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Seminari e convegni
    

SILENZI E PAROLE IN FAMIGLIA

Seminario di studio
10 dicembre 1998
Auditorium Don Alberione
Via Giotto, 36 - MILANO

 

Di comunicazione e silenzi, "buoni e cattivi", si discuterà nel seminario di studio del 10 dicembre 1998, mettendo a confronto le esperienze di operatori a contatto con storie e vite familiari concrete: educatori, psicologi, terapeuti, pedagogisti, per individuare quali sono i meccanismi virtuosi che caratterizzano le "buone comunicazioni e i buoni silenzi", e quali sono invece i fattori che bloccano la comunicazione, attivando percorsi comunicativi perversi, distruttivi e falsi, o silenzi omertosi, entro cui nascondere segreti di famiglia.

Il seminario è organizzato dal CISF (Centro Internazionale Studi Famiglia) e dalla rivista "Famiglia Oggi"; la giornata sarà presentata da Virgilio Melchiorre (direttore CISF) e Cristina Beffa (vice-direttore "Famiglia Oggi").

I lavori saranno introdotti da don Leonardo Zega, Presidente dell’Associazione don Zilli.

Interverranno: Vittorio Cigoli (Università Cattolica, Milano), Corinna Cristiani (Università Statale, Milano), Duccio Demetrio (Università Statale, Milano), Maria Teresa e Gilberto Gillini (pedagogisti), Cristina Koch (terapeuta familiare, Milano), Francesca Mazzucchelli (psicologa), Sandro Spinsanti (direttore de L’Arco di Giano, Roma).

La qualità della vita familiare dipende direttamente dal tipo di comunicazione che le persone intessono: tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra contesto familiare e mondo esterno. Dire e non dire è una scelta che quotidianamente ogni persona fa, nel decidere di comunicare ad un altro sentimenti, notizie, fatti importanti, problemi, drammi; ma solo se si confida nell’ascolto accogliente dell’altro la comunicazione è genuina, sincera, e costruisce relazioni positive tra le persone. In caso contrario, o si rifiuta la comunicazione, in un silenzio di solitudine, o si inviano messaggi nascosti, non espliciti, ambigui, quando non addirittura falsi, per la paura di essere giudicati, respinti o peggio strumentalizzati.

D’altra parte il silenzio non è sempre assenza di comunicazione, ma può essere accoglienza, capacità di ascolto, oppure scelta ragionevole di tempi e modi più opportuni per comunicare all’altro nel rispetto dei suoi tempi, dei suoi ritmi, delle sua capacità e disponibilità di ascolto e di relazione. Invece, il silenzio è menzogna, sia nelle relazioni familiari, sia nei rapporti della famiglia con l’esterno, quando si voglia difendere una falsa identità della propria vita, come nei casi di malattie "disonorevoli", di tossicodipendenze, di handicap, quando la persona o la famiglia finiscono col ritrarsi negli oscuri veli dell’omertà.
    

Sintesi Seminario di studio
Milano, 10 dicembre 1998
    

NOTE RIASSUNTIVE

  1. Premessa
  2. Parola e silenzio
  3. Solitudine e presenza
  4. Raccontare una storia, raccontare la propria storia
  5. Comunicare: la responsabilità di compiere scelte
  6. Modalità affettive e codici della famiglia umana
  7. La comunicazione delle notizie infauste
  8. L’adolescenza che cambia
  9. Adozione
  10. Il silenzio che diventa prigione e segreti tossici

Le parole che contano sono quelle dell’amore e imparare a dirle può significare imparare ad amare, imparare l’amore che può sopportare tutto (Corinzi 1.13) ma non tollera di essere misconosciuto (don Leonardo Zega).
   

1. Premessa

Il 10 dicembre 1998 a Milano il Centro Internazionale Studi Famiglia (CISF) ha organizzato, in collaborazione con la rivista "Famiglia Oggi", un seminario di studio dal titolo "Parole e silenzi in famiglia", cui hanno partecipato oltre 250 operatori dei servizi socio-sanitari, volontari, genitori, riunitisi per riflettere e discutere su "buona e cattiva comunicazione" e sui "silenzi buoni e cattivi" che segnano, nel bene e nel male, la vita quotidiana di ogni famiglia.

