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Dossier:
Matteo
Ricci 400 anni dopoIl
Mandarino cristiano
di Davide Magni
Umanista e scienziato, il missionario gesuita si fece «cinese tra i
cinesi» e, con il suo stile fatto di dialogo e amicizia, fu in grado di
aprire le porte del Celeste Impero al cristianesimo. Semidimenticato per
molti anni, oggi il religioso di Macerata è al centro di una vasta
serie di celebrazioni che ne esaltano le intuizioni profetiche. Ma qual
è oggi la realtà della Chiesa cattolica in Cina? Quali i problemi e le
sfide? E chi si occupa della comunità cattolica cinese che risiede in
Italia?
Scrivendo di sé,
nell’opera Paradoxe (1608), Matteo Ricci si definisce come un
uomo eccentrico: un uomo animato dall’entusiasmo di conoscere e che,
allo stesso tempo, stimola interesse e curiosità nei suoi confronti. A
distanza di quattro secoli dalla morte, questa sua autopresentazione
rimane tuttora valida. Affascinati dalla sua figura, non finiamo di
riconoscere l’attualità di uno stile di evangelizzazione, che rende
il missionario gesuita un paradigma adeguato a rispondere alle istanze
dell’annuncio del Vangelo del nostro tempo. Infatti, l’attuale
contesto multietnico e multiculturale impone il dialogo tra le religioni
e le culture quale esigenza prioritaria. Primo fra tutti, Ricci
interpretò con intelligenza e umiltà la via dell’inculturazione.
Imparò e insegnò a riconoscere le potenzialità intrinseche a ogni
civiltà e così valorizzare ogni elemento di bene che vi si trova;
senza perdere nulla ma, al contrario, portando tutto a compimento. Tale
atteggiamento fu subito apprezzato dai cinesi con i quali il missionario
gesuita entrò in profondissima comunione, al punto da divenire uno dei
pochi occidentali degni di venerazione e rispetto elevatissimo.

Un prete benedice la statua di Matteo
Ricci posta davanti
alla cattedrale di Pechino (foto
N. H. Guan/AP /La Presse).
Significativamente si intitola Dell’amicizia la prima opera
in cinese composta da Matteo Ricci (Nanchang 1595). Per mezzo di essa,
presentando in 100 sentenze tratte dai classici antichi il pensiero dell’Occidente
sull’amicizia, Ricci intendeva mostrare che la civiltà cinese e
quella europea coincidevano su temi fondamentali. L’opera stupì la
Cina e conobbe un grande successo: Ricci aveva compreso che la sua
missione e il tentativo di accendere il dialogo tra Oriente e Occidente
potevano costruirsi unicamente sul saldo fondamento della conoscenza
reciproca e dell’umana amicizia. Come afferma il padre Adolfo Nicolás,
superiore generale della Compagnia di Gesù: «L’amicizia è lo stile,
quella maniera di abitare il mondo che modella, cambia, rinnova lo
stesso mondo. Matteo Ricci comprende che è al confucianesimo più
antico che deve fare riferimento se vuole riuscire a comunicare il
Vangelo in un contesto così lontano nello spazio e nello stile quale il
Paese di Mezzo. Divenendo innanzitutto amico, egli stesso cambia,
cresce, diventa in maniera più consapevole servitore di quel Cristo che
è l’Amico di ogni uomo, l’Amico che si è incarnato nella vita di
ogni uomo. Anche Matteo Ricci è stato modellato dall’incontro con i
cinesi».
Il missionario che giungeva in Cina era portatore di una cultura
millenaria. La trasmissione di questo patrimonio a un mondo totalmente
estraneo era possibile solo attraverso un grande rispetto della cultura
del luogo. Ricci imparò a dialogare con quegli aspetti che sapeva
essere comprensibili per gli altri. Per sostenere le tesi teologiche
cristiane, riuscì a utilizzare le dottrine classiche confuciane.
