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REPORTAGE
- GEORGIA Tra
le spine della Rivoluzione delle
Rose
di Serena Sartini
Indipendente
dal 1991, la Georgia ha conosciuto un certo grado di sviluppo e un’apertura
al mondo impensabili ai tempi dell’Urss. Anche le Chiese sono rinate,
a cominciare da quella ortodossa. Però i particolarismi religiosi e il
nazionalismo hanno insanguinato l’area. E le ferite aperte dell’Ossezia
e dell’Abkhazia creano ancora oggi una pericolosa instabilità in
tutto il Caucaso.
Nella
piazza Sioni, nel cuore del centro storico di Tbilisi, si mescolano la
croce della chiesa cattolica, la residenza del patriarcato ortodosso, i
minareti della moschea, la chiesa armena e la sinagoga. È una
fotografia impressionante, difficile da scattare, simbolo della
convivenza e della tolleranza religiosa che segna marcatamente l’identità
della Georgia, crocevia e ponte tra Europa e Asia, dove si incrociano
influenze turche, russe e persiane. Un Paese in forte rinascita,
soprattutto dopo la "Rivoluzione delle Rose" del 2003 che ha
portato al potere il filo-occidentale Michael Saakashvili. Un Paese che
guarda con attenzione e con speranza all’Unione europea, ma la cui
stabilità interna continua a essere minata dalle tensioni in Abkhazia e
in Ossezia del Sud, regioni autoproclamatisi indipendenti dopo la caduta
dell’Unione Sovietica. Il Caucaso meridionale, infatti, è una terra
insanguinata dai conflitti del 1992-1993, che ha visto scontrarsi
Georgia da una parte e Russia dall’altra, e, più recentemente, nell’agosto
del 2008, dalla guerra tra Ossezia del Sud (ancora una volta appoggiata
da Mosca) e Georgia, che rivendica l’appartenenza della regione al
territorio georgiano.
Per
entrare in Georgia, arrivando dall’Azerbaijan, occorre attraversare a
piedi un piccolissimo lembo di terra, solo 300 metri di strada, che
separa i due Paesi. Per gli europei, il confine è un ricordo lontano.
In Caucaso, invece, le frontiere sono ancora vive. Nella "terra di
nessuno", poco prima di mettere piede sul suolo georgiano,
sventolano tre bandiere: la croce di San Giorgio, rossa su sfondo
bianco, quella dell’Unione europea, auspicio per l’ex Paese
sovietico di un futuro ingresso nell’Ue, e quella del Ministero degli
affari interni.
I militari ci accolgono con un sorriso e un benevolo «Welcome in
Georgia». Ma ai sentimenti di accoglienza (per i quali il popolo
georgiano è famoso nell’area caucasica) si accompagna un sensazione
di timore: i controlli sono rigorosissimi; i passaporti passano di mano
in mano; i militari squadrano gli stranieri, le valigie vengono aperte.
Passano alcune ore prima di poter entrare. E per i cittadini russi l’attesa
è ancora più lunga. Al di là del confine, il primo paesino georgiano
è Matsimi. Ma, ancora prima, c’è un piccolo bar, preso d’assalto
da quei pochi viandanti che riescono a oltrepassare la linea di
separazione, dove ci si può ristorare bevendo «piva», la birra
locale, e assaporando il «khagiapuri», una tipica focaccia al
formaggio che non manca mai sulle tavole georgiane.
Indipendente dal 1991, il Paese vanta una delle Chiese ortodosse più
antiche del mondo. Qui, d’altronde, oltre l’80% della popolazione è
di fede ortodossa, quasi il 10% è musulmano, mentre solo una
piccolissima minoranza è cattolica. La tolleranza appare la carta
vincente di un Paese con una forte identità culturale e religiosa. Ne
è testimonianza la vicenda che segna il seminario cattolico di Tbilisi:
interamente ricostruito dopo la guerra del ’92-’93, oggi vi
convivono studenti e docenti musulmani, ortodossi, protestanti e
cattolici. Tuttavia, in Georgia il dialogo ecumenico è una strada
difficile da percorrere. Così come lo è quello fra le stesse Chiese
ortodosse di Tbilisi, Sukhumi (Abkhazia) e Mosca, divise in seguito ai
conflitti degli ultimi vent’anni. Tensioni che si manifestano
soprattutto sul piano teologico e tra i vertici delle Chiese, ma che non
si rispecchiano affatto nella realtà quotidiana della popolazione,
decisamente più permeata da uno spirito di tolleranza.
Per comprendere fino in fondo il quadro religioso del Paese, una
visita al patriarcato ortodosso di Tbilisi, sulla via Erekle II, non
può mancare. Un bellissimo giardino fiorito accoglie i pellegrini all’ingresso.