Gli esperti intervenuti nella giornata hanno fornito stimoli molto differenziati, a partire dalle proprie competenze disciplinari, ma soprattutto dalla propria esperienza di ascolto e dialogo con le famiglie, attivando un dibattito e un dialogo di estremo interesse. I lavori sono stati introdotti da Don Leonardo Zega, presidente dell’Associazione Don Zilli, Virgilio Melchiorre, ordinario di filosofia morale presso l’Università cattolica di Milano e direttore del Centro Internazionale Studi Famiglia e da Cristina Beffa, giornalista e Vicedirettore del mensile "Famiglia Oggi".

Sono intervenuti, coordinati da Sandro Spinsanti, direttore della rivista "L’arco di Giano", Vittorio Cigoli, docente di psicologia sociale presso l’Università Cattolica di Milano, Corinna Cristiani, docente di psicologia dinamica all’Università statale di Milano, Duccio Demetrio, docente di educazione degli adulti presso l’Università Statale di Milano, Gilberto e Maria Teresa Gillini, consulenti pedagogici, Cristina Koch, psicoterapeuta, Francesca Mazzucchelli, psicologa.

Al termine della giornata, è stata evidente la necessità di indicare, più che una sintesi organica dei lavori, una serie di "porte da aprire", di nuove domande, di nuove aree di riflessione, che vengono riconsegnate a tutti gli operatori che si trovano a lavorare insieme alle famiglie, oltre che, naturalmente, a tutte le famiglie; in questa ottica il presente documento riassume, in estrema sintesi, le principali "questioni" emerse durante ai lavori, per favorire successive riflessioni.
   

2. Parola e silenzio

Il pensiero occidentale, come segnala Heidegger, il pensiero come formulato dai Greci, nasce fondamentalmente sbilanciato sulla parola, a danno del silenzio. Si è partiti da una forte teorizzazione del logos, come se il tratto fondamentale del pensiero umano fosse il parlare e quindi la parola atto fondante del pensiero logico (Spinsanti). Ma sempre Heidegger segnala come il termine greco "legein" da cui logos, non significa solo dire parlare o discorso ma vuol dire anche raccogliere, lasciar stare, serbare. Rischiamo perciò di sottovalutare il silenzio, momento fondamentale della comunicazione, che evidentemente presuppone l’ascolto come inizio e condizione perché una comunicazione avvenga.

Il silenzio diventa così anche il momento in cui riconosco l’altro, in cui non lo rendo solo soggetto passivo della mia attività di comunicazione, ma "trasmettitore" di messaggi che io desidero ricevere, e che accolgo con il mio atteggiamento di ascolto, e quindi anche di silenzio.

Parola e silenzio non sono quindi due realtà opposte, ma due modalità di comunicazione; il silenzio non è la negazione della comunicazione, ma solo una delle sue forme. L’interazione, cioè gli scambi dei messaggi tra comunicanti dipende della punteggiatura, dalla sequenza degli eventi delle parole e dei silenzi e spesso nei conflitti di relazione non è tanto il disaccordo sui contenuti ma disaccordo sulla punteggiatura. O, come ricordava don Piero Balestro (citato da don Zega): "I percorsi seguiti dalle parole dette e non dette, appropriate o spericolate, e dei silenzi, che possono essere, come nella musica, una pausa tra due suoni, che conta esattamente come le note, oppure segni d’incomunicabilità, di paura, di morte dell’amore."
   

3. Solitudine e presenza

Silenzio e solitudine sono parole contigue, concetti che si distinguono per l’inadeguatezza delle cose che dicono quando si cerca di descriverle; vissuti indicibili e incomunicabili, sono realtà intime che però possono essere scritte. Nell’attuale società ma anche in famiglia non c’è soltanto il silenzio e la solitudine della parola ma anche della scrittura; non scriviamo le nostre storie, non le trasmettiamo (Demetrio).

I silenzi in famiglia, le solitudini, sono inevitabilmente connesse con questa difficoltà odierna di comunicarsi, di convivere e di partecipare all’esperienza del dolore. I passaggi cruciali della nostra vita, come la costruzione di coppia, la nascita del primo figlio, i momenti difficili dell’adolescenza dei figli, i momenti della separazione, l’invecchiamento dei genitori sono luoghi della storia familiare talvolta un po’ deserti, luoghi di assenza di quelle parole che avrebbero potuto essere dette e pronunciate, e che invece sono mancate.

