta di soggiorno, non tiene per niente conto della situazione attuale che è già estremamente onerosa, tant’è che rispetto alla metà degli immigrati secondo l’Istat in Italia da più di 5 anni (parliamo di circa 700.000 persone) solo qualche decina di migliaia all’inizio del 2001 avevano ricevuto questo documento. Per giunta un parlamentare leghista ha avuto l’idea geniale di proporre che questo documento venga fatto pagare salatamente (500 euro, quasi un milione di lire).
A proposito dei ricongiungimenti familiari viene da precisare che il problema non è tanto di impedire l’umanissima e poco ricorrente possibilità di far venire i genitori a carico o qualche nipote portatore di handicap, bensì di facilitare molto di più la venuta di coniugi e figli considerato che i tre quarti delle persone sposate non ha i figli con sé.
La soppressione della sponsorizzazione, come è intuibile, non farà che potenziare i traffici di manodopera e incrementare l’area del lavoro nero.
Dopo aver letto le indicazioni della Commissione Europea, alle quali peraltro il Governo ha detto di ispirarsi, si conclude che il Governo italiano ha voluto calcare la mano sulla temporaneità (peraltro concepita dalla Commissione solo come iniziale e propeudetica a un inserimento stabile): manca, pur essendo necessario al fine della coesione sociale, l’obiettivo di integrazione e di equo trattamento con l’attribuzione di una cittadinanza civile ispirata alla "carta dei diritti" di Nizza; manca anche il partenariato con i paesi di origine, senza il quale la politica migratoria non potrà essere efficace.

Il secondo pregiudizio è quello culturale, che porta a ritenere gli immigrati di per sé una minaccia per le regole fondamentali sancite nella costituzione del paese che li accoglie. Ora la differenza non deve essere demonizzata ma solo armonizzata in un quadro comune di diritti e di doveri, di mutua accettazione e reciproco rispetto, che comporta anche (e sul punto la chiarezza è d’obbligo) la mancata accettazione di ciò che contrasta con le citate regole fondamentali. Il modello di integrazione recepito dalla legge 40/1998 riconosce, per l’appunto, come un valore le diversità delle culture di appartenenza purché non contrastino con i valori fondamentali della società italiana, che anche gli immigrati sono tenuti a condividere.
Questa transizione culturale impegna in eguale misura italiani e immigrati e consente di inquadrare in maniera non conflittuale le nuove specificità culturali (lingue, espressioni letterarie, valori, tradizioni, sistemi sociali e giuridici), favorendo percorsi di reciproco scambio.
La mediazione, così intesa, è l’anima della politica migratoria e della stessa integrazione perché porta a interrogarsi sul significato della convivenza di persone di culture e religioni differenti e a individuare e a rendere operanti le possibilità di un raccordo funzionale ed arricchente. E’ a questo livello che si gioca la riuscita della politica migratoria, mostrando cioè nel concreto che le diversità possono essere coordinate in un disegno unitario condiviso dalla popolazione locale e dai nuovi venuti (e per poterlo essere si richiedono cambiamenti da entrambe le parti).

Da quello culturale può derivare anche un terzo pregiudizio di natura giuridica, che considera le norme del paese di accoglienza e l’ordinamento dei paesi di origine non modificabili. Così non dev’essere per l’Occidente, il cui diritto è stato in continua evoluzione, e così non può essere neppure per i paesi di origine (con particolare riferimento a quelli a prevalenza islamica): l’immigrazione stabile equivale a una esigenza di superamento di queste rigidità. Nessun diritto è divino, anche se a Dio si ispira, e perciò non è immutabile.
Purtroppo gli stati occidentali sono tiepidi difensori di valori fondamentali quali la libertà di coscienza e quella religiosa, un patrimonio prezioso e irrinunciabile della loro cultura, e nelle le loro politiche estere si preoccupano maggiormente dei vantaggi commerciali e degli interessi militari, e, sottraendosi al confronto, fanno riserva di pensare (e talvolta anche di affermare) che le altre culture sono inferiori.
La globalizzazione, che attraverso l’immigrazione ci porta a vivere insieme o comunque ci rende più vicini, è un contesto che impone di cambiare per evitare una conflittualità continua. Un’occasione privilegiata per questi confronti sono le trattative per le intese fra le differenti comunità religiose e lo Stato italiano, nel cui ambito, escluso il riconoscimento di ciò che contrasta con i fondamenti costituzionali, si possono trovare fruttuosi composizioni per tutte le altre questioni.