Poi ecco la chiesa che svetta tra le vie strette della città vecchia. L’influenza
della Chiesa ortodossa sulle questioni politiche e sociali dello Stato
non può sfuggire. Il vescovo Gherasme, responsabile delle relazioni
esterne del patriarcato e braccio destro del patriarca Ilia, sottolinea
l’importante ruolo delle Chiese, ma anche la necessità di un appoggio
politico: «Per arrivare a una soluzione dei conflitti non basta la
fede. Il mondo politico deve fare i suoi passi».

La festa della bandiera a Sukhumi,
capitale dell’Abkhazia
(foto Y. Ivaschenko/AP/La Presse).
La
comunità cattolica, invece, è una piccola minoranza, composta da circa
50 mila fedeli, divisi in tre riti: latino, caldeo e armeno. Monsignor
Giuseppe Pasotto, il vescovo che risiede a Tbilisi e che da 14 anni
riveste l’incarico di amministratore apostolico del Caucaso per i
Latini, descrive così la rinascita della Chiesa cattolica, all’indomani
del crollo dell’Urss: «Il grosso lavoro è stato quello di ripartire
da zero. Dopo la caduta del Muro di Berlino, ricordo che andavamo nei
villaggi a insegnare persino il segno della croce. Abbiamo dovuto
riprendere in mano tutto, dalla formazione dei catechisti, alla vita
delle piccole comunità, fino all’aspetto caritativo».
Sei ore di autobus separano Tbilisi dalla «red line» che
porta in Abkhazia. Un lungo tragitto tra le colline e le aree montagnose
della Georgia. Poco prima di quel check-point c’è Gori, una cittadina
interamente distrutta nel 2008 con l’esplodere della guerra in Ossezia
del Sud: un fazzoletto di terra impregnato dal sangue di conflitti che
intrecciano questioni politiche a interessi economici e che chiamano in
causa la «terza parte». Così la chiamano, la Russia, gli abitanti di
Gori, paese natale di Stalin.
Davit
è un anziano signore di 70 anni. In uno stretto georgiano racconta i
momenti dei bombardamenti e la sfilata dei carri armati russi: «Ho
visto morire tanta gente davanti ai miei occhi. Volevamo cercare di
aiutare qualcuno, ma siamo stati costretti a fuggire. Donne e bambini,
persone innocenti che non hanno nulla a che fare con la politica
georgiana o russa, sono state ammazzate. Hanno bombardato tutta la
città: i palazzi, le scuole, gli edifici pubblici». Anche Marina, una
signora di mezza età, ricorda bene quei giorni tristissimi: «È stato
terribile», dice. «Abbiamo sentito il rumore degli aerei e abbiamo
subito capito che era la guerra. Con i miei due figli mi sono rifugiata
nel piano sotterraneo, siamo rimasti chiusi là per qualche giorno. Se
sono preoccupata che accada di nuovo? Sì, abbiamo tanta paura di
rivivere quei momenti. Adesso la situazione è più tranquilla, ma ho
ugualmente terrore che succeda di nuovo».
Poco dopo Gori si arriva a Zugdidi: è l’ultimo paesino prima di
entrare in Abkhazia. Per oltrepassare la «red line» occorre
percorrere quasi un chilometro a piedi, passando per il ponte sul fiume
Enguri. In questa "terra di nessuno" ci sono tre check-point:
i primi due sono georgiani, l’ultimo è abkhazo. Lungo la strada si
sente solamente il rumore dei passi di quei pochi stranieri ostinati che
riescono ad andare «al di là del ponte». Non è cosa facile: nemmeno
la Caritas georgiana riesce a mandare aiuti a Sukhumi. Un piccolo
carretto, condotto da asinelli, fa da sponda da una parte all’altra
del ponte, trasportando le valigie dei passeggeri. È un percorso a zig
zag per scansare le buche della strada dissestata. Arrivati al
check-point, i militari georgiani osservano con attenzione i passaporti.
Arrivati
di là dal ponte, si respira subito aria di indipendenza: sventola la
bandiera abkhaza, che raffigura una mano aperta su sfondo rosso, segno
di un popolo che per anni ha visto scorrere il sangue dei conflitti. Le
strade sono abbandonate e tortuose, nessun segnale di ricostruzione per
decine di chilometri. L’Abkhazia è il Paese dell’anima. Lo spirito
identitario è fortissimo. Il 23 luglio, nella piazza principale di
Sukhumi, che affaccia sulle splendide coste del Mar Nero, c’è una
grande festa con danze e musiche tradizionali. «Cosa succede?»,
domando. «È la festa della bandiera», mi rispondono con un po’ di
sorpresa, per l’ingenuità della domanda. Il 23 luglio 1992, infatti,
l’Abkhazia ha adottato la sua bandiera nazionale. Ed è festa fino a
notte fonda.

