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Anno Alberioniano - 22 ottobre 2003

La complementarità dei due beati: 
Giacomo Alberione e Timoteo Giaccardo. 

Omelia di don Eliseo Sgarbossa

 È la prima volta che celebriamo la memoria del Beato Timoteo Giaccardo dopo la beatificazione del Fondatore. Egli lo ha preceduto nella morte e nella gloria, e precede anche la sua festa liturgica, che celebreremo fra un mese. Ma noi siamo lieti di associarli entrambi nel nostro culto, anche in omaggio al percorso dell’Anno Alberioniano che stiamo vivendo.

            «Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi». Nella sua umiltà, il Beato Giaccardo può ripetere le stesse parole a nostro favore. Egli è presente a noi, e possiamo intravedere la sua figura luminosa nelle pagine delle letture che abbiamo udite (2Tm 1,13-14; 2,1-3 – Gv 15,9-17).

            Quelli di noi che lo conobbero in vita, e quelli che leggono oggi le pagine del suo diario, sanno che fin da adolescente egli si era proposto di vivere totalmente il motto di San Paolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo». E in tutta la sua vita – 52 anni vissuti nell’inno­cenza – si sforzò di attuare la identificazione con Cristo, soprattutto nella carità.

            Quando si consacrò la prima volta a Dio, con i voti privati nelle mani del Fondatore, il chierico Giuseppe Giaccardo ricevette il nome di Timoteo. E comprese che gli era stato dato «per le relazioni di affinità tra San Paolo e Timoteo, e il Signor Teologo e me», come annotava nel suo taccuino. Non presumeva di stare alla pari con il suo modello, ma era consapevole di essere stato posto da Dio accanto al Primo Maestro come umile collaboratore e compagno di fatiche, corresponsabile nella edificazione della “Casa”, come allora si diceva.

Era subito entrato nello spirito del Maestro divino e di San Paolo, in un atteggiamento di totale fedeltà alle direttive di Don Alberione. Al suo ingresso nella comunità paolina, una sera di luglio del 1917, fu presentato ai giovani come il “Signor Mae­stro”, ma egli annotò nel suo diario: «Io faccio l’obbe­dienza all’unico Maestro [Gesù], che ci guida tramite il Signor Teologo… Io sono l’ulti­mo... compagno e discepolo».

Insegnante dei primi aspiranti, sperimentò frustrazioni brucianti «La mancanza di corrispondenza [da parte degli alunni] – scriveva – mi dà umiliazione. Ma accetto tutto per il loro bene».

            Il rapporto con Don Alberione era di perfetta integrazione: egli trasmetteva le direttive e gli ideali apostolici del Fondatore a quei primi giovani, che non sempre lo seguivano con altrettanta docilità. E il tratto stesso del Direttore non era sempre tenero con lui, come candidamente annotava: «Obbedirò al Padre, anche quando usa una rigidezza da carabiniere particolarmente con me». «Eppure so – aggiungeva – quanto egli mi ami» (9 febbraio 1918). E concludeva: «Mi è necessario un lungo tirocinio, una totale rinuncia a me stesso e alle mie ragioni: un perfetto adattamento al Signore Teologo». Rileviamo questa espressione: “un perfetto adattamento”, frutto di una dura autodisciplina.

            Sappiamo che per il suo carattere schivo, e forse anche per scelta, Don Alberione non amava indulgere a espressioni manifeste di tenerezza. Ma verso il suo giovane collaboratore nutriva indubbiamente il medesimo affetto e la stessa stima che l’apostolo Paolo nutriva verso il discepolo Timoteo. Si rilegga in proposito il brano di Filippesi 2,20-23. Ma di questi sentimenti non sempre il giovane Giaccardo avvertiva la presenza.

            In alcuni periodi, come nell’estate del 1918, egli gemeva: «Signore, io non capisco nulla… Tremo e brancolo nelle tenebre, come nel Get­se­mani…» Ma imponeva a se stesso «preghiere a San Paolo e a Maggiorino, perché mi fissino umilmente al mio posto». Il giovane Maggiorino era morto da pochi giorni, il 27 luglio. A lui quindi si raccomandava: «Aiutami, caro Maggiorino, aiuta il tuo povero maestro…» (30 luglio 1918). Il suo rifugio, infine, era il divino Maestro Gesù. Di qui il proposito, ripetuto fino all’ultimo giorno: «Sì, Maestro Divino, io ti seguo, dovunque andrai. Amen» (Diario, p. 333).