Solitudine e silenzio sono luogo di dolore, angoscia e di sofferenze quando non vengono attraversati da uno sguardo di possibilità e di speranza, di carattere progettuale, quando non vengano riabilitati dalla parola, quando non vengono riproposti all’insegna di uno sguardo diverso che si può gettare nelle relazioni umane, che si può gettare anche nella profondità di noi stessi (Demetrio).

La solitudine e il silenzio appartengono quindi alla narrazione, all’arte, alla poesia. Il dire e il non dire appartengono ai nostri stili relazionali; diventa cruciale nella deontologia familiare l’ascolto dei figli, dei partner, di se stessi. Occorre educare anche al silenzio, a non trascurare l’educazione alle emozioni e ai sentimenti, all’ascolto di sé e degli altri.

Una pedagogia quindi che s’impone in primo luogo di vivere l’esperienza dei sentimenti difficili all’insegna del progetto educativo di crescita, che è progetto di condivisione anche del conflitto e della sofferenza.

Questo significa accettare che nelle più diverse situazioni familiari vengono ad incontrarsi due momenti, due stati d’animo eccezionali che sono il momento della convivialità e il momento del ritiro personale. In genere si ama la convivialità, il momento della narrazione, di grande importanza pedagogica, l’affettuosa convivenza, la compartecipazione ma la convivialità può anche essere luogo di silenzio e ambiguità, di finzione e di sopruso.

Bisogna interrogarsi sull’importanza della presenza, dell’esserci, con attenzione al ruolo che la nostra fisicità svolge in funzione della risoluzione di conflitti, dei dolori e di problemi; la presenza è sicurezza e talvolta è più sicurezza della parola. La presenza è in fondo una forma di educazione che ci consente di vivere o di sopravvivere.

La presenza rende la solitudine e il silenzio meno drammatici, meno tragici. La presenza, indipendentemente dalla parola, può essere il veicolo per la nascita spontanea delle parole che attendiamo. La presenza è luogo cruciale del dire o non dire, accettando e rispettando il diritto al silenzio e alla solitudine. In questo senso e fondamentale il rispetto dell’altro, perché aspetto inquietante della condizione adulta è l’atteggiamento di potere, l’atteggiamento di voler "spremere" a tutti i costi una qualche verità dall’altro. La presenza come potere e non come luogo di dialogo e ascolto diventa fattore di prevaricazione, di dolore creato apposta, di impossibilità dell’incontro e della comunicazione anche indipendentemente dalle parole. E’ il potere che genera arbitrio, che cancella le forme della narrazione, e impedisce alle storie di emergere e di trovare i loro appuntamenti più spontanei, più normali, più sereni nella vita familiare.

Una presenza vera, accogliente, è quindi anche il rispetto dei silenzi; il dialogo non deve essere scambiato dagli adulti con interrogatorio e intrusione, mezzi questi di abuso di potere nella comunicazione. Il figlio non è preda, o, con le parole di Cigoli: "Tutti abbiamo bisogno di essere di qualcuno, ma tra proprietà e possesso il passo è breve".

Chi parla a sproposito in genere è in cattiva fede, o per motivi più bassi, per ferire, per rompere, provoca danni dove al contrario un rapporto schietto apre spiragli di vita avviando a soluzione situazioni drammatiche, sull’orlo della rottura se non della tragedia (d. Zega).
   

4. Raccontare una storia, raccontare la propria storia

Spesso rappresentando la famiglia si ricorre alla metafora teatrale; la teatralità fa parte della nostra vita quotidiana per difendere noi stessi, per attribuirsi delle parti, per non infrangere momenti critici. E’ teatralità anche quella che si gioca nel nascondere, nell’evitare di spiegare quello che sta accadendo in una famiglia in crisi; è sempre teatralità quella di fronte alla morte imminente di un congiunto. Occorre dunque chiedersi se è opportuno svelare le diverse parti e personaggi, o se vogliamo accettare la teatralità in nome della pace.

