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EUROPA 
Il Sinodo della Chiesa d’Inghilterra fa un altro passo verso le donne vescovo

Un passo avanti verso l’elevazione delle donne a funzioni episcopali in seno alla Chiesa d’Inghilterra. Questo è il risultato delle votazioni del Sinodo generale che si è svolto dal 9 al 13 luglio. Il lungo processo che dovrebbe portare la Chiesa madre dell’anglicanesimo ad avere delle donne vescovo, dunque, ha superato uno scoglio importante. Con la maggioranza assoluta dei tre gruppi votanti (vescovi, clero e laici), la Chiesa d’Inghilterra ha deciso di procedere nel cambiamento senza però scontentare troppo i tradizionalisti, sia anglo-cattolici che evangelici, che premono per maggiori concessioni a protezione di chi, in coscienza, non intende riconoscere l’autorità spirituale delle donne.

Gruppi come Forward in Faith e Reform avrebbero voluto la creazione di diocesi parallele, non delimitate geograficamente, il cui scopo sarebbe stato di offrire uno spazio ai conservatori. La richiesta, assieme ad altre simili, che tendevano al trasferimento dell’autorità o a una giurisdizione coordinata tra vescovi, aveva inquietato molti membri del Sinodo: oltre a rappresentare, di fatto, un disconoscimento di eventuali future donne vescovo, avrebbe anche sminuito la funzione episcopale in sé stessa, finendo per creare una Chiesa nella Chiesa.

A complicare la questione c’è stato l’intervento congiunto di Rowan Willams e George Sentamu, rispettivamente arcivescovo di Canterbury e di York, che poco prima dell’inizio del Sinodo hanno chiesto pubblicamente che si mostrasse apertura e generosità nei confronti degli oppositori dell’episcopato femminile. L’iniziativa dei due leader non ha però impedito che la proposta delle "diocesi speciali" venisse bocciata, generando, nella blogosfera anglicana, sarcastici commenti sui due leader spirituali dell’Inghilterra, incapaci, a detta di molti commentatori, di mostrare una via in tempi difficili per la Chiesa e troppo desiderosi di accontentare tutti, col risultato di non accontentare nessuno.

Il provvedimento votato al Sinodo prevede che le parrocchie ostili all’ordinazione femminile possano richiedere l’accompagnamento pastorale di un uomo, prete o vescovo. Questo, però, all’interno di una legislazione unica, che non contempla diocesi speciali, vescovi "volanti" o altre deroghe all’impianto organizzativo della Chiesa d’Inghilterra.

Per Womenandthechurch e Affirming Catholicism, il recente voto è una ventata d’aria fresca. I due gruppi, che da anni si battono in favore delle pari opportunità per il clero femminile, hanno espresso sollievo per la direzione che il Sinodo ha dato all’annosa questione. Il futuro, però, appare ancora incerto. Il processo legislativo, già lungo, continuerà a livello locale. Per circa 18 mesi, le 44 diocesi dovranno discutere e ratificare la decisione del Sinodo generale. Se la maggioranza dei sinodi diocesani avrà votato a favore del provvedimento, nel 2012 il Sinodo generale dovrà nuovamente votare. Se in quella occasione ci sarà una maggioranza dei 2/3 in tutti e tre i settori dei partecipanti (vescovi, clero e laici), allora toccherà al Parlamento votare, per poi inviare il provvedimento alla regina per la definitiva ratifica.

Solo dopo la firma regale, la Crown Appointment Commission potrà prendere in considerazione nomi femminili per future nomine di vescovi. Un percorso complesso, dunque, reso ancor più incerto dal fatto che in autunno si svolgeranno le elezioni per i futuri componenti del Sinodo generale, eletti ogni 5 anni. La futura composizione del Sinodo potrebbe agevolare o, al contrario, rallentare la legislazione favorevole alle donne vescovo. A complicare la questione c’è il fatto che la Chiesa d’Inghilterra è ancora una Chiesa di Stato, il cui capo supremo è, ironicamente, una donna, la regina Elisabetta II. Ma i fedeli comuni e i normali cittadini britannici che cosa pensano della presenza delle donne negli alti ranghi della gerarchia ecclesiastica? Stando a un sondaggio di opinione online della compagnia Yougov, il 63% degli inglesi è favorevole.