 

            Questi pochi cenni illustrano soltanto un aspetto della unanimità spirituale del Giaccardo con il Fondatore. Ma proprio da questa derivò il contributo determinante che egli diede alla costruzione spirituale della Casa, alla sua “anima”, a cominciare dalla formulazione dottrinale della spiritualità propria. I suoi articoli sul bollettino Unione Cooperatori Buona Stampa; le sue formule di preghiera, come le “coroncine” a San Paolo e alla Regina degli Apostoli; i suoi libri, come Maria Regina Apostolorum e Un Mese a San Paolo, traducono perfettamente l’animo del Fondatore, che non aveva né il tempo né la serenità sufficiente per esplicitare. E poi il contributo, non meno determinante, per la formazione morale e l’approvazione canonica delle istituzioni paoline. Il suo sacrificio con l’of­ferta della vita per le sorelle Pie Discepole è un fatto emblematico.

            Possiamo affermare che Don Giaccardo, insieme con Maestra Tecla e Madre Scolastica, ha dimostrato una stupenda realtà ecclesiale: che la collaborazione subalterna al Fondatore, lontana da ogni protagonismo, è non meno creativa e determinante per la nascita e la crescita delle istituzioni. Insieme, essi hanno esercitato quella paternità e maternità carismatica, dalla quale sono nate nella Chiesa le diverse componenti della Famiglia Paolina.

            Personalmente, temprato alla dura scuola del Fondatore, Don Giaccardo divenne il mitissimo “Signor Maestro” che molti ancora ricordano.

Dopo la sua prematura scomparsa (il 24 gennaio 1948), fu presentato dallo stesso Don Alberione come il Maestro modello, l’animatore in tutti i campi della vita paolina, compreso l’apostolato. «Don Giaccardo – dichiarò il Fondatore – fu Maestro nella preghiera, nella formazione, nella povertà, nell’apostolato. Egli lo sentiva, lo amava, lo sviluppava, senza farsi quasi notare, poiché era un suscitatore di energie, un sostegno per i deboli, luce e sale in senso evangelico... Era come il cuore e l’anima [della Famiglia Paolina]».

            «Cuore e anima... Suscitatore di energie»: quale migliore elogio per un uomo considerato da alcuni solo uno sprovveduto contemplativo? Certo, se vogliamo confrontare il suo carisma personale con la intraprendenza del Fondatore, non possiamo che trarne una conferma: la complementarità dei carismi all’interno della Famiglia Paolina. E d’altra parte, quale migliore elogio per un uomo mitissimo e apparentemente fragile come Don Giaccardo, che nei momenti difficili rivelò una energia insospettata e una fortezza eroica?

            Ora Maestro e Discepolo, Don Timoteo e Don Giacomo Alberione, risplendono insieme davanti agli occhi nostri, e di tutta la Chiesa, come esemplari di quella integrazione personale e carismatica, che crea e unisce le nuove famiglie ecclesiali: quando la creatività e l’umile obbedienza si esprimono insieme nella collaborazione al piano di Dio.

Entrambi i nostri modelli sono anche i nostri intercessori. E ad essi vogliamo chiedere, non solo di pregare per noi, ma anche di lasciarci una lezione: di comprendere il significato e il dovere del loro culto da parte nostra. Perché non succeda alla Famiglia Paolina di imitare i giudei contemporanei di Gesù: bravi ad erigere monumenti ai patriarchi e profeti, ma non ad imitarli.

Non sarebbe forse di vantaggio a tutti, se visitassimo di più le urne dei nostri padri, e onorassimo la loro memoria, rivisitando e attualizzando l’eredità dei loro scritti, degli orientamenti spirituali e apostolici? Le “urne dei forti”, diceva il poeta, sono sempre ispiratrici di imprese alte. Non abbiamo forse bisogno di un rinnovato slancio apostolico? e più ancora, di un rinnovato profetismo paolino?

Essi ci insegnano dove trovarlo: nell’organizzare la nostra giornata operosa alla luce di Dio; nella meditazione e nella visita al Ss. Sacramento; nella fede e nella carità sincera, all’interno e all’esterno delle nostre comunità; in altre parole, nella “perfetta carità” che definisce la nostra esistenza di consacrati e di apostoli.

Il Beato Giaccardo e il Beato Alberione ci lascino stabilmente questa santa lezione.

 

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