È
la prima volta che celebriamo la memoria del Beato Timoteo
Giaccardo dopo la beatificazione del Fondatore. Egli lo ha
preceduto nella morte e nella gloria, e precede anche la sua
festa liturgica, che celebreremo fra un mese. Ma noi siamo lieti
di associarli entrambi nel nostro culto, anche in omaggio al
percorso dell’Anno Alberioniano che stiamo vivendo.
Quando si
consacrò la prima volta a Dio, con i voti privati nelle mani del
Fondatore, il chierico Giuseppe Giaccardo ricevette il nome di
Timoteo. E comprese che gli era stato dato «per le relazioni di
affinità tra San Paolo e Timoteo, e il Signor Teologo e me»,
come annotava nel suo taccuino. Non presumeva di stare alla pari
con il suo modello, ma era consapevole di essere stato posto da
Dio accanto al Primo Maestro come umile collaboratore e compagno
di fatiche, corresponsabile nella edificazione della “Casa”,
come allora si diceva.
Era subito entrato nello spirito del Maestro divino e di San
Paolo, in un atteggiamento di totale fedeltà alle direttive di
Don Alberione. Al suo ingresso nella comunità paolina, una sera
di luglio del 1917, fu presentato ai giovani come il “Signor
Maestro”, ma egli annotò nel suo diario: «Io faccio
l’obbedienza all’unico Maestro [Gesù], che ci guida tramite il
Signor Teologo… Io sono l’ultimo... compagno e discepolo».
Insegnante dei primi aspiranti, sperimentò frustrazioni
brucianti «La mancanza di corrispondenza [da parte degli alunni]
– scriveva – mi dà umiliazione. Ma accetto tutto per il loro
bene».
Il rapporto con
Don Alberione era di perfetta integrazione: egli trasmetteva le
direttive e gli ideali apostolici del Fondatore a quei primi
giovani, che non sempre lo seguivano con altrettanta docilità. E
il tratto stesso del Direttore non era sempre tenero con lui,
come candidamente annotava: «Obbedirò al Padre, anche quando usa
una rigidezza da carabiniere particolarmente con me».
«Eppure so – aggiungeva – quanto egli mi ami» (9 febbraio 1918).
E concludeva: «Mi è necessario un lungo tirocinio, una totale
rinuncia a me stesso e alle mie ragioni: un perfetto adattamento
al Signore Teologo». Rileviamo questa espressione: “un
perfetto adattamento”, frutto di una dura autodisciplina.
Sappiamo che
per il suo carattere schivo, e forse anche per scelta, Don
Alberione non amava indulgere a espressioni manifeste di
tenerezza. Ma verso il suo giovane collaboratore nutriva
indubbiamente il medesimo affetto e la stessa stima che
l’apostolo Paolo nutriva verso il discepolo Timoteo. Si rilegga
in proposito il brano di Filippesi 2,20-23. Ma di questi
sentimenti non sempre il giovane Giaccardo avvertiva la
presenza.
In alcuni
periodi, come nell’estate del 1918, egli gemeva: «Signore, io
non capisco nulla… Tremo e brancolo nelle tenebre, come nel
Getsemani…» Ma imponeva a se stesso «preghiere a San Paolo e a
Maggiorino, perché mi fissino umilmente al mio posto». Il
giovane Maggiorino era morto da pochi giorni, il 27 luglio. A
lui quindi si raccomandava: «Aiutami, caro Maggiorino, aiuta il
tuo povero maestro…» (30 luglio 1918). Il suo rifugio, infine,
era il divino Maestro Gesù. Di qui il proposito, ripetuto fino
all’ultimo giorno: «Sì, Maestro Divino, io ti seguo, dovunque
andrai. Amen» (Diario, p. 333).