Gianni Verdoliva
   

ITALIA
Ritorna "Torino Spiritualità"

Non solo dialoghi, letture, lezioni e seminari per esplorare a 360 gradi diverse culture e tradizioni religiose: il tema Gratis. Il fascino delle nostre mani vuote, scelto per la sesta edizione dell’appuntamento Torino Spiritualità in programma dal 22 al 26 settembre, stimolerà la partecipazione del pubblico attraverso alcune esperienze sui significati del dono che non attende un contraccambio. Come, per esempio, la collaborazione con l’Ospedale Mauriziano di Torino, avviata durante l’anno con il progetto Giovani volontari per la lettura o il confronto con la Casa Circondariale Lorusso e Cotugno di Torino e la compagnia teatrale Cast, per realizzare incontri tra detenuti e cittadinanza sul tema della gratuità. Nel corso dell’iniziativa, promossa da Il Circolo dei Lettori con la collaborazione del Comitato di pensiero e di ricerca, il filo rosso della gratuità verrà affrontato dal punto di vista esistenziale, economico e artistico grazie al contributo di numerosi ospiti tra i quali Enzo Bianchi, Gabriella Caramore, Vito Mancuso, Moni Ovadia, il vescovo di Terni Vincenzo Paglia, il monaco buddhista Matthieu Ricard, dal 1989 interprete francese del Dalai Lama. Il 17 settembre è prevista un’anteprima al teatro Carignano con la partecipazione di Sogyal Rinpoche, maestro buddhista tibetano. Verranno riproposti i seminari esperienziali di Tempo pieno. Scuola di Otium meditativo, avviati lo scorso anno: uno spazio «al riparo dalla frenesia quotidiana» per accedere alla «vera pienezza e ricchezza interiore», anticipano gli organizzatori, che si avvalgono di sinergie con associazioni e comunità religiose. Tra gli altri, padre Stefano Roze, monaco dell’abbazia di Sant’Antimo e assistente spirituale in Italia del movimento Goum sorto quarant’anni fa in Francia, interverrà la sera del 23 settembre a PartecipYamo. Si tratta di un ciclo di incontri in luoghi diversi della città proposti dai giovani ai loro coetanei per favorire il confronto su sette aree tematiche: lavoro, identità, ambiente, cittadinanza, spiritualità, legalità, disabilità.

Laura Badaracchi
   

AMERICA DEL NORD
Bloccata la legge anti-immigrati dell’Arizona:
esultano i vescovi

Lo sceriffo Joe Arpajo può attendere, Barack Obama esulta, i vescovi cattolici plaudono e rilanciano. Con la decisione di bloccare alcune norme della «draconiana» legge sull’immigrazione dell’Arizona – la definizione è della Conferenza episcopale Usa – la giudice Susan Bolton, della corte di Phoenix, ha accolto il ricorso presentato dagli avvocati del Dipartimento di Giustizia. La polizia locale e federale non ha più il diritto, ora, di chiedere i documenti a un passante solo basandosi «sul ragionevole sospetto» che sia un clandestino, così come recitava il testo. Tantomeno sarà possibile arrestare chi magari ha dimenticato il passaporto a casa.

È una vittoria per Obama, che della questione immigrazione ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia per distinguersi da George W. Bush e mantenere le promesse fatte in campagna elettorale alle comunità ispaniche e afro-americane. Dal canto loro, i vescovi condividono la soddisfazione della Casa Bianca: «È la decisione giusta», ha detto monsignor John C. Wester, presidente della Commissione per le migrazioni. «Ogni legge che fornisca una copertura legale al profiling (l’identificazione di una persona a partire dal suo aspetto, ndr) colpisce tutti i membri delle nostre comunità, compresi i residenti e i cittadini legali. È un piano molto inclinato». I vescovi Usa nei mesi scorsi erano stati assai duri sulla legge voluta da Arpajo, il controverso sceriffo di Maricopa County che ama definirsi «il poliziotto più tosto d’America». Critiche erano arrivate, oltre che dai vescovi dell’Arizona e dell’intera Conferenza episcopale, anche da quelli del Messico. «Può condurre all’arresto sbagliato di cittadini americani e residenti permanenti, e alla divisione delle famiglie», aveva denunciato Wester. «Benché limitata all’Arizona, questa legge potrebbe avere un impatto in tutta la nazione nel modo in cui le comunità di immigrati sono percepite e trattate», aveva aggiunto il presule, prevedendo «un aumento della paura e della sfiducia nelle comunità immigrate e un peggioramento delle relazioni tra i loro membri e le forze dell’ordine».

