Contattaci

  


UN’INIZIATIVA DI JESUS - CALENDARIO INTERRELIGIOSO

I tempi dell’Eterno
di
Giovanni Ferrò
  

I giorni del dialogo 2011: si intitola così il calendario interreligioso, con le festività cristiane, ebraiche e musulmane, che i lettori di Jesus troveranno in allegato al numero di ottobre. Per il secondo anno consecutivo, dunque, un’iniziativa "ecumenica" voluta dalla nostra redazione insieme con il Monastero di Bose. Ce ne parla, in questa intervista, il priore della Comunità, Enzo Bianchi.
   

«Insegnaci a contare i nostri giorni», dice il Salmo numero 90. Implorazione tutt’altro che banale, quella del salmista, se si considera che nel corso della storia persino il calcolo del tempo, e dunque la fissazione dei calendari liturgici, è stato pretesto di polemiche religiose, controversie teologiche, piccoli e grandi scismi. Basti considerare un dato macroscopico: l’anno che verrà, per i cristiani e per la cultura occidentale (che ha imposto un po’ ovunque questo tipo di conteggio), porta la data 2011.

Un prete copto nella sua chiesa di Milano.
Un prete copto nella sua chiesa di Milano
(foto A. Curto).

Il calcolo – pare quasi scontato ricordarlo – viene fatto a partire dall’anno in cui, secondo la tradizione, avvenne la nascita di Gesù. Non così avviene nel giudaismo e nell’islam: il 29 settembre 2011, gli ebrei festeggeranno il capodanno (Rosh ha-Shanah) dell’anno 5772; il 27 novembre, invece, i musulmani celebrano l’ingresso (1 Muharram) nell’anno 1433. I primi contano il tempo a far data da un punto zero che ritengono essere il giorno della biblica creazione del mondo; i secondi partono dall’anno in cui fu compiuta l’Egira (per noi, il 622 d.C.), cioè l’emigrazione del profeta dalla Mecca a Medina.

Il senso di straniamento che queste considerazioni potrebbero provocare in ogni buon cristiano è sicuramente benefico. Perché, se per le religioni come per Einstein, il tempo è relativo, allora conoscere e capire i tempi "altrui" è il primo gesto di un incontro tra credenti che oggi non vivono più in continenti lontani, separati e chiusi in sé stessi, ma gomito a gomito, uno a fianco dell’altro, non soltanto "vicini", ma evangelicamente "prossimi". Per questo motivo, anche quest’anno, in allegato con il numero di ottobre, Jesus offrirà ai suoi lettori un calendario interreligioso con le festività cristiane, ebraiche e musulmane: I giorni del dialogo 2011. E come l’anno scorso, anche questa volta l’iniziativa è stata voluta, promossa e realizzata dalla redazione del nostro mensile insieme con il Monastero di Bose. Ne abbiamo parlato con il priore della Comunità, Enzo Bianchi. Di seguito, l’intervista.

Preghiera in moschea durante il mese di Ramadan.
Preghiera in moschea durante il mese di Ramadan

(foto M. Muheisen/
AP/La Presse).

  • Sin dagli albori, l’homo religiosus ha scandito il suo rapporto con il divino, segnando il tempo: marcando i giorni del "sacro" e distinguendoli da quelli "profani". Celebrare la festività, intesa come un tempo "altro" dalla quotidiana ferialità: che senso antropologico e spirituale ha tutto questo? E perché avviene così, praticamente in tutte le fedi?

«Mircea Eliade osservava che "tutti i rituali hanno la capacità di svolgersi adesso, all’istante". Segnando la festa, l’essere umano rende presente l’evento che commemora, anche quando è avvenuto in un tempo remoto. D’altro canto, l’alternarsi del giorno e della notte, così come il succedersi delle fasi della luna hanno da sempre aiutato l’umanità a dare un senso al succedersi dei tempi. Il calendario è lo strumento che unisce queste due esigenze: fare memoria degli eventi passati cogliendo il quotidiano in una dimensione di continuo presente e, al contempo, segnare lo stacco, l’eccezionalità, il nuovo inizio che un evento rappresenta rispetto al ciclico ripetersi delle stagioni».

  • Il giorno di festa settimanale per gli ebrei è il sabato, per i cristiani la domenica, per i musulmani il venerdì. Da dove derivano queste differenze? Affondano nelle Scritture Sacre di ciascuna comunità di fede? Oppure da interpretazioni diverse di uno stesso testo?

