EUROPA
A San Sebastián un
vescovo lontano dalle aspirazioni basche
Si
è svolto alla fine senza intoppi l’insediamento, lo scorso 9
gennaio, del nuovo vescovo di San Sebastián, monsignor José
Ignacio Munilla Aguirre, nominato da papa Benedetto XVI a
due anni dalle dimissioni del predecessore, monsignor Juan María
Uriarte Goiricelaya. Accolto da un applauso di otto minuti e alla
presenza della maggioranza del clero della diocesi basca, il nuovo
vescovo – considerato molto vicino al presidente della Conferenza
episcopale, il cardinale Antonio María Rouco Varela – ha
preso possesso della cattedrale della sua città natale dopo mesi di
polemiche da parte di preti e fedeli, che vedono in lui «l’ariete»
della riconquista spagnola di una Chiesa basca da sempre vicina alla
causa del nazionalismo euskadi. Non a caso, anche se erano
presenti membri del Partito socialista del premier Zapatero e
del Partito popolare, il Partito nazionale basco ha disertato la
cerimonia di ordinazione.
A metà dicembre, dopo l’annuncio della sua nomina, 85 dei 110
sacerdoti di San Sebastián avevano firmato una lettera per denunciare
il loro «dissenso e disapprovazione» nei confronti di «una
designazione che è stata percepita da noi come una chiara
sconfessione della vita ecclesiale della nostra diocesi e come un’iniziativa
volta a cambiare rotta» in una comunità diocesana il cui «stile
pastorale ed ecclesiale sono stati forgiati nella fedeltà allo
spirito del Concilio Vaticano II». In discussione è il percorso
"conservatore" della carriera di Munilla, che da anni
conduce un programma catechetico su Radio Maria España (diretta
da suo fratello) ed è editorialista del quotidiano conservatore ABC.
Ma accanto al dissenso ecclesiale, c’era anche quello politico, dopo
che il nuovo vescovo ha dichiarato che la «priorità» del suo
ministero sarebbe stata è quella di «depoliticizzare la Chiesa basca».
L’ordinazione di Munilla si è svolta alla fine regolarmente –
malgrado le proteste di alcuni gruppi fuori dalla cattedrale – e il
nuovo vescovo, nella sua prima omelia, ha lanciato un messaggio
conciliatore ai propri preti, accusando i media di aver costruito un «castello
in aria» e di averlo dipinto come un «demonio». Ma ha dovuto
incassare le dimissioni in blocco di tutti i responsabili della
diocesi, dai vicari di zona al direttore della Caritas. Inoltre nella
prima intervista dopo l’insediamento ha commesso subito una gaffe: «Ci
sono mali peggiori dei poveri che stanno soffrendo ad Haiti», ha
detto alla radio Cadena Ser. «Dobbiamo piangere per la nostra
povera situazione spirituale e per la nostra concezione materialista
della vita».
Alessandro Speciale
ITALIA
In aumento le "nozze a
colori"
Non
basta l’amore per la riuscita di un matrimonio: «Occorre superare
diversità oggettive e soggettive, avere un’apertura culturale e
mentale e un buon livello di formazione», dice la colombiana Miryam
Fuentes, della Lobby europea delle donne. Consigli apparentemente
ovvi per tutte le coppie, ma particolarmente pregnanti in caso di
nozze miste: un fenomeno crescente in Italia, secondo gli ultimi dati
Istat. Nel 2007, infatti, le unioni civili o religiose tra un
cittadino straniero e un italiano sono state 23 mila, pari al 9,4 per
cento del totale. La tipologia più frequente e quella tra un italiano
maschio e una straniera, circa 17 mila, mentre sono quasi 6 mila le
italiane con un marito non autoctono. Aumenta anche l’instabilità
coniugale: la durata media di questi matrimoni è di 9 anni, rispetto
ai 14 di quelli tra italiani, e di 11 se il coniuge straniero diventa
cittadino italiano.
