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REPORTAGE - STATI UNITI

La carità va in missione
di Mitja Viola - foto di Cristiano Bendinelli
  

Da cent’anni la Bowery Mission, nel centro di Manhattan, aiuta senza tetto e derelitti di ogni genere a ritrovare il bandolo di vite smarrite sulla strada. Aggrappandosi alla fede cristiana, senza distinzioni confessionali.
  

Sono da poco passate le sette di sera. In Bowery Street, una delle prime arterie disegnate nella Manhattan del XVIII secolo, fa freddo abbastanza da chiudersi l’ultimo bottone del capotto. Qualcuno usa una sciarpa spessa di lana, qualcun altro prova anche a far finta di niente, sfidando il gelo. Ma quando si entra nella cappella, il clima cambia di colpo. Dentro uno spazio che fa fatica a raggiungere i duecento metri quadrati, un esercito di quasi cinquanta senzatetto prende parte al culto serale. Un appuntamento con la sorte che va ben oltre il normale rito cristiano. E per una volta, il fatto di sentirsi diversi non ha nulla a che fare con i buoni e i cattivi. Quello che conta è il semplice messaggio di speranza, l’invito a non mollare, a credere in una seconda opportunità. Perché in passato, chi ci ha provato, è riuscito a dimostrare che la fede in Dio è qualcosa in più che una pia speranza. Piuttosto, è la chiave di volta per sterzare il cammino balordo di una vita che il destino ha voluto avara.

Il dormitorio.
Il dormitorio.

È un ritornello, questo, che abbiamo sentito ripetere innumerevoli volte qui alla Bowery. Un ritornello che ti spiana la strada e, fino a un certo punto, ti aiuta anche a calarti nella parte. Dentro la cappella, una gracile addetta alle relazioni pubbliche sorride e ricorda che la Bowery Mission ha appena compiuto 100 anni di vita. Sull’altare, un pastore protestante si lascia andare con il suo sermone. Non so perché, ma in America quelli che genericamente definiamo «reverendi» finiscono per passare quasi sempre per delle persone che amano urlare. Poco importa se li incontri in metropolitana o nelle chiese di quartiere o nelle mega-church dei televangelisti. Nella maggior parte dei casi, loro urlano al punto da cogliere sempre al volo quel fatidico attimo che richiama l’attenzione.

In Bowery Street, però, è diverso. È tutto diverso. Quel modo di approcciare i fedeli è prima di tutto un urlo di speranza, una sorta di spinta a credere in se stessi e in chi ti guarda benevolo dal cielo. Per capire chi sono i protagonisti di questa fondazione che da cento anni si prende cura dei senzatetto, allora, bisogna staccare la spina, togliersi dalla testa i luoghi comuni e starli ad ascoltare.

Un telefono pubblico accanto al dormitorio.
Un telefono pubblico accanto al dormitorio
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«Te lo posso garantire, non ci credi fino a quando non ti trovi a fare i conti con questa realtà», attacca con tono secco James Macklin, un uomo di colore sulla settantina che oggi è presidente onorario della Bowery Mission, ma che è arrivato qui la prima volta entrando, come tutti, dalla porta rossa della cappella, in cerca di aiuto. «All’inizio non ci credevo nemmeno io, ma ricordo come oggi quell’angelo che, alle due del mattino di tanto tempo fa, mi svegliò dentro un treno che viaggiava in direzione Jamaica Avenue. Era inverno, faceva freddo e io, come tanti altri senzatetto, cercavo solo un riparo sicuro. Mettere piede alla Bowery fu per me un compromesso tra gli errori della mia vita precedente e la speranza di un futuro nuovo. Ho cominciato così un percorso di fede che mi ha portato ha perdere tutto quello che ero e quel poco che avevo, fino a trovare una nuova dimensione. La cosa strana è che, con il tempo, mi sono ripreso le mie rivincite: soddisfazioni nei confronti di me stesso prima ancora che di qualcun altro. Ma per ottenerle, ho dovuto aprire il mio cuore».