Il quarto pregiudizio è quello religioso. Tutti i credenti, cristiani, ebrei, musulmani e fedeli di altre religioni, sono spesso occasione di scandalo, per il fatto di essere con la loro fede fattore di divisione, ammantando con la copertura religiosa altri interessi. Si sentono troppe parole di disprezzo e anche di odio: chi si comporta così, non fa altro che bestemmiare il nome di Dio che sta all’origine di tutti i cammini esistenziali. Se Dio esiste, non può esserlo per mettere gli uni contro gli altri.
Per un vero fedele il tempio più importante non è quello fatto da pietre, si tratti di sinagoghe, chiese, moschee o di altre strutture simili, bensì la coscienza della persona umana, alla quale Dio parla direttamente e nella quale, anche tra quelli che non hanno la fede, vengono coltivati i grandi valori morali. La propria fede va testimoniata con sincerità e apertura e senza violenza, lasciando che sia Dio a operare nel profondo dei cuori di chi non condivide le nostre credenze. Chi è sinceramente religioso deve riconoscere agli altri la "reciprocità della coscienza" e rispettarne la libertà.
Anche i seguaci di religioni monoteiste, che si richiamano a una rivelazione di Dio, devono fare i conti con i limiti della propria storia umana. Il fatto di essere chiamati a vivere con assolutezza la loro fede in Dio non li autorizza a ritenere di averne inquadrato la sua realtà incommensurabile, perché così facendo diventerebbero dei presuntuosi e trasformerebbero le parole della fede in strumenti di ostilità agli altri. Questa evoluzione, che ha consentito di precisare il rapporto tra fede, storia e libertà di coscienza, è stata portata a compimento nel mondo occidentale con un cammino lungo e faticoso, e attende ora di essere compiuto anche in ambito islamico. Si pone a questo livello la chiave di volta per l’incontro più fruttuoso tra occidente "cristiano" e islam.
Intanto, come viene affermato nel rapporto del CISF da Silvio Ferrari nel suo contributo, già è d’aiuto considerare che i problemi posti dal diritto matrimoniale islamico non sono del tutto nuovi in quanto in parte già sperimentati nel rapporto tra il diritto canonico dei cristiani e la concezione laicizzata dell’istituto matrimoniale statale, che ha impedito di riconoscere certe clausole proprie del matrimonio come sacramento. La laicità dello stato, un vero limite invalicabile della tradizione occidentale, resta anche per l’islam un’opportunità e un condizionamento, perché non consente di andare oltre la parità di qualsiasi religione di fronte alla legge.

Venendo alle conclusioni, bisogna premettere che voci molto critiche e molto autorevoli, come quella di Giovanni Sartori (Pluralismo, multiculturalismo e estranei, Milano, Rizzoli, 2000), hanno qualificato la politica migratoria condotta in Italia come incosciente della posta in gioco della realtà multiculturale dell’occidente, che non sarebbe compatibile con il diritto islamico. La stessa tesi è stata ribadita dalla giornalista Oriana Fallaci dopo l’attentato terroristico dell’11 settembre alle torri gemelle di New York.
Altri invece, per quanto non sprovveduti, pensano che l’esito positivo (nei confronti dei musulmani o di altri gruppi, non sia scontato ma neppure escluso. Quando la storia, per ragioni strutturali, impone la convivenza di gruppi portatori di diversità etniche, sociali, culturali, giuridiche, religiose, non può essere escluso a priori che la convivenza sia concretamente possibile e semmai la riuscita dipenderà dalle strategie concretamente seguite. Come prima accennato, bisogna preparare la società di accoglienza, rassicurandola sulla salvaguardia delle sue regole fondamentali e spingendola ad accettare le differenze che non contrastino con tali principi, e bisognerà inoltre adoperarsi per preparare la popolazione immigrata ad adattarsi al nuovo contesto.
Pur con le scorie di cui la storia è portatrice, l’immigrazione può costituire una fase provvidenziale per conoscersi tra diversi e comprendersi. A livello operativo non sono pochi quelli che hanno maturato questa convenzione e attendono di trovare un supporto più diffuso. Uno di questi è stato Giovanni Paolo II, il cui pontificato ha costituito un crescendo nella difesa dei valori fondamentali di giustizia e di libertà, per il cui rispetto, anche nell’ultimo incontro di Assisi, ha rivolto un accurato appello alle religioni affinché si riconoscano a vicenda, non fomentino guerre e contrapposizioni e uniscano le forze per promuovere la pace. Quando figure così autorevoli e convinte si affermeranno in tutte le aree religiose, anche i problemi societari e giuridici nei paesi di immigrazione diventeranno meno gravi da risolvere.

L’immigrazione straniera regolarmente soggiornante in Italia all’inizio del 2001:

a) ripartizione per aree

Nord Ovest

433.497

31,2

526.699

3,5

Nord Est

327.801

23,6

398.728

3,8

Centro

422.483

30,5

513.317

4,6

Sud

143.121

10,3

173.892

1,2

Isole

61.251

4,4

74.420

1,1

Italia

1.388.153

100,0

1.686.606

100,0

b) Principali motivi dei permessi di soggiorno
Motivo soggiorno Numero permessi % donne % comunitari

Lavoro

850.715

52,0

8,1

Famiglia

354.850

78,7

8,9

Motivi religiosi

55.064

52,1

24,6

Residenza elettiva

45.295

40,8

62,7

Studio

35.740

55,4

22,5

c) Ripartizione per stato civile
Stato Civile Numero persone % sul totale immigrarati

Celibi e nubili

636.339

45,8

Celibi e nubili con prole

8.548

0,6

Conviventi

497

-

Coniugati

500.754

36,1

Coniugati con prole

175.225

12,6

Separati

2.175

0,2

Separati con prole

519

-

Divorziati

7.949

0,6

Divorziati con prole

10.600

0,8

Vedovi

13.315

1,0

Vedovi con prole

2.972

0,2

Stato civile ignoto

29.052

2,1

Totale

1.388.145

100,0

d) Indici statistici dei modelli di integrazione (riferimento alla media nazionale)

 

Nord Ovest

Nord Est

Centro

Sud

Isole

Insediamento familiare

         

Presenza donne

-

=

+

=

-

Presenza coniugati

+

+

-

+

+

Motivi familiari

=

+

-

+

+

Coniugati con prole

+

+

-

+

=

Presenza minori

+

+

-

-

-

Minori a scuola

+

+

+

-

-

Presenza anziani

=

-

+

-

-

Stabilità residenza

         

Presenze da più di 5 anni

=

=

+

-

=

Presenze da più di 10 anni

=

-

+

-

+

Acquisizioni di cittadinanza

-

+

-

-

-

FONTE: Elaborazioni Caritas/Dossier Statistico Immigrazione 2001

 


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Modificato mercoledì 24 novembre 2010
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