Ora il vescovo di Salt lake City alza il tiro: «Quello di cui c’è bisogno è che il Congresso e l’amministrazione si prendano le loro responsabilità e approvino una riforma dell’immigrazione». Tra i punti indicati dalla Conferenza episcopale Usa, un programma che permetta ai lavoratori stranieri di ottenere il permesso di residenza permanente e la cittadinanza; un nuovo visto per lavoratori che protegga i diritti degli stranieri così come degli americani; una riduzione dei tempi di attesa per i ricongiungimenti familiari; un rafforzamento delle garanzie giudiziarie per gli immigrati e i rifugiati. Nel lungo termine, infine, l’episcopato auspica un maggiore impegno nella cooperazione allo sviluppo dei Paesi di origine degli immigrati. Checché ne dica lo sceriffo dell’Arizona.

Iacopo Scaramuzzi
  

AMERICA LATINA
Brasile: battaglia anti-corruzione delle Chiese
alla vigilia delle elezioni

Anche se l’attenzione di tutti gli osservatori è concentrata sui sondaggi per capire chi sarà il successore di Luiz Iñacio "Lula" Da Silva alla guida del Paese, le elezioni politiche e presidenziali del 3 ottobre costituiscono anche un primo banco di prova della cosiddetta "Legge della fedina pulita", varata dal Congresso in maggio per moralizzare le istituzioni. La normativa è frutto del progetto d’iniziativa popolare del Movimento di lotta contro la corruzione elettorale (Mcce), una rete di 44 organizzazioni della società civile, con in testa la Conferenza episcopale (Cnbb) e il Consiglio nazionale delle Chiese cristiane (di cui fanno parte, oltre a quella cattolica, le Chiese luterana, presbiteriana unita, episcopaliana e siro-ortodossa), che avevano raccolto 1 milione e 700 firme, in gran parte grazie alla mobilitazione di diocesi e parrocchie.

La "Legge della fedina pulita" impedisce di candidarsi a persone che abbiano subito condanne da parte di un giudice non monocratico (quindi solitamente in appello). Sarà ineleggibile per otto anni colui al quale siano stati comminati almeno due anni di carcere per reati dolosi (dall’omicidio all’acquisto di voti), quand’anche il condannato possa ricorrere a un’istanza giudiziaria superiore, nel qual caso spetterà al Supremo tribunale federale (Stf) esaminare i ricorsi in via urgente. Il divieto varrà anche per i funzionari pubblici licenziati per gravi irregolarità di servizio, i magistrati costretti alla pensione per motivi disciplinari o i parlamentari dimessisi per evitare una condanna definitiva in Cassazione che sola, in base alla legislazione precedente, li avrebbe esclusi da una ricandidatura.

Attualmente 130 deputati su 513 e 21 senatori su 81 hanno procedimenti giudiziari pendenti e quasi lo stesso numero è oggetto di indagini da parte del Tribunale dei conti dell’Unione, ma dal 1988 solo uno è stato condannato dal Stf (cui spetta giudicare parlamentari, ministri e presidente della Repubblica), sebbene la corruzione costi alla nazione quasi 40 miliardi di dollari l’anno. La nuova normativa potrebbe escludere fino a 2 mila candidati, soprattutto uomini politici o amministratori locali – compresi alcuni potenti ex governatori – che intendessero farsi eleggere per sfuggire alla giustizia avvalendosi dell’immunità parlamentare. Tuttavia, almeno per questa tornata elettorale, dalla norma restano fuori gli imputati eletti prima di una sentenza di secondo grado, mentre di fatto i parlamentari accusati di reati, ma non ancora condannati dai tribunali ordinari, sono protetti dagli enormi ritardi del Stf. Aperto resta poi il problema della corretta applicazione della legge da parte delle corti di giustizia dei singoli Stati, sui quali spesso i notabili locali esercitano una notevole influenza, col rischio che la nuova normativa si trasformi in un’ulteriore arma politica contro gli oppositori. Come sottolinea l’analista Maria Nassif, «la "Legge della fedina pulita" è ottima. Il problema è che essa deve essere accompagnata da una spoliticizzazione dei tribunali degli Stati, altrimenti si rischiano grandi ingiustizie».