«Sì, l’ho fatto: ho abbracciato la fede», prosegue Macklin. «Perché quando perdi tutto, quando fai fatica a riconoscere te stesso e ad accettare le conseguenze delle tue scelte, ti rendi conto di come stanno realmente le cose. A quel punto non c’è via di fuga, a quel punto accetti la realtà e realizzi che non è tanto una questione di testa, è prima di tutto questione di cuore. È, semplicemente, il concetto di amore. E Dio, in questo, è l’unico vero maestro in grado di indicarti la via. Poi, come in tutte le situazioni, c’è chi ti crede e chi ti ascolta. Chi si lascia andare e chi meno. Ma la mia esperienza mi insegna che Dio ti concede una seconda chance e tu non devi far altro che prenderla. Se accetti il compromesso di perdere quello che materialmente non possiedi più e abbandoni il tuo stato di barbone, Lui ti aiuta, ti indica la via, e l’unica cosa da fare è crederci. Crederci e ancora crederci».

Senzatetto in coda alla mensa.
Senzatetto in coda alla mensa.

James Macklin, presidente onorario della Bowery Mission, ne è stato direttore esecutivo per più di vent’anni. Prima di allora, però, la sua è stata una vita bizzarra, condita da problemi di droga e galera. All’inizio gestiva una lavanderia in un tipico quartiere residenziale americano che potrebbe ricordare le migliori puntate di Happy Days. Improvvisamente, però, perse tutto. E finì a tal punto nel baratro da mollare ogni cosa, salire su un treno in direzione Manhattan e affidarsi alla sorte.

«Erano i miei giorni peggiori», spiega Macklin, muovendo la mano sinistra e tenendo la destra fermamente incollata a un tavolino quadrato. «Quelli in cui la vita sembra fin troppo assurda, e comunque impossibile da gestire. Però ricordo perfettamente la faccia del mio angelo, una persona che amo definire in questo modo per il semplice motivo che si è fatta portatrice del messaggio che ha trasformato la mia vita. Non ha nulla a che vedere con l’immagine esteriore, non è questione di capelli lunghi o ricci. È piuttosto la capacità di trasmettere una persuasione, la cui origine sembra derivare da una forma di energia suprema. Ci ho messo due settimane a darle retta. A leggere l’indirizzo di quel biglietto da visita che mi aveva lasciato e che mi ha portato qui alla Bowery, fidandomi di quanto mi era stato raccontato. Quella donna mi passò davanti quasi per caso, ma cambiò letteralmente la mia vita. Questa è la mia storia. E questa è, in fondo, la Bowery Mission: una speranza che cerchiamo di trasmettere alle persone che si sono trovato nelle mie stesse condizioni. E volete la verità? Non ho mai rincontrato fisicamente la donna che mi ha tolto dai guai. Mai. L’ho cercata per lungo tempo, fino a quando ho lasciato perdere, essendo arrivato a una mia personale conclusione: era un angelo di Dio. Era il Signore che veniva a prendermi per regalarmi la mia seconda chance».

Celebrazione liturgica nella chiesa della Bowery.
Celebrazione liturgica nella chiesa della Bowery.

Strana la liturgia nella cappella di Bowery. Abituato a tutto quanto fa oratorio, dai tavoli da ping-pong al campo di calcio, con l’area di rigore spelacchiata e fangosa, ammetto che fa un certo effetto sedersi accanto a questi omoni e ascoltare il sermone che insiste sul tema della speranza. In mano mi hanno messo un ciclostilato che ricorda le giornate gloriose della cappella, ricostruita nel 1909 dopo un incendio che devastò l’intera area. Nell’aria aleggia un pesante odore di umanità sudata e poco avvezza al sapone: anni luce dal tipico profumo di chiesa, tutto fiori e incenso. Nell’ambiente domina uno strano mix di sguardi ed emozioni forti, perfino spietate. E nel frattempo il reverendo sull’altare continua a urlare, invocando il suo messaggio di speranza.