Un'altra metafora è quella della autobiografia in cui mettiamo in scena la nostra opera d’arte, il nostro romanzo di formazione. Mettiamo in scena, scrivendoli, i personaggi della nostra esistenza, le figure fatali che abbiamo incontrati, i luoghi della memoria. Nell’autobiografia, pur autocensurandosi, pur a volte convincendosi di aver vissuto quello che non si è vissuto, la persona si impegna nell’ascolto non solo degli altri, ma della propria vicenda esistenziale. Certo, è finzione anche questa metafora, ma questa volta deriva da noi stessi, deriva dalla nostra soggettività e dalla nostra singolarità; è qualche cosa che ci impegna personalmente. Sia nei momenti felici che difficili della famiglia è quasi indispensabile oggi il racconto di sé, soprattutto per riprendere alcuni contatti, i legami col proprio passato, le proprie genealogie, le proprie storie.

Il metodo basato sulle storie di vita oggi è una proposta pedagogica, per operatori ed educatori ma è anche una proposta per ciascuno; il lavoro sulla propria vita familiare è cosa che ogni persona può intraprendere. Dal racconto di vita emerge la nostra infanzia, la nostra difficoltà, la nostra immaturità, anche laddove ci viene richiesto da adulti o da tacere o di parlare. Il racconto di sé può nascere spontaneamente, all’interno delle famiglie, proprio per cercare di rompere le barriere del silenzio, soprattutto in presenza di (o dopo) forti conflitti.

La metafora dell’autobiografia ha un’etica più forte, giocata sulla differenza fra il dire e il narrare; è una questione di trama e di regia. Oggi le parole volano e si disperdono; siamo nella società del dire, ma la narrazione invece è costruzione di una logica, di un itinerario, di un tragitto. Abbiamo bisogno di narrazione, di storia, ma talvolta non siamo in grado di trasporre questo bisogno all’interno della nostra storia familiare e quindi ci rivolgiamo ad una telenovela, cerchiamo storie all’esterno. Interroghiamoci quindi sull’uso della metafora autobiografica, su come la nostra storia personale, la nostra storia familiare può riprendere il senso, la regia, il ritmo della trama, dell’intreccio che molto spesso si sfugge.

Quindi dire e non dire in famiglia devono essere collocati all’interno della trama, perché proprio nel passaggio dal dire al narrare, si creano fatti educativi e formativi. Abbiamo bisogno della narrazione autobiografica (condivisa) in famiglia per evitare di scoprire poi nei diari post-mortem che ci lacerano l’anima e che diventano certo una grande risorsa ma costituiscono anche un grande rimpianto. Abbiamo bisogno di tutelare l’educazione a raccontare oltre il dilemma del dire o non-dire. La narrazione si differenzia dal dilemma del dire o non dire proprio perché nasce con il fine di dare senso, consentendo agli altri di interpretare ed interpretarsi (Demetrio).
   

5. Comunicare: la responsabilità di compiere scelte

Comunicare implica la capacità di compiere delle scelte, non solo tra dire e non dire, ma anche la capacità di selezionare i contenuti, gli interlocutori, i modi e i tempi per dire; difatti non si dice tutto, non si dice a tutti, si scelge il momento opportuno e appropriata alla circostanza.( Koch)

In famiglia, nella comunicazione tra adulto e minore può esserci confusione generazionale; certi comportamenti degli adulti rivelano intenzioni segrete e aspettative illegittime, come per esempio quando il genitore elegge un figlio a confidente, impegnandolo in complicità sproporzionate alle sue risorse, compiendo così una violenza che nuoce al benessere del figlio.

Nelle vicende generazionali la funzionalità delle relazioni è anche legata alla presenza di segreti gestiti e gestibili all’interno e presenti nella coppia, questo è un indicatore di funzionalità incredibile, vale a dire che si aprono e si chiudono le porte, ci sono delle cose di cui le persone, solo loro trattano. Laddove non c’è segreto ci sono grossi problemi (Cigoli).

Abbiamo tutti bisogno di un limite. Credo che il limite del tempo, della morte, delle generazioni, dei sessi, siano dei limiti con cui giocare, ma non flebili, non inconsistenti, devono essere dei limiti veri, delle porte da aprire e da chiudere. Certamente non la casa con le porte chiuse però la casa con le porte tutte aperte è una casa che confonde. La porta della camera da letto dovrebbe essere chiusa. Questo significa escludere i figli? Significa frustrarli? Sì, certamente sì, ma significa anche insegnare loro che ci sono degli spazi in cui non sempre si può entrare. I genitori, la coppia hanno uno spazio loro, possono allontanarsi per parlare fra loro; possono anche parlarsi in una lingua che i figli non capiscono. I figli impareranno cos’è l’intimità, i segreti, le confidenze (Koch).

