Parlare
del Beato Giacomo Alberione è sempre cosa molto gradita per la
propria vita spirituale, soprattutto quando si è avuta l’opportunità
di conoscerlo in vita.
Uomo
piccolo di statura, ma un vero gigante del nostro tempo.
Meravigliosa
è stata la sua esperienza in quella notte famosa del 31
dicembre del 1900 nel Duomo di Alba durante l’adorazione
prolungata di quattro ore.
È
proprio nel silenzio e nella contemplazione che il Signore parla
e si manifesta.
Così
il nostro Giacomo «si sentì profondamente obbligato a fare
qualcosa per il Signore e gli uomini del nuovo secolo».
Il
Concilio Vaticano II, al quale ha partecipato il Beato Giacomo,
ci ha sottolineato l’importanza della santità: «Il Signore
Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e ai
singoli suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato la
santità della vita, di cui egli stesso è l’autore e il
perfezionatore: "Siate dunque perfetti come è perfetto il
vostro Padre Celeste" (Mt 5,48)» (LG n. 40).
Così
il Beato esprime che «il processo di santificazione è un
processo di cristificazione: "finché sia formato Cristo in
voi"».
Nella
mia vita mi hanno profondamente colpito due sguardi, quello del
Beato Giacomo Alberione e quello del Pontefice Paolo VI.
Nel
1968, circa, in una delle sue numerose visite ad Albano, allora
Casa discografica, notai in quegli occhi di Don Giacomo la
passione, la gioia e l’urgenza della sua laboriosità per
diffondere, con tutti i mezzi della comunicazione, la bella
notizia che è Cristo.
Nel 1968, e precisamente il due agosto, tre anni prima della sua
morte, presso la Comunità parrocchiale di Frattocchie, ebbi l’opportunità,
come Diacono, di porgergli l’aspersorio per benedire l’assemblea.
Osservai in quello sguardo, sì stanco dalla sofferenza fisica,
ma espressivo e profondo, tutta la ricchezza interiore di
persona infaticabile, appassionata e protesa, specie attraverso
i suoi numerosi viaggi pastorali, a portare ovunque la bella
Notizia che salva.
Per
descrivere chi era Don Giacomo Alberione, non c’è nulla di
più appropriato delle parole del Pontefice Paolo VI, che il 28
giugno del 1969 conferendogli l’alta onorificenza "Pro
Ecclesia et Pontifice", ne aveva tracciato un profilo, che
si è rivelato memorabile:
«Eccolo:
umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto
nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera,
sempre intento a scrutare i "segni dei tempi", cioè
le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro Don
Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi,
nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato, nuova
capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità
della sua missione nel mondo moderno e con mezzi moderni.
Lasci, caro Don Alberione, che il Papa goda di cotesta lunga,
fedele e indefessa fatica e dei frutti da essa prodotti a gloria
di Dio ed a bene della Chiesa».
Concludo
questa testimonianza con una considerazione concernente la
Clinica Regina Apostolorum.
Il
Pontefice Paolo VI, come ho sempre saputo e sentito parlare,
aveva esortato Don Alberione a realizzare un desiderio, a che la
Clinica fosse anche al servizio di tutti quegli operatori
infaticabili, che hanno speso la loro vita nell’annuncio del
Vangelo e che ora ammalati e avanti negli anni, bisognosi di
rinfrancare il loro corpo, offrono le loro sofferenze per il
bene della Chiesa e del Vangelo.
Oggi
la Clinica "Regina Apostolorum" è lì quale
realizzazione di un gesto di generosità e di amore.