
Chiara Luce, santità
bambina
di
Antonio Tarzia
«Lasciate
che i bambini vengano a me» è il dolcissimo invito che Gesù rivolge
ai più piccoli e che i Vangeli sinottici annotano quasi con le stesse
parole (Mt 19,14; Mc 10,14; Lc 18,16). Con puntuale generosità i
bambini hanno subito risposto alla chiamata d’elezione giocando con
il Signore in fedeltà, riconoscendolo e testimoniando la sua
divinità. Dopo il coro degli innocenti di Betlemme, a cui la
crudeltà di Erode aveva solo permesso qualche sorriso e un grido
straziato, altri martiri hanno colorato di rosso sangue la storia del
cristianesimo: dalla vergine Agnese al giovane Pancrazio, a Tarcisio
fanciullo martire dell’Eucaristia. Più vicino a noi, Maria Goretti,
Antonia Mesina, fino ai 18 bambini di Nagasaki, beatificati nel gruppo
dei 188 martiri giapponesi il 24 novembre del 2008. C’è chi si
domanda se un minore è capace di adesione totale a Cristo e se i suoi
atti possono essere riconosciuti come atti d’amore e seme di
santità. La Chiesa, riconoscendo la santità come un dono di Dio più
che merito dell’agire umano, ha risposto a questa domanda
canonizzando bambini e adolescenti: da Agnese di Baviera, morta a
sette anni nel 1352, a Domenico Savio, discepolo di don Bosco. Ha
beatificato la tredicenne cilena Laura Vicuña e i veggenti di Fatima
Francisco e Jacinta.
Il
prossimo 25 settembre, presso il santuario del Divino Amore a Roma,
sarà beatificata la giovane Chiara Badano di Sassello, che la Serva
di Dio Chiara Lubich aveva profeticamente "battezzato"
Chiara Luce.
Esempio
di santità feriale, Chiara è vissuta diciotto anni in famiglia,
nella più serena semplicità dei suoi doveri quotidiani. Studio,
viaggi, affetti e amicizie; tennis, nuoto e qualche passeggiata con
papà Ruggero a raccogliere funghi. La sua felicità è l’amicizia
lieta e profonda con la compagnia dei gruppi Gen in cui si è inserita
e l’unione profonda e religiosamente motivata con i genitori. All’inizio
dei sedici anni una malattia terribile la invade fiaccando il suo
fisico: sarcoma osteogenico con metastasi. I dolori sono terribili ma
lei rifiuta la morfina offerta dai medici: «Toglie la lucidità e io
posso offrire a Gesù solo il dolore. Mi è rimasto solo questo. Se
non sono lucida, che senso ha la mia vita?».
Mentre
è ricoverata all’ospedale di Torino capita a far visita il
cardinale Saldarini che, guardandola, ammirato le chiede: «Hai una
luce meravigliosa negli occhi. Come fai?». E lei, dopo un momento di
incertezza dovuto alla timidezza, gli risponde: «Cerco di amare Gesù»
(Michele Zanzucchi, Io ho tutto. I diciotto anni di Chiara Luce,
Città Nuova, 2010, p. 34-35).
Chiara
Luce si prepara al grande viaggio leggendo le meditazioni della sua
"amica" Chiara Lubich. Un giorno riceve un mazzo di
roselline dalle compagne Gen e commenta: «Che belle, proprio adatte
per un matrimonio». Lo sposo arriva il giorno dopo, domenica 7
ottobre 1990, e oggi la Chiesa ne dà notizia.
Antonio Tarzia
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