Facendo così arrivare il messaggio cristiano al cuore della cultura
cinese; mostrando l’universalità del messaggio evangelico che non è
prerogativa di nessuna cultura, tanto meno di quella occidentale. Ricci
si lasciò istruire dalla cultura cinese entrandovi in profondità,
chiedendosi quale fosse la via più feconda per far germogliare i semi
del Vangelo.
Apprese la lingua non solo per parlare il cinese ma principalmente
per ascoltare l’universo cinese. Questo è forse l’aspetto più
originale e innovativo: si pose in ascolto di questa millenaria cultura,
acquisendo tutti gli strumenti per poterlo fare. Dopo esser entrato in
Cina come religioso occidentale, si rese conto che occorreva passare
dall’essere rispettato per quello che era al rispettare, accogliere la
cultura e il popolo dove si trovava. Egli non voleva solo farsi
ascoltare, ma farsi accogliere. La sua capacità di adattamento, la sua
attenzione per la cultura e per le persone ne costituiscono gli
ingredienti. Fu così, perché aveva a lungo studiato il mondo cinese
con un atteggiamento di incondizionata benevolenza, che giunse alla
comprensione che era al confucianesimo più antico che doveva fare
riferimento per riuscire a comunicare il Vangelo. Tuttavia egli non fu
preoccupato principalmente di predicare, ma di incarnare il Vangelo
entrando in relazione con il popolo cinese, perché da questa relazione
amicale potesse germogliare il seme dell’annuncio.

Il Ritratto di Matteo Ricci, opera
di Emmanuele Yu Wen-Hui,
dipinto nel 1610 e conservato alla chiesa del Gesù a Roma.
Matteo
Ricci da sempre riceve l’unanime riconoscimento del suo ruolo di
pioniere dell’incontro tra Cina ed Europa. È quasi dato per scontato
che egli fu il principale tessitore della relazione che avvicinò i due
mondi. Tuttavia, non altrettanto acquisito è il fatto che era un
missionario della Compagnia di Gesù. Per questo motivo tutta la sua
vicenda biografica andrebbe riproposta, compresa la sua formazione
accademica. L’apporto che diede all’allargamento delle conoscenze
matematiche, astronomiche e cartografiche è ampiamente celebrato. Come
figlio del suo tempo, era un umanista venuto dall’Occidente. Per la
cultura dalla quale proveniva, il piano delle scienze umane e delle
scienze della natura hanno costituito il luogo di incontro con la
cultura cinese e il luogo di annuncio. Ma questo mai in modo funzionale
o tattico, seducendo un popolo per annunziare il Vangelo. La cultura,
ovvero le scienze, le lettere, le arti, come la musica sono un locus
theologicus. Ciò significa che il mondo era, ed è, il luogo della
presenza di Dio. Le scienze umane, le scienze della natura e la tecnica
sono le vie attraverso le quali è possibile comprendere l’azione di
Dio nel mondo e nella storia. Lo studio delle arti e delle scienze è
già teologia, perché è contemplazione e presa di consapevolezza della
presenza di Dio. Ciò, del resto, è la caratteristica dello stile
missionario dei gesuiti: aiutare gli uomini a cercare Dio in tutte le
cose. Lo studio delle scienze, così come delle materie umanistiche, non
è affatto una stranezza per menti geniali, quale il Ricci indubbiamente
fu, ma una consequenziale applicazione della spiritualità ignaziana.
Tutto quel che fece, errori inclusi, non può essere adeguatamente
compreso se non lo si colloca nella prospettiva di quella modalità di
vivere il Vangelo che sono Esercizi spirituali di sant’Ignazio.
Questi sono uno stile di vita, ovvero una maniera di abitare il
mondo, che modella, cambia, rinnova lo stesso mondo. L’inizio del
lavoro interiore di questo itinerario pone un presupposto (Presupponendum,
n° 22, Esercizi spirituali): essere disposti a salvare l’affermazione
del prossimo, piuttosto che condannarla. Mettere in moto la propria
intelligenza per scovare quella bellezza e bontà che c’è nell’altrui
esperienza e vicenda. Che l’intuizione ricciana non fosse una novità
assoluta, ma il frutto di una precisa spiritualità, lo si vede anche
dal fatto che il maceratese non fu il primo a giungere in Estremo
Oriente, ma si inserì nel lavoro già intrapreso dai suoi confratelli.