E’ compito dell’adulto dosare la comunicazione in relazione alle capacità cognitive ed emotive del minore, è responsabilità dell’adulto il discernimento, sia rispetto al linguaggio che rispetto ai contenuti. Il minore ha diritto alla verità, ma ha anche diritto a non vedersi imporre fardelli indesiderati o prematuri. L’adulto che si propone di comunicare con il minore deve sapere interpretare i suoi comportamenti, le aspettative, le sue domande, per valutare se è giunto il momento di dire, cosa dire, come dirlo.

L’insieme familiare può essere tenuta insieme solo dalla forza della narrazione e della parola; dalla ricerca quindi di una regia, ma di una regia che non può essere esterna, ma deve essere una regia interna, che si ricontratta e ridiscute quotidianamente. E’ possibile trovare in famiglia una mediazione tra la nostra immaturità e la necessità di essere responsabili, di fissare norme con codici materni e paterni; è questa la nostra maturità, il nostro compito anche ingrato, difficile ma anche emozionante, quando ci si accorge di dover decidere se dire o non dire, è la sfida della scelta (Demetrio).

Il bambino in principio tace ma oggi nelle famiglie il bambino piccolo, che si lascia dominare dal desiderio e il piacere, è spesso centro dell’attenzione, un piccolo messia che può facilmente diventare dominante nella comunicazione familiare. E’ importante introdurre nella famiglia delle modalità di comunicazione normate, ciò non significa che si parla 5 minuti a testa ma che sia basata su rispetto reciproco senza prevaricazione. Non si costruisce il sé sociale se non c’è una regola, una norma; un sé familiare fortemente maternalizzato finisce per compromettere le possibilità di inserimento in un contesto diverso, in una famiglia sociale, che può essere la scuola. (Cristiani).
   

6. Modalità affettive e codici della famiglia umana

Alle base delle nostre decisioni complessive e delle nostre modalità comunicative c’è la struttura della famiglia umana, quindi la madre, il padre, il bambini, i fratelli. In quale maniera i silenzi e le parole si conciliano con le diverse modalità affettive che rimandano alla famiglia umana? Va per sé che i vari codici di rapportarsi, codice materna, codice paterno e codice fraterno sono presenti in ciascun adulto e non sono strettamente divisi secondo genere.

Nel rapporto tra madre e figlio, rapporto dominante nel nostro inconscio, in principio la comunicazione non ha bisogno di parole. La madre comunica mettendosi nella testa del bambino, decodificando su base di infinite modulazioni non-verbali, bisogni e desideri. Alla base dell’esperienza di ciascuno c’è la non necessità del parlare, il vissuto di un’esperienza antica di silenzio condiviso capace di cogliere segnali, segnali di sopravvivenza. La madre capace di cogliere fa sopravvivere il bambino. Il silenzio sopravvivenziale del rapporto materno così necessario ha però anche come caratteristica la tendenza a svalutare l’altro. Non è necessario che l’altro parli in quanto già è saputo cosa vorrebbe comunicare. La modalità materna può produrre una cultura del non dire. Questa cultura può entrare anche nelle istituzioni e per esempio nella comunicazione con malati terminali che vengono ridotti ad uno status di infant dove altri sanno qual è il loro bene.

Il silenzio paterno è invece un silenzio che esclude, che delimita, che porta con sé un atteggiamento di distanza, di distacco, al limite di non ascolto. Questo silenzio è un’assenza, non ci sei per lui, sei contravvenuto a delle regole, non sei stato ai patti, dunque non esisti. Una delle caratteristiche del codice paterno è proprio la parola, l’ascolto di quella parte del sé legata alle capacità. Il materno in noi è sempre in fondo coinvolto e commosso dal bisogno, dal fatto che uno sta male, è fragile, che va protetto.

In famiglia c’è bisogno di una buona dose di competenza paterna per mettere ordine al brusio e portare fine a quel silenzio che nasconde accudimento e svalorizzazione, dando spazio all’individualità. Fare il padre (anche se è madre) è difficile, è una cosa che costa moltissimo perché implica rinunciare a essere vicino al figlio. Bisogna salvaguardare i cuccioli ma bisogna anche essere capaci di lasciarli andare. Questo aspetto di lutto, di perdita che c’è nella crescita dei figli richiede il convincimento paterno che l’autonomia e la capacità possono fiorire soltanto nella separazione perché solo se sono lontano dai genitori riescono bene o male a crescere.