A ogni modo, il quotidiano parigino Le Monde ha parlato di «una spettacolare vittoria politica e morale della società civile in un Paese in cui la corruzione e i suoi corollari – nepotismo, clientelismo, favoritismi – corrodono la vita pubblica a tutti i livelli, dai ministri al più modesto consigliere comunale». Un’iniziativa che dimostra le potenzialità della pressione popolare (attivata anche attraverso una petizione sul sito aavaz.org, sottoscritta da circa 3 milioni di persone), rivelatasi capace di imporre l’approvazione all’unanimità di una legge che, solo un mese prima del suo varo, molti giudicavano destinata a rimanere nei cassetti. «La mobilitazione della società, la sua alleanza coi mass media e il dialogo coi parlamentari che onorano il proprio mandato hanno aperto una prospettiva interessante», ha sostenuto Chico Whitaker, della Commissione Giustizia e pace della Cnbb e coordinatore del Mcce. «Possiamo usare i 300 comitati sorti nel Paese per cominciare a discutere una riforma della politica che comprenda temi come il finanziamento pubblico alle campagne elettorali, la fedeltà al partito, le coalizioni, il numero degli incarichi di fiducia in un gabinetto...». E dom Dimas Lara Barbosa, vescovo ausiliare di Rio de Janeiro e segretario della Cnbb, ha chiosato: «Lotteremo sempre più affinché l’etica prevalga nella politica e nella gestione della cosa pubblica».

Mauro Castagnaro 
   

AFRICA
Ruanda: storia di Clodette ragazza-soldato
sfuggita alla follia

«I guerriglieri hutu arrivarono inaspettatamente nel liceo di Kibimba imbracciando i mitragliatori; scelsero tra un migliaio di studenti di varie etnie 400 ragazzi tutsi e li bruciarono vivi all’interno delle aule scolastiche, sparando su chi tentava di uscire per mettersi in salvo». Lo sguardo profondo di Clodette si fa triste e i suoi occhi fissano un punto indefinito all’orizzonte. I ricordi di quanto accadde nel 1993, agli inizi della guerra civile in Burundi tra hutu e tutsi, hanno colori forti che non sbiadiscono nel tempo. «L’Occidente ignora volutamente le guerre africane, soprattutto perché spesso vengono combattute con armi fabbricate o commercializzate dai maggiori Paesi industrializzati». In Burundi le due fazioni (i tutsi compongono il 15% della popolazione del Burundi, il restante 85% sono hutu) hanno lasciato sul terreno in 15 anni più di 500 mila morti e decine di migliaia tra feriti e mutilati.

«Sono di etnia tutsi come tutta la mia numerosa famiglia. In quegli anni abitavamo a Ngozi ai confini con il Ruanda. Avevo venti anni e un giorno un commando hutu irruppe all’improvviso nella nostra abitazione. Uccisero a sangue freddo tutti i presenti in quel momento: mio padre, 2 sorelle e un fratello. Con loro se ne andò un pezzo del mio cuore, la mia spensieratezza e le mie speranze. Per lungo tempo abbiamo vissuto nel terrore che altri hutu potessero tornare, violentarci e ucciderci tutti». Clodette con grandi sacrifici riesce ad arrivare alla soglia dell’Università. Per accedervi però, bisogna obbligatoriamente ottemperare al servizio militare che dopo 12 mesi fornisce il foglio di "congedo", indispensabile per l’accesso a qualsiasi ateneo del Burundi.

«Sono stati 12 mesi terribili, un inferno», racconta. «Sono stata testimone di vicende inenarrabili; purtroppo la realtà, nella guerra del Burundi come in quella del Ruanda, ha superato spesso la più macabra fantasia. Come soldato, appartenente alle forze militari governative tutsi, eseguivo continui rastrellamenti per contrastare le unità ribelli hutu che ci attaccavano con continue azioni di guerriglia. Cerchi, durante le azioni di guerra, di esorcizzare la paura che ti fa prigioniera. È la paura che non ti permette di pensare razionalmente, ti fa perdere i punti di riferimento e la tua identità; agisci continuamente condizionata da una fortissima ansia perché il tuo nemico può avere molti volti: una mina, un bambino, ma anche una persona che credevi amica». Ma proprio nei momenti più oscuri, per non lasciarsi guidare dalla «cultura di morte» in cui era immersa, Clodette si aggrappa disperatamente alla propria fede, abbraccia letteralmente ogni notte la Bibbia su cui inizia a pregare quotidianamente e forsennatamente.