Se Michele Ruggieri è stato colui con il quale ha fondato la prima
comunità in terra cinese, il vero pioniere apostolico è stato
Alessandro Valignano, nato a Chieti nel 1539 e morto a Macao nel 1606,
dove arriva la prima volta nel 1578. Quella che ora chiamiamo inculturazione
ha in Valignano uno dei più acuti promotori. Tuttavia, questa
mentalità non era facilmente comprensibile dai contemporanei.
Soprattutto si scontrava con l’aggressività coloniale la cui
finalità era l’affermazione di interessi politici, economici e
sociali, ben difficilmente conciliabili con l’annuncio del Vangelo.

La mostra sulla Cina ai tempi di
Matteo Ricci allestita in Vaticano
(foto R. De Luca/AP/La
Presse).
La
Cina che conobbe Matteo Ricci vedeva il tramonto della dinastia dei Ming
(1368-1644), avvicendatisi agli Yuan, di stirpe mongola, che dominarono
dal 1280 al 1386, e poi rimpiazzati dai Mancesi. Fu un periodo di
progressivo isolamento con il quale il Celeste Impero si chiuse alle
relazioni con i Paesi stranieri. Questi erano considerati semplicemente
barbari: incolti e ignoranti circa la civiltà cinese, essenza stessa
della civiltà. Una tale opinione sugli stranieri era alquanto
giustificata, date tutte le precedenti esperienze, non particolarmente
positive. Questo fa ancora di più risaltare l’importanza che la
figura di Ricci assume: fu il primo straniero a ricevere l’onore di
essere seppellito in terra cinese, alfiere di coloro che giunsero in
Cina non per conquistare qualcosa, ma per condividere la vita.
Nel
solco dei primi missionari giapponesi, Matteo Ricci e Michele Ruggieri
adottarono i costumi buddhisti, anche se più tardi scoprirono che il
confucianesimo era la religione più incisiva. Portatata in auge dalla
dinastia Ming, è una tradizione religiosa che ben si confà al governo
di un così vasto territorio, articolato in un insieme molto
diversificato di popolazioni. Le altre due componenti della tradizione
cinese, il taoismo e il buddhismo, sono invece ristrette in ambiti
circoscritti e marginali.
Le ragioni della scelta confuciana non erano solo di opportunità
politica: per giungere all’imperatore doveva passare attraverso la
classe dei letterati confuciani che formavano l’amministrazione dello
Stato. Il confucianesimo non presentava un sistema metafisico e una
dottrina dell’aldilà. Rispetto al taoismo e al buddhismo, quindi, non
c’era il pericolo dell’incompatibilità tra i suoi principi e il
cristianesimo. Ricci, inoltre, non considerava il confucianesimo una
religione, ma una dottrina morale e politica. Da qui, la possibilità
per i confuciani di convertirsi al cristianesimo, senza cessare di
essere confuciani. Nulla di contrario al cristianesimo era, infatti,
presente nella dottrina confuciana.
Attualmente gli studiosi riassumono in quattro i punti di contatto
per un dialogo intimo tra confucianesimo e cristianesimo: nella morale,
nei riti in onore di Confucio, in quelli in onore degli antenati e nel
ruolo essenziale che il cristianesimo ha nel contribuire all’ordine e
alla pace dello Stato. Dal punto di vista morale, Confucio è molto
vicino a Seneca. Lo stoicismo, mitigato dalla lettura cristiana,
costituiva un evidente luogo di incontro tra due orizzonti filosofici
affini. Confucio era onorato in quanto uomo eccellente, modello
esemplare di suddito. Per Ricci non poteva essere quindi divinizzato:
non gli si rivolgevano né preghiere né sacrifici. Analogamente, il
culto degli antenati, divenuto distintivo della tradizione cinese, è un
elemento di semplice ed essenziale educazione civica. Ricci non aveva
dubbi a riguardo, anche se questa sua visione non fu condivisa dai suoi
successori. Si tratta dell’infelice controversia dei Riti cinesi,
plurisecolare tormento della missione in terra cinese. La storia, con il
magistero di Pio XII, dimostrerà che il missionario maceratese aveva
ragione: l’8 dicembre 1939, il decreto di Propaganda Fide Plane
compertum, riconobbe il permesso di offrire omaggio rituale a
Confucio e agli antenati. Tuttavia, questo errore di valutazione fu
devastante per la presenza della Chiesa in Cina.