Questi pochi
cenni illustrano soltanto un aspetto della unanimità spirituale
del Giaccardo con il Fondatore. Ma proprio da questa derivò il
contributo determinante che egli diede alla costruzione
spirituale della Casa, alla sua “anima”, a cominciare dalla
formulazione dottrinale della spiritualità propria. I suoi
articoli sul bollettino Unione Cooperatori Buona Stampa;
le sue formule di preghiera, come le “coroncine” a San Paolo e
alla Regina degli Apostoli; i suoi libri, come Maria Regina
Apostolorum e Un Mese a San Paolo, traducono
perfettamente l’animo del Fondatore, che non aveva né il tempo
né la serenità sufficiente per esplicitare. E poi il contributo,
non meno determinante, per la formazione morale e l’approvazione
canonica delle istituzioni paoline. Il suo sacrificio con
l’offerta della vita per le sorelle Pie Discepole è un fatto
emblematico.
Possiamo
affermare che Don Giaccardo, insieme con Maestra Tecla e Madre
Scolastica, ha dimostrato una stupenda realtà ecclesiale: che la
collaborazione subalterna al Fondatore, lontana da ogni
protagonismo, è non meno creativa e determinante per la nascita
e la crescita delle istituzioni. Insieme, essi hanno esercitato
quella paternità e maternità carismatica, dalla quale sono nate
nella Chiesa le diverse componenti della Famiglia Paolina.
Personalmente,
temprato alla dura scuola del Fondatore, Don Giaccardo divenne
il mitissimo “Signor Maestro” che molti ancora ricordano.
Dopo la sua prematura scomparsa (il 24 gennaio 1948), fu
presentato dallo stesso Don Alberione come il Maestro modello,
l’animatore in tutti i campi della vita paolina, compreso
l’apostolato. «Don Giaccardo – dichiarò il Fondatore –
fu Maestro nella preghiera, nella formazione, nella povertà,
nell’apostolato. Egli lo sentiva, lo amava, lo sviluppava,
senza farsi quasi notare, poiché era un suscitatore di
energie, un sostegno per i deboli, luce e sale in senso
evangelico... Era come il cuore e l’anima [della Famiglia
Paolina]».
«Cuore e
anima... Suscitatore di energie»: quale migliore elogio per
un uomo considerato da alcuni solo uno sprovveduto
contemplativo? Certo, se vogliamo confrontare il suo carisma
personale con la intraprendenza del Fondatore, non possiamo che
trarne una conferma: la complementarità dei carismi all’interno
della Famiglia Paolina. E d’altra parte, quale migliore elogio
per un uomo mitissimo e apparentemente fragile come Don
Giaccardo, che nei momenti difficili rivelò una energia
insospettata e una fortezza eroica?
Ora Maestro e
Discepolo, Don Timoteo e Don Giacomo Alberione, risplendono
insieme davanti agli occhi nostri, e di tutta la Chiesa, come
esemplari di quella integrazione personale e carismatica, che
crea e unisce le nuove famiglie ecclesiali: quando la creatività
e l’umile obbedienza si esprimono insieme nella collaborazione
al piano di Dio.
Entrambi i nostri modelli sono anche i nostri intercessori. E ad
essi vogliamo chiedere, non solo di pregare per noi, ma anche di
lasciarci una lezione: di comprendere il significato e il
dovere del loro culto da parte nostra. Perché non succeda
alla Famiglia Paolina di imitare i giudei contemporanei di Gesù:
bravi ad erigere monumenti ai patriarchi e profeti, ma non ad
imitarli.
Non sarebbe forse di vantaggio a tutti, se visitassimo di più le
urne dei nostri padri, e onorassimo la loro memoria, rivisitando
e attualizzando l’eredità dei loro scritti, degli orientamenti
spirituali e apostolici? Le “urne dei forti”, diceva il poeta,
sono sempre ispiratrici di imprese alte. Non abbiamo forse
bisogno di un rinnovato slancio apostolico? e più ancora, di un
rinnovato profetismo paolino?
Essi ci insegnano dove trovarlo: nell’organizzare la nostra
giornata operosa alla luce di Dio; nella meditazione e nella
visita al Ss. Sacramento; nella fede e nella carità sincera,
all’interno e all’esterno delle nostre comunità; in altre
parole, nella “perfetta carità” che definisce la nostra
esistenza di consacrati e di apostoli.
Il Beato Giaccardo e il Beato Alberione ci lascino stabilmente
questa santa lezione.