Distribuzione di generi alimentari ai
profughi georgiani provenienti
dall’Ossezia del Sud (foto S. Ponomarev/AP/La
Presse).
Il Primo ministro de facto, Sergei Shamba, si fa portavoce dei
sentimenti del suo popolo: «Noi abkhazi ci sentiamo parte dell’Europa.
Con la guerra del 1992-1993 abbiamo perso tante vite umane, ma con l’indipendenza
siamo diventati liberi, anche se il blocco di tutto il mondo ci
distrugge: è un blocco totale, informativo, economico. Due anni fa,
quando la Russia ha riconosciuto l’Abkhazia, è cambiata la nostra
situazione e si è aperta anche a noi la porta al mondo. La nostra
politica estera è di essere aperti a tutti e di collaborare con tutti».
E le prospettive future di pace? «Con il riconoscimento della Russia la
situazione nella regione è mutata radicalmente. La Georgia non
interviene più come prima. Noi non vogliamo la guerra, ma i georgiani
devono accettare questa situazione».
Nell’ingresso
della Sukhum University c’è una lapide: sopra ci sono incisi i
nomi di 94 studenti che sono morti durante la guerra. Un minuto di
silenzio è doveroso per rendere omaggio alle vittime. Eliko, 23 anni,
è originaria di Sukhumi, ma con la famiglia è stata sfollata dopo la
guerra del ’92-’93. Ora studia all’Università di Tbilisi. Per 15
anni non è mai potuta tornare nella sua città di origine. Ed è stata
costretta a vivere in campi profughi. «La mia famiglia», dice, «si è
trasferita quando avevo 6 anni. In seguito alla guerra ho dovuto
cambiare tante scuole e diverse città. Dopo qualche anno sono ritornata
in Abkhazia, ma poi ci sono stati di nuovo problemi e conflitti e siamo
stati mandati via per la seconda volta. Certamente, si sono commessi
degli sbagli, sia da parte georgiana che da quella abkhaza, ma non siamo
stati i soli a commettere degli errori. Siamo stati e – rimaniamo
ancora oggi – vittime dei giochi geo-politici della Russia».
Continuando il cammino alla scoperta di Sukhumi, arriviamo alla
chiesa cattolica di San Simone Cananeo. È l’unica parrocchia in tutta
la regione. Qui la comunità cattolica è davvero piccola: in tutto, un’ottantina
i fedeli. Il parroco, padre Gerzy Pilus, racconta i momenti terribili
della guerra: «Hanno distrutto tutte le chiese, ucciso sacerdoti e
religiosi. È stato terribile. Poi, dopo il conflitto del 2008, la
comunità cattolica in questa regione è stata lasciata sola,
abbandonata a sé stessa. Ma la nostra presenza è fondamentale. Qui c’è
bisogno della presenza della Chiesa cattolica. La nostra è una
testimonianza importante e confido nel ruolo dei laici. Senza di loro
non c’è futuro».
Serena Sartini
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Monsignor Pasotto: ecumenismo
in difficoltà
Il
dialogo ecumenico, i rapporti con le autorità politiche, la
ricostruzione dopo la guerra del 2008. Monsignor Giuseppe
Pasotto, religioso stimmatino originario della provincia di
Verona, da 14 anni amministratore apostolico del Caucaso dei
Latini, parla a ruota libera, toccando tutti i temi, anche
quelli spinosi, per cercare di spiegarci le sofferenze del
popolo georgiano e le speranze di una Chiesa in cammino.
- Come è cambiata la situazione dopo il conflitto del 2008?
«Fortunatamente,
la comunità cattolica non ha subito gravi ripercussioni. Per i
georgiani, invece, è stato un duro colpo alla speranza e alla
fiducia che stavano piano piano costruendo. Si sono ritrovati
più impoveriti e più isolati, lasciati soli dalla comunità
internazionale, ma soprattutto con porzioni di territorio in
meno, in seguito alla perdita dell’Abkhazia e dell’Ossezia».

Monsignor Pasotto (foto G. Giuliani/Periodici San
Paolo).
- Quali i risvolti politici?
«Dietro a tutte queste divisioni, ci sono interessi politici
ed economici. Per questo mi sento di dire che la responsabilità
non è solo della Georgia, ma della comunità internazionale,
che deve accompagnare il cammino di questo territorio. I
georgiani, abbandonati a loro stessi, non ce la fanno. Il popolo
è infatti rimasto deluso, perché pensava di essere
maggiormente sostenuto nella fatica e nella difficoltà. E la
popolazione è solo vittima degli interessi geopolitici dei vari
Stati coinvolti».
- Come è la situazione del dialogo ecumenico?