Il famoso Atlas sive cosmographicae
meditationes de fabrica mundi
et fabricati figura di Gerardo Mercatore, conservato alla
Biblioteca comunale Mozzi Borgetti di Macerata.
Come è noto, si è tenuta domenica 24 gennaio nella Cattedrale di
Macerata la prima sessione del Tribunale Diocesano per la causa di
beatificazione di questo gigante dell’evangelizzazione. C’è tra gli
storici chi afferma che il suo passato congelamento fu segno del disagio
nella Chiesa per gli errori di valutazione pastorale che furono
compiuti; è una tesi, e come tale opinabile. Quello che invece è utile
sottolineare è il radicamento nell’esperienza evangelica di tutta l’opera
di Ricci.
Scrive
il padre gesuita Antoni Üçerler, dell’Università di Oxford: «Nella
sua proposta, Ricci elaborò un discorso che non solo era comprensibile
ai cinesi ma anche fondato sulla tradizione e in una terminologia
radicata nella storia del loro pensiero. Questo ottimismo si fondava in
una riflessione sulla realtà della Chiesa primitiva. Se il linguaggio
politeista e pagano delle antiche civiltà della Grecia e di Roma poteva
divenire la lingua nella quale i Vangeli furono scritti e il linguaggio
attraverso il quale i Padri della Chiesa e i Concili formularono la
dottrina cristiana nel primo millennio, doveva anche essere possibile in
principio ritrovare il seme del Vangelo nella "nuova Chiesa
primitiva" in Cina. Qui si vede che ciò che contraddistingue Ricci
come teologo è l’osare d’intraprendere un passo simile all’apostolo
Paolo, che dichiara ai greci dell’Areopago d’Atene di poter
annunciare a loro l’identità del Dio ignoto del Pantheon (Atti 17,
22-24)».
Con la sua attività, Matteo Ricci aprì la strada alla rilettura del
Vangelo in Cinese, che non è semplicemente la traduzione di un testo ma
la sua nuova capacità di esprimere il Vangelo attraverso le categorie
simboliche di questa millenaria cultura. La lingua cinese, si sa, usa
una maniera del tutto peculiare di esprimersi: gli ideogrammi. Non usa l’alfabeto
al quale noi siamo familiari, ma immagini o icone che alludono a un
significato, aprendone al contempo altri possibili. Non si può mai dare
una traduzione unica e per tutti valida di un testo cinese, né si può
fare l’operazione contraria. Verosimilmente due traduttori useranno
caratteri differenti, avendone come equipaggiamento di base più di 25
mila (tanti sono i caratteri recensiti nel recentissimo e
aggiornatissimo Grande Dizionario Ricci della Lingua Cinese curato
dai gesuiti degli Istituti Ricci). Ebbene, la scoperta fatta da Ricci e
dai suoi successori è la capacità di fare una diversa teologia,
ovvero: poter esprimere la propria esperienza di fede e di comprensione
delle narrazioni bibliche, individuando sensi e significati che un
occidentale non può «leggere e scrivere» proprio perché si esprime
in maniera differente. Attraverso lo sguardo di chi scrive con gli
ideogrammi, insomma, si vedono cose ulteriori, si sottolineano sfumature
e significati complementari a quelli intuiti dalle altre culture «alfabetiche».
Questo
è il compimento, ancora atteso, dell’inculturazione: una cultura che
riceve il Vangelo, lo comprende e lo comunica in maniera differente da
un’altra ma, allo stesso tempo, altrettanto vera. Ancor di più se
queste hanno modalità espressive così differenti come quella
visuale-iconografica della Cina o alfabetica dell’Occidente.