«Le loro origini si estendono su un arco di tempo di circa un millennio e sono in un certo senso legate tra loro. L’istituzione del "sabato" come giorno di festa e di riposo è la più antica per il popolo ebraico e trova il suo fondamento nel racconto della Genesi: "Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato (letteralmente: aveva fatto shabbat) da ogni lavoro che egli aveva fatto creando" (Gen 2,2-3). Per questo il Decalogo stabilisce: "Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato" (Gen 20,8-11). I cristiani riprendono questo comandamento fissando il loro giorno festivo alla domenica (Dominica die, "giorno del Signore") come celebrazione della risurrezione di Gesù Cristo dai morti, avvenuta – secondo la testimonianza dei Vangeli – al mattino del "primo giorno della settimana" ebraica, cioè del giorno successivo al sabato. Un hadith del Profeta Muhammad motiva la scelta del venerdì per i musulmani: "Loro (ebrei e cristiani) si sono divisi sul giorno che gli era stato imposto, mentre noi siamo stati guidati da Dio. Così gli altri vengono dopo di noi: all’indomani gli ebrei e il giorno dopo ancora i cristiani"».

Pellegrini ortodossi nella chiesa della Natività, a Betlemme, in occasione delle festività natalizie.
Pellegrini ortodossi nella chiesa della Natività, a Betlemme,
in occasione delle festività natalizie
(foto M. Muheisen/
AP/La Presse).
  

  • L’ebraismo e l’islam sono considerate religioni basate sulla «ortoprassi», cioè su una osservanza corretta di una serie di precetti. Al contrario, il cristianesimo è definito una religione della «ortodossia», cioè basata su una corretta credenza di concetti e dogmi. Che cosa implica questa differenza nel modo di vivere il calendario e di interpretare il tempo di festa?

«In realtà anche il cristianesimo ha sempre tenuto a sottolineare la necessaria coerenza tra ortodossia e ortoprassi, ispirandosi all’insegnamento stesso di Gesù, che così ammoniva i suoi discepoli mettendoli in guardia dal comportarsi come gli uomini religiosi del suo tempo: "Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno" (Mt 23,3). I "precetti", nell’ebraismo come nel cristianesimo e anche nell’islam, sono visti come opportunità offerte all’uomo per comportarsi secondo la volontà di Dio in ogni vicenda della vita, anche in quelle più ordinarie e quotidiane. In questo senso anche il rispetto del calendario e dei giorni festivi è un modo per riportare la vita di ogni giorno sotto la sovranità di Dio, per proclamare la signoria di Dio sugli eventi e sulla storia».

  • Anche tra le confessioni cristiane, talvolta, i calendari sono diversi. Così che la medesima festa viene celebrata in date diverse. Per quali motivi "tecnici" avviene tutto ciò? È una conseguenza delle divisioni teologiche del passato? E quanto peso ha, tutto ciò, nel rendere complicato oggi un riavvicinamento ecumenico?

«Le principali differenze di calendario tra i cristiani derivano dal diverso metodo adottato per il calcolo della data della Pasqua, che determina l’intero anno liturgico. Eventi storici, figure di santità, comprensioni diverse su alcuni aspetti del messaggio evangelico hanno poi prodotto ulteriori differenziazioni. Per una felice coincidenza nell’anno 2011, per la seconda volta consecutiva, tutti i cristiani celebrano la Pasqua in uno stesso giorno: da molte parti ci si augura che le differenze di calendario che hanno tribolato le Chiese nei secoli scorsi – provocando anche lacerazioni all’interno delle singole confessioni – possano essere ricomposte per una testimonianza comune, anche nella data, resa all’evento salvifico risurrezione di Cristo».

Donne musulmane a Srinagar, in India, nel giorno di Id al-Fitr, che conclude il mese di Ramadan.
Donne musulmane a Srinagar, in India, nel giorno di Id al-Fitr,
che conclude il mese di Ramadan
(foto D. Yasin/AP/La Presse).

  • Si dice sempre, correttamente, che il primo passo del dialogo – ecumenico o interreligioso che sia – è la reciproca conoscenza. Anche fare memoria comune delle rispettive festività e dei diversi tempi liturgici è, dunque, un’«azione» ecumenica?

«Conoscere quando e perché "l’altro" è in festa favorisce senz’altro il dialogo. Se non so cosa fa soffrire o gioire il mio prossimo, se ignoro il motivo e le circostanze che rallegrano chi mi sta accanto, se trascuro il ricordo degli eventi che lo hanno amareggiato, come posso essere disposto a dialogare in profondità, a capire ciò che davvero gli arde nel cuore?».

Giovanni Ferrò

Jesus n. 9 settembre 2010 - Home Page