L’ultima figura della famiglia umana è quella dei fratelli, ed è un codice mentale. Il codice fraterno è la base della democrazia perché sono tutti generati, sono diversi uno dell’altro però in qualche modo nessuno può vantare una verticalizzazione. i fratelli non sono in posizione di prevaricazione o di potere l’uno rispetto all’altro. Le modalità comunicative del codice fraterno, che si ritrova anche nei gruppi di pari e nelle aule scolastiche, sono riconducibili alla collaborazione e alla competizione. Nella famiglia va proposta con forza una dimensione fraterna, dove il rispetto della diversità rende necessario l’ascolto e la collaborazione. Anche fra genitori e figli la dimensione fraterna trova posto, nel senso che esistono diritti e doveri reciproci e il genitore non è un pozzo senza fondo di risorse in cui il figlio ha solo da pescare perché è un suo diritto.

I figli appena crescono devono in qualche modo tirare fuori, quando smettono di essere bambini -messia, le proprie competenze, entrare nella cultura familiare, dove a ognuno spetta comunque di dare un contributo, in relazione alle proprie competenze e capacità (Cristiani).
   

7. La comunicazione delle notizie infauste

La comunicazione delle notizie infauste, in particolare di malattia e morte, è stata fino ad un epoca molto recente il dominio esclusivo della famiglia. Era la famiglia a mettere i paletti alla comunicazione, decidendo cos’andava detto al paziente e cosa andava nascosto con un intenso orientamento verso il bene del paziente. In questo contesto, che possiamo definire paternalista, le decisione mediche non erano discusse o spiegate ma venivano, certo in scienza e coscienza, semplicemente riferite. Assistiamo oggi all’emergere non di una cultura diversa ma di un diritto diverso. In pochi anni il codice deontologico dei medici è stato riscritto, affermando che il gestore dell’informazione è il paziente. Si è animato un movimento culturale che ha richiamato l’attenzione sul malato, sui suoi bisogni, sui suoi diritti, si è andata affermando l’idea che il malato ha il diritto di sapere tutto ciò che lo riguarda per essere in grado di prendere le proprie decisioni e di gestire la propria vita e la propria morte. Di fronte a questa situazione, nella nostra cultura sono state imboccate due strade parallele: una è quella, ancora troppo frequentata del continuare a mentire, l’altra, che sembra destinata a diventare la più transitata, ed è ovviamente più rettilinea e veloce (per l’operatore, non per il paziente) che è quella del dire tutto comunque. Non sempre, tuttavia, su questa via si tiene conto di quanta "verità" il paziente "è in grado di sopportare".

Proprio questa contrapposizione tra due modelli ci aiuta a dire che non possiamo in maniera semplificatoria dire buona o cattiva comunicazione nei confronti dell’uno o dell’altro modello. Bisogna prendere in considerazione anche il contesto e l’equilibrio, rispettando l’individuo ma anche rispettando il dovere di cura del gruppo familiare (Spinsanti).
   

8. L’adolescenza che cambia

Ormai da anni si distinguono, anche nella ricerca, varie fasi dell’adolescenza e ogni fase ha i suoi compiti specifici e le difficoltà specifiche. Che cosa protegge gli adolescenti dal rischio psicosociale? Quali modalità di comunicazione e di ascolto, dentro la famiglia, proteggono e sostengono i ragazzi, e quali invece li espongono a maggior rischio?

La ricerca mostra come per proteggere i preadolescenti in situazioni di rischio psicosociale, non basta una buona comunicazione, non basta il supporto, ma ci vuole un corpo familiare sentito come funzionante, valido. I genitori in questa fase, in genere, svolgono un’azione difensiva congiunta. Di fronte al rischio del loro ragazzo, sia il padre sia la madre, sottostimano il pericolo. Sono alleati nell’idealizzare la propria posizione di genitori dicendo che è tutto normale, assumendo dunque una posizione in cui la difficoltà del figlio non può essere riconosciuta. Preadolescenti a rischio si trovano dunque in una situazione dove da una parte c’è l’alleanza genitoriale che nega o fa fatica a comprendere il rischio, dall’altra il ragazzo non può rifarsi una logica normativa, non essendo la famiglia in grado di dare regole e rispetto di norme.