Quella che con il Ricci si iniziò a intravedere è l’era dei
credenti cinesi: cristiani che, leggendo il Vangelo con i
"loro" occhi, comunicano a noi quello che con i
"nostri" non potremmo intuire. Indubbiamente, molto in questo
senso deve essere ancora fatto. Non di meno, la comprensione sempre più
approfondita del messaggio evangelico è un arricchimento per tutti:
innanzi tutto dello stesso missionario, che viene a sua volta
evangelizzato.
Davide Magni

Ritratto di Matteo Ricci, di ignoto
del XVI secolo,
conservato ai Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi, a Macerata.
| Matteo
Ricci: tutte le celebrazioni del quarto centenario tra l’Italia
e la Cina
Un
occhio alla Cina e uno all’Italia. L’attenzione all’eredità
del passato e il desiderio di riprodurre nell’oggi le
dinamiche di allora. È questo lo spirito che accompagna tante
manifestazioni organizzate in occasione del quarto centenario
della morte di Matteo Ricci: mostre, conferenze, concerti,
pellegrinaggi e campi scuola, visite guidate a monumenti e
dimore storiche. Gli enti organizzatori sono diversi: dalla
diocesi di Macerata, che ha dato i natali all’illustre
gesuita, alla Compagnia di Gesù. Molte iniziative nascono in
collaborazione tra i diversi enti (www.padrematteoricci.org).
«Ricci è una figura esemplare per aiutarci a riflettere su
alcune dimensioni attuali della nostra missione ma radicate
nella nostra tradizione», dice padre Carlo Casalone,
provinciale d’Italia per la Compagnia. Due le piste indicate
dal gesuita: «L’evangelizzazione comporta un dialogo profondo
e serio con le altre religioni; il servizio della fede non può
non essere svolto in stretto collegamento con la promozione
della giustizia». In riferimento allo stile di evangelizzazione
di Ricci e ai suoi rapporti con la Cina, Casalone aggiunge: «Il
cristianesimo è sempre una ripresa interpretante della cultura
con cui viene in contatto e prende corpo in ogni cultura senza
mai ridursi completamente a nessuna. Non è un fatto di
appartenenza etnica o culturale, ma di chiamata a una
fraternità universale».
L’anno ricciano per i gesuiti d’Italia si è aperto il 23
gennaio, a Milano, dove, alla presenza del padre Adolfo Nicolás,
superiore generale della Compagnia, la Fondazione culturale San
Fedele ha organizzato un convegno, un concerto e una mostra sul
tema Dell’Amicizia. Oriente e Occidente in dialogo. L’altro
appuntamento, dal titolo Rivisitare le origini oggi,
sarà a Roma, in maggio, nei giorni 8-9 e 14-15. I gesuiti
apriranno alcuni "luoghi ignaziani" e metteranno in
mostra dei preziosi reperti solitamente non accessibili al
grande pubblico, accompagnando poi i visitatori in un percorso
guidato – alla chiesa del Gesù, alle camere di Sant’Ignazio,
al Collegio internazionale e al Centro Astalli – dove alcuni
padri impegnati nelle diverse opere e decine di volontari e
operatori laici che affiancano la Compagnia racconteranno la
quotidianità di un’esperienza fatta di studio, preghiera e
servizio ai poveri. Nel mese di aprile, invece, si terrà un
pellegrinaggio giovanile da Loreto a Macerata, organizzato in
collaborazione con la diocesi; e in estate la Lega missionaria
studenti realizzerà alcuni campi di lavoro in Cina, dove sono
presenti alcuni gesuiti. Agire e pensare con i poveri è
il titolo del convegno del Jesuit Social Network che si
terrà dopo l’estate, mentre il Magis, Ong legata alla
Compagnia, realizzerà un nuovo liceo in Albania, a Scutari.
Di taglio prevalentemente culturale le iniziative promosse da
Macerata: oltre la mostra tenuta in Vaticano, la 46ª stagione
lirica di Macerata Opera Festival sarà dedicata a Ricci (www.sferisterio.it).