«Qui predica un pastore diverso ogni sera», ci spiega l’addetta alle relazioni esterne, alternando un clic al blackberry e un saluto affettuoso a ognuno degli ospiti male in arnese che si affacciano dalla porta rossa. «La nostra è una scelta interconfessionale precisa: vogliamo in tutti i modi offrire motivazioni e voci nuove alle persone che hanno bisogno di questo culto serale. Sembra facile ma non lo è. Alcuni degli ospiti sono parte attiva del nostro programma, altri sono semplici passanti in cerca di aiuto. Poi, come sempre succede, alcuni vanno e altri restano. Il nostro obiettivo è quello di assisterli e, se possibile, accompagnarli nell’affrontare i rischi della vita fuori dalle mura di Bowery. Alcuni diventano anche dei dipendenti della Missione, ma non funziona sempre così. I posti sono pochi e le richieste molte. Il vero obiettivo del nostro intervento, comunque, è aiutarli a sviluppare la capacità di prendersi cura di loro stessi, fondando la propria rinascita sulla fede in Dio. Alla fine, poco contano le diversità confessionali: quando passi un giorno qui alla Bowery, ti rendi conto che quelli sono dettagli secondari. Ciò che conta è la speranza, la possibilità di innescare un processo di riconciliazione con sé stessi attraverso la fede. Un meccanismo tutt’altro che facile e scontato, senza un profondo abbandono tra le braccia di Dio».

Preparazione dei pasti in mensa.
Preparazione dei pasti in mensa
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La nostra interlocutrice si volta, saluta una persona e poi un’altra ancora, mentre il blackberry continua a cinguettare insistente. Io mi lascio trasportare dal fluire di questa folla di persone acciaccate dalla vita, che cercano di rimettersi in piedi grazie all’aiuto di altri uomini e donne che, dalla strada, ci sono già passati. Gente semplice, normale, che aiuta altre persone normali, sprofondate nel buio di un momento di grave difficoltà.

Colpisce come un pugno il salto che si avverte tra "dentro" e "fuori" queste mura. All’esterno vige la gelida frenesia di una New York affannata, che non si ferma mai. All’interno domina il sorriso tranquillo e la delicata sensibilità nei confronti di tutti coloro che hanno bisogno d’aiuto. La Bowery Mission, però, non è un fiore nel deserto. Tra "dentro" e "fuori", alla fine, c’è un legame intimo. L’una è il prodotto dell’altra. Non a caso la cappella è un edificio storico, che vanta la visita di ben undici presidenti degli Stati Uniti. E anche la quotidianità religiosa della cappella è un tipico prodotto americano, dove la sobria liturgia di un pastore presbiteriano si mescola con la predica a squarcia gola di quello battista, e dove lo sgargiante doppio petto del predicatore evangelical si affianca al rigoroso abito scuro dell’amish. Perché, al di là delle differenze più esteriori, il messaggio di riconciliazione è sempre rivolto all’individuo, quasi che, alla fine, fosse sempre una questione di doversela giocare, uno contro uno, con il proprio Dio.

Le fotografie di benefattori e volontari in un ufficio della Bowery.
Le fotografie di benefattori e volontari in un ufficio della Bowery.

Ma funziona realmente questo "sistema" americano? Quanti ce la fanno? Quanti sono in percentuale i "salvati", sul numero complessivo dei "sommersi" che si affacciano alla Bowery Mission? «Non mi va di parlare di medie», conclude James Macklin, «perché non siamo a scuola a studiare matematica. Ma in molti ce la fanno. Colgono il messaggio e riescono a cambiare. Noi li aiutiamo a essere indipendenti, a non ricadere negli errori del passato. Ma – è il caso di ripetere ancora una volta – sono soltanto loro che aiutano loro stessi. E la fede è il corridoio che ti porta alla meta».

Mitja Viola
(ha collaborato Cristiano Bendinelli)

Jesus n. 3 marzo 2010 - Home Page