Al crescere dell’età, gli adolescenti tengono rapporti molto differenti e specifici con padri e con madri. Diventa meno rilevante il tema del clima familiare, della coesione e dell’espressività, ma diventa dominante il rapporto specifico con quel padre e quella madre. Gli aspetti delineanti, individuativi dei rapporti diadici diventano più forti. Il rischio della tarda adolescenza è connesso al fatto che c’è una scissione nella relazione della coppia genitoriale. In questa fase i padri percepiscono i rischi dei figli ma non intervengono, capiscono se c’è difficoltà, ma è come se mancassero di strumenti d’intervento. La madre è a sua volta "cieca"; deve in ogni modo parlare bene della relazione con il figlio, addirittura a livelli idealizzanti. Già da anni nella ricerca si parla di famiglie matrifocali; non è che i padri spariscano, è che la focalizzazione sui temi dell’apertura del dialogo, della confidenza, del supporto si giocano in maniera dominante nei confronti delle madri La comunicazione familiare è inoltre sempre sbilanciata a carico della madre.

I genitori durante tutta l’adolescenza tendono a mantenere le stesse modalità comunicative. Essi non percepiscono le differenze e tendono a continuare nel loro stile mentre i figli cambiano.

Spesso i genitori non hanno la flessibilità di stare dietro alle esigenze dei ragazzi nelle varie fasi dell’adolescenza (Cigoli).

Gli adulti a loro volta stanno vivendo la loro vita; non c’è una vita da vivere per sé e poi una vita per fare coppia e una vita per fare figli e anche una per lavorare, va tutto insieme (Koch).
   

9. Adozione

Le situazioni di adozione propongono specificità e sfide assolutamente particolari, rispetto al tema del silenzio e della comunicazione, che vanno ben al di là della domanda - peraltro decisiva - sulla possibilità, opportunità o necessità di far conoscere al figlio adottate le sue origini, e della modalità attraverso cui procedere in questa conoscenza, e dove il diritto di sapere o di non sapere non può certamente essere demandato esclusivamente a meccanismi legislativi impersonali, uguali per tutti, ma va garantito attraverso interventi capaci di rileggere, in ogni situazione, nello specifico momento storico, quale passaggio è decisivo per il benessere e per l’equilibrio dell’adottato (e della sua famiglia, che è, ad ogni buon conto, quella adottiva).

Altre situazioni, di sicura rilevanza, caratterizzano in modo originale le condizioni dei figli adottivi. La ricerca mostra come nelle famiglie adottive c’è un calo della comunicazione fra genitori e figli nella preadolescenza con un rialzamento nell’ultima fase dove i figli sono giovani adulti. Il momento critico in queste famiglie sta nella preadolescenza dei figli. Questo non è patologia ma specificità. E’ probabile che lo sviluppo puberale rimetta in corso, tramite il corpo, il tema delle origini in maniera più brutale, più secca che non negli altri giovani, dove questo processo è più diluito nel tempo. Non a caso nelle famiglie adottive c’è più bisogno di padre. Si tratta del problema del radicamento: di che stirpe sei, di che famiglia sei? Ci vuole qualcuno che radichi, come se esistesse il bisogno di confini più forti; e questo è un compito paterno. Ci vuole forte alleanza genitoriale per il radicamento, un’alleanza che si situa in una posizione intermedia tra i due estremi: da un lato l’indifferenza e la neutralità della figura paterna, come se l’adozione non riguardasse il padre, dall’altro padri che caricano d’angoscia la relazione, e che invece di funzionare da supporto espandono gli aspetti di dolore, di problematiche, di pericoli sempre incombenti e non trattabili (Cigoli).

Confusione comunicativa può esserci anche in casi dove minori si trovano divisi tra due diverse appartenenze familiari, come nel caso dell’affidamento eterofamiliare; per alcuni questa confusione diventa lo sforzo di proteggere la famiglia d’origine con un silenzio omertoso; per altri minori nella stessa situazione accade che invece "parlino troppo", raccontando da subito tutto di sé e della propria famiglia, come se si rendessero conto di dover pagare un prezzo di disvelamento della loro storia a chi li ha accolti (Mazzuchelli).

