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Rapporti

   Settimo rapporto CISF sulla famiglia in Italia
Identità e varietà dell'essere famiglia:
il fenomeno della pluralizzazione

NOVE TESI EMERGENTI
  

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La cosiddetta "pluralizzazione" della famiglia è, in gran parte, un mito per almeno tre ragioni sostanziali:

  1. primo, perché l’ideale della famiglia rimane lo stesso (in quanto modello più desiderato);
  2. secondo, perché quelle forme che spesso vengono chiamate "nuove famiglie" altro non sono che condizioni familiari dovute alla rottura e alla frammentazione della famiglia normo-costituita (definita in base alla piena reciprocità fra i sessi e fra le generazioni);
  3. terzo, perché le "unioni libere" - in tutte le loro forme - non sono una alternativa o un equivalente funzionale della famiglia, ma un altro tipo, sostanzialmente differente, di relazioni primarie.

 

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Una pluralità di famiglie è sempre esistita (in passato, la varietà delle forme familiari è sempre stata molto elevata, anche se spesso "ufficialmente" non riconosciuta). Tuttavia è vero che oggi la varietà tende a crescere. Come si distingue la pluralità odierna da quella del passato? Ieri era una pluralità caratterizzata dalla appartenenza a sub-culture marginali ed aveva una certa stabilità, oggi la pluralità è caratterizzata da scelte individuali e da una differenziazione assai dinamica fra gli stili di vita che la famiglia adotta nelle diverse fasi del suo ciclo di vita.

 

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Per articolare la pluralità, bisogna distinguere tra famiglie in senso proprio (quelle normo-costituite), famiglie in senso analogico (famiglie di fatto, basate su effettive somiglianze, anche se mai complete) e famiglie in senso metaforico (basate su pure similitudini, come le unioni o convivenze fra persone qualunque).

 

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La famiglia italiana continua ad avere delle connotazioni peculiari che la contraddistinguono nettamente dalla famiglia negli altri Paesi europei: è fortemente ripiegata su se stessa, dovendo far fronte ad un ambiente ostile e ad uno Stato sociale ingiusto; trattiene più a lungo in casa i figli adulti, che si sposano più tardi e hanno una fecondità sempre molto ridotta.

 

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In termini di nuove condizioni familiari, si può e si deve distinguere fra le forme familiari autenticamente nuove, perché sono il prodotto di nuove relazioni di reciprocità fra sessi e fra generazioni, e le forme familiari che sono nuove solo in senso improprio, perché sono solo il prodotto di frammentazioni o ricomposizioni di famiglie normo-costituite. Le indagini sono spesso tutte mirate sulle seconde, mentre le altre forme sono sottovalutate e rimangono virtualmente sconosciute.

 

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In breve, è necessario distinguere fra un pluralismo familiare indistinto e caotico (pluralismo indifferenziato, frutto di divisioni e frammentazioni le più casuali) e un pluralismo eticamente qualificato (pluralismo civilizzatore). Quest’ultimo si caratterizza perché:
dal punto di vista culturale, richiede che lo stile di vita delle relazioni familiari sia basato su precisi impegni (assunti su una base contrattuale, ma di natura primariamente morale);
dal punto di vista giuridico, concepisce la diversità come una maniera di articolare i diritti-doveri senza erodere le basi di legittimazione della famiglia;
dal punto di vista economico, adotta un trattamento economico diverso delle famiglie in accordo con il contributo che ciascuna famiglia dà alla società (in primo luogo con il ricambio generazionale);
dal punto di vista sociale, adotta criteri di diversificazione delle famiglie in base alla valutazione delle funzioni sociali che ogni famiglia assolve nei rapporti di coppia e fra le generazioni;
dal punto di vista politico, riconosce la diversità delle famiglie in base alla loro maggiore, minore o nulla valenza pubblica.

 

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Quali soluzioni sul piano operativo?

La regolazione del pluralismo familiare va fatta coniugando identità e varietà dell’essere famiglia, in base a due criteri fondamentali: a) il primo è il principio della differenziazione delle relazioni sociali: esso implica che si distinguano le forme familiari da quelle non-familiari, e si trovi una opportuna regolazione delle une e delle altre a seconda del loro contenuto e dei loro impegni verso la comunità politica e sociale; b) il secondo è il principio di gradazione della tutela delle relazioni sociali in base ai diritti-doveri assunti dai contraenti, nella misura in cui sono positivi per la coesione e la solidarietà sociale.
Bisogna distinguere fra contratti privati e contratti aventi valore pubblico: non si tratta di 'concedere' qualcosa (di più o di meno) a seconda delle risorse pubbliche a disposizione oppure a seconda dell'accettabilità del consenso di opinione pubblica o altri criteri simili. Una società che si concepisce come aperta e plurale deve abbandonare il regime concessorio: si tratta di guardare alla natura delle relazioni familiari e di promuoverle se e nella misura in cui esse si orientano all'assunzione di responsabilità interpersonali e sociali.

 

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In un'ottica sociologica attenta alla complessità, il problema sociale che emerge non è tanto quello della mancanza di riconoscimento pubblico alle convivenze pattizie, i cui membri individuali godono comunque dei diritti di welfare, quanto piuttosto nell'assenza di una politica sociale a sostegno della famiglia come rete di relazioni solidaristiche nella vita quotidiana. Anziché avere uno Stato che sussidia la famiglia, abbiamo il paradosso di una famiglia che sussidia lo Stato e le forme di vita da esso tutelate.

 

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In termini di politica sociale, il pluralismo familiare va affrontato con tre criteri orientativi: a) occorre distinguere fra i bisogni meritori che devono essere oggetto di interesse pubblico e quindi di legislazione, e i bisogni di interesse privato, per i quali occorrono incentivi alle iniziative civili, contenute entro regole di equità universalistiche
b) occorrono politiche di empowerment, ossia misure che mettano le famiglie in grado di accrescere le loro capacità di fare famiglia, sotto ogni profilo (in particolare, programmi ad hoc che aiutino le giovani coppie a formare la loro famiglia e a sostenerla nelle prime fasi di sviluppo)
c) occorre valorizzare l'associazionismo specificatamente familiare su problemi relativi al ciclo di vita delle famiglie (famiglie con figli piccoli, famiglie con anziani, famiglie con adulti portatori di handicap, ecc.); in particolare si tratta di sviluppare interventi che mettano "in rete" le famiglie che stanno in fasi diverse del ciclo di vita (famiglie giovani e anziane, con bambini o adolescenti o giovani, ecc.) attraverso la costituzione di associazioni che valorizzano le reti informali, cosicché le diverse generazioni non si incontrino solo in famiglia, ma anche nelle attività esterne.

Segue: Alcune osservazioni
   


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Modificato mercoledì 24 novembre 2010
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