Durante l’anno saranno inoltre curate pubblicazioni e
traduzioni di una serie di opere del gesuita; in agosto si
terrà un pellegrinaggio diocesano sulla tomba di Ricci, a
Pechino. E in ottobre a Macerata un convegno internazionale di
studi.
vi.pri. |
| Matteo
Ricci in mostra, tra Roma e i Ming
Un
viaggio dalla Roma dei Papi alla corte dei Ming attraverso il
percorso storico e geografico compiuto quattro secoli fa da
Matteo Ricci. Il primo evento che ha aperto le celebrazioni
ricciane in Italia è stata la mostra Ai crinali della
storia. Padre Matteo Ricci (1552-1610) fra Roma e Pechino,
che si è tenuta in Vaticano, al braccio di Carlo Magno, da
ottobre a fine gennaio. E che ha la sua prosecuzione ideale nell’esposizione
Matteo Ricci. L’Europa alla corte dei Ming che è stata
inaugurata in febbraio al Capital Museum di Pechino e che in
questi mesi sta ripercorrendo a ritroso il percorso del gesuita
maceratese, con tappe nei musei di Shanghai, Nanjingh e Macao. A
Shanghai, città natale di Xu Guangqi, mandarino, scienziato e
amico fraterno di Ricci, l’esposizione sarà presente in
maggio, in occasione dell’Expo universale, «come
testimonianza dell’incontro tra Cina e Italia», ha dichiarato
Adriano Ciaffi, presidente del Comitato per le celebrazioni del
centenario.
«Una mostra è un fatto didattico ed emozionale», ha
sottolineato Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani,
introducendo lo spirito dell’esposizione vaticana. Di fatti i
due livelli su cui si è articolato il percorso sulle orme del
Ricci indicano la cesura tra due mondi, espresso anche
attraverso un contrasto cromatico: l’azzurro del Sassoferrato,
pittore marchigiano della Controriforma, accompagna la parte
dedicata alla città dei Papi e del Collegio romano, e il rosso
lacca caratterizza invece la parte sulla Cina dell’Impero di
Mezzo. La mostra e il ricco catalogo giocano a un continuo
rimando tra date e tematiche. Il dipinto di Paolo Veronese La
battaglia di Lepanto apre la sezione italiana insieme al
ritratto di Ricci di Andrea Sacchi. Il 1571, infatti, anno in
cui l’alleanza voluta da Pio V tra le potenze cattoliche
sconfisse la flotta dell’impero ottomano, è l’inizio del
cammino religioso di Ricci, con il suo ingresso nella Compagnia
di Gesù. I ritratti di Ignazio e Francesco Saverio, attribuiti
alla scuola di Van Dyck, ricordano la fondazione dell’Ordine e
le missioni in Oriente. E poi una vasta esposizione di mappe
geografiche e strumenti scientifici testimoniano la tecnologia
astronomica e di misurazione del tempo che Ricci introdusse in
Cina.
Il passaggio alla seconda sezione, La Cina al tempo di
Matteo Ricci, ha tra i suoi pezzi più interessanti la
matrice lignea in caratteri cinesi spedita dal gesuita come
bozza di una lettera che Sisto V avrebbe dovuto inviare all’imperatore
cinese. E poi il vocabolario cinese-portoghese curato da Ricci,
il manoscritto De Amicitia custodito alla British Library
e un imponente altare di Confucio con Buddha compassionevole. L’ultima
stanza racconta come l’inculturazione del messaggio evangelico
abbia prodotto un’arte cinese cristiana: la Madonna con la
corona da imperatrice, un Gesù dagli occhi a mandorla che
chiama a sé i bambini e il ritratto di Ricci, vestito da
mandarino, realizzato dal fratello coadiutore Yu Wen-Hui (Manuel
Pereira), pittore che all’indomani della morte di Ricci
dipinse questo celebre quadro conservato presso la sacrestia
della Chiesa del Gesù a Roma.
vi.pri. |
Segue:
Padre
Zhao: il modello Ricci futuro del cattolicesimo
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