«Il dialogo con le altre confessioni procede. Quello con gli
ortodossi, invece, è difficile, molto difficile. La Georgia è
uno dei Paesi dove è più faticoso il cammino ecumenico. Ci
sono alcuni aspetti in cui l’incontro è più facile. In
altri, invece, la comunione è ancora lontana. Ad esempio, su
aspetti più concreti, come l’aiuto alle popolazioni più
deboli, l’incontro tra le due Chiese è più semplice. Mentre
su aspetti più teologici, le posizioni sono distanti. Quando è
venuto in Georgia Giovanni Paolo II, nel 1999, ad esempio, non c’è
stata neppure una preghiera comune con gli ortodossi. E sul
piano giuridico, c’è un riconoscimento de facto della Chiesa
cattolica, ma effettivamente non siamo riconosciuti. Come Chiesa
siamo impegnati sul fronte del dialogo ecumenico e
interreligioso: periodicamente ci ritroviamo con altri vescovi e
con le guide religiose di ebrei e musulmani. Tuttavia, a questi
incontri non partecipano gli ortodossi. Le difficoltà ci sono,
insomma, ma occorre aver pazienza e credere che la comunione è
il sogno che Gesù ha per questa umanità».
- Oggi come sono le relazioni con le autorità politiche?
«Lo "sposalizio" tra Chiesa ortodossa e Stato è
molto forte. Qui l’indipendenza tra le due sfere, religiosa e
politica, è cosa difficile. Lo Stato ripone grande fiducia
nella Chiesa, che è così potente da intervenire su ogni
faccenda politica. La Chiesa cattolica invece non è
riconosciuta ufficialmente, ma i rapporti con le autorità sono
buoni».
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| Una
"Rondine" tra i conflitti del Caucaso
«Un
Caucaso in pace»: è il sogno dei giovani dello Studentato
Internazionale di Rondine – Cittadella della Pace, piccolo
borgo medievale vicino Arezzo che ogni anno ospita studenti
provenienti da diverse aree di conflitto (Medio Oriente, Balcani,
Africa). Un’esperienza che si fonda sulla convivenza
quotidiana e sul dialogo come unica risposta alla guerra.
È la diplomazia popolare, che parte dal basso, dalla forza
dei giovani, la risposta che Rondine offre come strumento
alternativo alla diplomazia ufficiale per risolvere situazioni d’impasse
in molte aree del mondo. Non è pura ideologia. Sono storie e
vite. Sono gesti concreti. Come il "Viaggio di
Amicizia" nel Caucaso del Sud e in Turchia, realizzato da
una delegazione di Rondine, composta dal presidente Franco
Vaccari e da alcuni giovani studenti: israeliani, libanesi,
macedoni, ceceni, russi, ingusci, georgiani. Insieme nelle terre
caucasiche piegate da eterni conflitti dimenticati, per dare un
segno di speranza. Insieme per proporre la diplomazia popolare
ai vertici politici, istituzionali, accademici e religiosi.
Dal Mar Caspio al Mar Nero, dunque, per gettare ponti: l’avventura
è partita da Baku, in Azerbaijan, per concludersi a Istanbul.
In mezzo ci sono state la Georgia, l’Abkhazia, l’Armenia. I
conflitti spesso dimenticati del Nagorno Karabach, regione
contesa tra Azerbaijan e Armenia, e quelli dell’Abkhazia e
dell’Ossezia del Sud, sono stati al centro dei pensieri della
delegazione.
L’attraversamento della "red line" in Abkhazia è
stato il risultato più ambizioso raggiunto dalla Cittadella
della Pace. Per la prima volta dopo la guerra del 2008, infatti,
un gruppo così numeroso e così variegato ha oltrepassato –
con il consenso delle autorità di entrambe le parti – l’invalicabile
linea rossa che attualmente separa l’Abkhazia dal resto della
Georgia. L’abbraccio tra Davit, 27 anni, georgiano sfollato
dall’Abkhazia, e Kan, 23 anni di Sukhumi, entrambi studenti a
Rondine, davanti al check-point militare del territorio conteso
è l’immagine che rappresenta il senso della missione della
Cittadella della Pace in Abkhazia. «Emozioni e azioni concrete
hanno caratterizzato questo viaggio che rafforza la credibilità
di Rondine in tutto il Caucaso», ha detto il presidente Franco
Vaccari, «ponendo all’attenzione della pubblica opinione il
"Documento in 14 punti per la pace nel Caucaso" come
strumento praticabile fin da subito, per nuovi gesti di dialogo
e di convivenza pacifica». Terminato il viaggio, non finiscono
i propositi della delegazione: «Tutto inizia ora, inizia dai
nostri gesti quotidiani. L’amicizia è la risposta a tutte le
guerre», dice Gay, israeliano, studente di Rondine. La sua
migliore amica? Una giovane libanese della Cittadella della
Pace. Sono fatti. Non è ideologia. |
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