«La guerra trasforma tutte le cose che molte volte assumono false sembianze: tutto può costituire una minaccia alla tua vita; durante la notte mi chiedevo di continuo dove si trovasse il mio mitragliatore e se era pronto a sparare. In una situazione del genere rischi di impazzire; io mi sono aggrappata alla fede: pregavo molto, soprattutto pregavo affinché non mi chiedessero di uccidere o di fare azioni violente».

Clodette porta a termine il servizio di leva ottenendo il congedo permanente che le permette di accedere all’Università. Nonostante il suo costante impiego in aree di combattimento, non sparerà neanche un colpo. Al suo ritorno a casa il vescovo della diocesi di Bururi, Bernard Bududira, amico del cardinale Piovanelli, offre alla giovane e ad altri 3 giovani burundesi la possibilità di raggiungere l’Italia per proseguire gli studi. «Dio mi ha salvato», dice Clodette. «È l’unica certezza che ho, nessun altro mi poteva tirare fuori da quell’inferno. Solo Dio poteva salvare me e la mia famiglia da questa immane tragedia».

«Adesso, a parer mio», conclude, «non bisognerebbe impiegare il tempo in inchieste sui crimini commessi, questo significherebbe indagare su più di centomila fatti di sangue, non relativi a combattimenti, che si sono verificati negli anni del conflitto. Un’operazione investigativa gigantesca che rischia di avere pochi frutti e allontanarci da ciò che dobbiamo fare prioritariamente: comprendere l’assurdità di ciò che è accaduto per poi guardarci negli occhi e chiederci reciprocamente perdono. È un percorso lungo e difficile, ma è l’unico necessario perché il mio Paese possa avere un futuro».

Marco Giorgetti
   

ASIA
Indonesia: cristiani pro-Corano

L'iniziativa è programmata per l’11 settembre in Florida, ma le prime reazioni si sono già fatte sentire in Indonesia – il più grande Paese musulmano del mondo – ai primi d’agosto. Per il nono anniversario dell’attentato alle Torri gemelle, il Dove World Outreach Center di Gainsville ha indetto una Giornata internazionale di rogo del Corano. I promotori rappresentano una delle tante piccole denominazioni cristiane di impronta carismatica che fioriscono negli Stati Uniti all’interno della galassia evangelica. Si presentano come un gruppo militante, fondato nel 1986, che propugna idee chiare e nette in campo etico e teologico. Una di queste è: «Qualunque religione professi qualcosa di diverso da questa verità (Gesù Cristo via, verità e vita, ndr.) viene dal demonio». Dunque anche l’islam – sostengono i pastori Terry e Sylvia Jones, responsabili di questa "Chiesa" che ovviamente pubblicizza la sua iniziativa anche via internet – è d’origine demoniaca ed è giusto onorare le vittime degli attentati dell’11 settembre 2001 dando alle fiamme copie del Corano.

In Indonesia, ai primi di agosto, l’arcivescovo cattolico di Pontianak, monsignor Hieronymus Herculanus Bumbun, ha denunciato l’iniziativa perché potrebbe suscitare violenze e reazioni contro i cristiani non solo nel suo Paese ma anche nelle altre nazioni d’Asia e Africa in cui vivono forti comunità islamiche. Secondo Uca news, l’arcivescovo cappuccino s’è anche detto convinto che i sentimenti espressi dal Centro di Gainsville non rappresentino quelli della maggioranza degli statunitensi e ha invitato il Governo di Washington a intervenire.

Un appello che è stato fatto proprio anche da un coordinamento di rappresentanti delle comunità cattolica, protestante, confuciana, induista e musulmana d’Indonesia. In una conferenza stampa convocata il 4 agosto, i leader religiosi hanno chiesto di poter incontrare l’ambasciatore statunitense e ribadito l’opportunità di un intervento di censura del Governo americano. «Condanniamo», hanno dichiarato, «i propositi del Dove World Outreach Center e chiediamo a quella Chiesa di ritirare immediatamente il proprio annuncio e di disdire il suo ignobile intento, che suona oltraggioso verso le altre religioni».

Giampiero Sandionigi

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