Minori in difficoltà e soprattutto adolescenti scelgono spesso il silenzio sulle proprie condizioni per il grande bisogni di percepirsi normali, preferendo non rivelare aspetti della loro condizione che li porrebbero in una situazione di diversità. Così per esempio i bambini di genitori malati d’AIDS sono condannati a due tipi di silenzio; da una parte nessuno dice loro cosa sta succedendo, mentre forse assistono al progressivo deterioramento delle condizioni fisiche e anche mentali dei genitori, allo sgretolarsi del tessuto familiare. Contemporaneamente questi bambini intuiscono di dovere tenere il segreto per non rischiare l’esclusione dal gruppo di pari (Mazzucchelli).
   

10. Il silenzio che diventa prigione e i segreti tossici

Il concetto di segreto è infine ambiguo; da una parte si è vista la valenza positiva del segreto, con il suo riferimento all’intimità e ai limiti da essa richiesti, dall’altra si incontrano i "segreti tossici", fra i quali il segreto tremendo dell’abuso.

Il silenzio dei minori maltrattati e abusati è scelto, proprio dall’abusato, per proteggere la propria famiglia o per negare una realtà inaccettabile. Oppure perché manca la fiducia di trovare ascolto, avendo già sperimentato disattenzione e incredulità.

Questo silenzio è il più grave atto di accusa agli adulti, denuncia che la relazione affidabile per eccellenza, quella con i genitori, è venuta meno. "Non conviene parlare, tanto nessuno mi proteggerà; nessuno è disposto a dare la vita per me". Ma è ancora più inquietante quando il minore ha cercato di comunicare ma non è stato ascoltato né accolto, né creduto. Nella pratica clinica un rilevante numero di persone riferisce di avere parlato dell’abuso nei propri confronti ad un proprio familiare stretto ma di non essere stato creduto. Questa esperienza equivale ad una seconda violenza, forse peggiore della prima, in quanto è vissuta come un tradimento.

Quasi sempre in casi di violenza la vittima si rivolge a quello che si può chiamare un bersaglio comunicativo. Bersaglio in duplice modo, sia come colui che viene reso edotto sull’indicibile, sia come colui che è colpito dalla comunicazione. Va da sé che non è sufficiente parlare per comunicare, né è sufficiente fornire tutta una serie di segnali contestuali che peraltro già da soli potrebbero avere il valore di indizi: perdita di interessi, pallore, insonnia, dimagramento, gesti che mimano il dramma ed altri. Per comunicare occorre un codice condiviso e solo al suo interno è possibile l’impegno inerente ad ogni comunicazione. In casi di abuso la vittima del tutto inconsapevolmente sottrae significati ed evidenze proprio a colui cui vorrebbe comunicare. Spesso il bersaglio sembra accuratamente scelto tra quelli impossibilitati a capire, o perlomeno sembra che la vittima non si accorga che proprio quella persona "non poteva capire", in quanto a sua volta coinvolto in una storia relazionale che gli rendeva necessario autoproteggersi (Gillini Zattoni).

Quali le vie d’uscita per le persone coinvolte e quali le possibilità di "assolversi" a vicenda in queste problematiche dove la sproporzione è enorme? Una possibile soluzione passa attraverso il riconoscersi all’interno di "un'altra trama", una trama che non ripeta un monotono copione che divide il mondo in colpevoli e innocenti, ma che allarga il campo, dove vengano comprese le storie di vita delle persone coinvolte, dove sia possibile "conoscersi di nuovo", rendendo possibile l’assunzione della responsabilità etica e genitoriale delle generazioni adulte verso le vittime.

Talvolta è molto difficile trovare lo spiraglio del bene dentro a situazioni disastrose nel campo relazionale; eppure è quello che occorre fare, rilanciando comunque la possibilità di qualcosa di buono nei rapporti tra le persone, cercando un’orma di bene (Cigoli).
  

Per informazioni rivolgersi a:
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20145 MILANO
Tel: 02.48012040
fax: 02.48009938
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Modificato mercoledì 24 novembre 2010
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Il Centro Documentazione del CISF è dotato di oltre 6.000 volumi, più di 100 testate di riviste specializzate, suddivise cinque aree d'interesse:
pastorale familiare
formazione e 
   dinamica
   della coppia
età evolutiva
problematiche
   collegate alla 3a età
bioetica

 


aggiornamento per chi è interessato a conoscere quanto di rilevante viene pubblicato sulla famiglia