Ci
sono date che acquistano peso solo dopo un confronto con i punti di
partenza; altre invece che si apprezzano man mano che si avvicinano
gli esiti finali. Ma per internet le celebrazioni sono ancora molto
fluide: sono oltre 20 anni che utilizziamo il web e più di 2 miliardi
di persone sono entrate in contatto con questo strumento. Ma
festeggiare chi? Dove? In che modo?
La
Rete sta scricchiolando sotto il suo peso; il numero degli utenti, un
terzo dell’umanità, è tale da far rischiare il collasso. Perché
oltre agli umani ci sono ormai innumerevoli "gadget"
connessi alla Rete: telecamere, frigoriferi, macchinette del caffè,
portatili, hard disk, cellulari... Ognuno di questi oggetti ha il suo
indirizzo internet, ma questa codifica (in gergo chiamata IPV4) sta
ormai esaurendo la sua riserva. A dire il vero è già pronta la nuova
versione, la IPV6, che in alcune zone del mondo, Giappone e nicchie
del Sud Est asiatico, è già in avanzata fase di test. Con questo
nuovo indirizzario non dovrebbero esserci più problemi di
"spazio". Viene però da pensare che abbiamo messo in Rete
più macchinari che persone e che gestire questo enorme flusso di dati
diventa sempre più complesso.
Gli
scenari sono intriganti perché la Rete continua a crescere e consente
un accumulo e una incubazione di idee formidabili, come le bolle di
Rete wireless che stanno spuntando in alcune città e che riescono a
replicare la struttura di internet al di fuori dei classici
instradamenti a base di cavi e regole centralizzate. Altro aspetto
innovativo è la crescente diffusione di software open source,
libero, che sta imponendo alle società uno standard de facto.
Ne sa qualcosa la Apple che, dopo aver imposto modelli e strumenti,
deve ora competere con chi offre servizi basati su software aperto.
In
questi due decenni abbiamo imparato che il cambiamento è l’unica
costante e che nessun approdo è definitivo. Certamente alcuni modelli
permangono, ma non è del tutto vero che saranno immutabili. Nemmeno
la posta elettronica: sta cambiando anche lei, assumendo quasi le
vesti di ambiente comunicativo, ai confini del social network (è
questa la proposta di Google, con il suo recente Buzz e Wave http://mail.google.com).
Di cosa abbiamo bisogno? Non è questo il problema. Siccome il
nuovo è possibile, arriverà. Poi, eventualmente, si cercheranno
anche gli scopi e le nicchie di utilizzo. Si è ribaltato il modello
classico: dalla necessità allo strumento.
Testimoni
Digitali (www.testimonidigitali.it),
il convegno ecclesiale voluto dalla Cei che si svolge ad aprile, sarà
sicuramente un banco di prova e di riflessione su questi temi. Sempre
attenti a distinguere l’utile dal ridicolo. Perché spesso ci si
casca.
Giorgio Banaudi