«In Italia i matrimoni misti con un partner musulmano sono un
fallimento in circa il 70 per cento dei casi: il nostro Paese non è
preparato e ci vorrebbe una formazione adeguata per prevenire le crisi»,
aggiunge Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione
matrimonialisti italiani.
Eppure – testimonia Darif Aziz, presidente della Consulta
delle comunità straniere di Roma – «la maggioranza delle coppie
miste vive serena ed è un modello di integrazione». Inoltre, «la
diversità religiosa non può che essere rispettosa e reciprocamente
amata, senza vinti né vincitori. Questa è una dinamica che le unioni
miste possono insegnare anche a livello globale», scrive Francesco
Belletti, direttore del Centro internazionale studi famiglia,
nella prefazione al volume della sociologa Giuseppina Camilli
Agnelli Le unioni miste, appena pubblicato dalla San Paolo.
Le "nozze a colori" rappresentano «un’apertura di
orizzonti» anche per Mostafa El Ayoubi, caporedattore della
rivista Confronti. Per un laboratorio di integrazione tanto
prezioso, occorre attrezzarsi in ambito pastorale: «Le coppie miste
sono lo specchio di quello che sarà la società italiana nel futuro»,
conclude Franco Pittau, coordinatore del Dossier immigrazione
Caritas-Migrantes, «ma, per i problemi che presentano, andrebbero
preparate meglio».
Laura Badaracchi
AMERICA DEL NORD
Stati Uniti:
tra vescovi e ospedali cattolici
un dissidio sottotraccia
È
fibrillazione tra vescovi e ospedali cattolici, negli Usa, sui
trattamenti di fine vita e sulla riforma sanitaria di Obama.
Nessuna rottura plateale, anzi, i protagonisti della querelle gettano
acqua sul fuoco delle polemiche. Ma due episodi hanno prospettato il
rischio di una spaccatura tra le strutture sanitarie e i vertici della
Chiesa a stelle e strisce.
Innanzitutto, una direttiva della Conferenza episcopale agli oltre
mille istituti cattolici – nosocomi e case di cura – ha creato
maretta sul tema dei malati in coma irreversibile. I vescovi chiedono
di mantenere in ogni caso la nutrizione e l’alimentazione
artificiale, oltre ai trattamenti farmacologici. Coerentemente con il
sistema giuridico di common law tipico dei Paesi anglosassoni,
negli Usa la questione è regolata, oltre che da leggi nazionali,
dalla giurisprudenza stabilita nelle aule dei tribunali. Il caso più
noto, quello di Terri Schiavo, ancora pesa sulla coscienza di
un Paese che nel 2005 si spaccò tra chi sosteneva i genitori della
donna, a partire dal presidente Bush, e chi appoggiava il
marito, che alla fine ottenne che le venisse staccata la spina.
Le associazioni che promuovono il diritto delle famiglie a decidere
le sorti dei pazienti protestano contro la direttiva dei vescovi. «Verrà
applicata senza rispetto per il credo religioso, le volontà espresse
nelle dichiarazioni anticipate o le istruzioni della famiglia»,
afferma Barbara Coombs Lee di Compassion & Choices.
I diretti interessati – i responsabili degli ospedali cattolici –
smorzano i toni e non escludono la possibilità di trovare degli
accomodamenti per i casi più spinosi. La Catholic Health
Association confida che, qualora un paziente abbia lasciato
scritto che non vuole più vivere in quelle condizioni, un comitato
etico «esplorerà le alternative». Non viene escluso il
trasferimento del paziente in un’altra struttura sanitaria.
La stessa associazione, che rappresenta oltre 600 ospedali
cattolici negli Usa, ha commentato con un certo ottimismo il voto in
Senato sulla riforma sanitaria. Dopo un lungo negoziato tra le diverse
anime religiose del Partito Democratico, la seconda camera è arrivata
a stabilire che i singoli Stati possono vietare l’uso di denaro
pubblico per piani sanitari che coprano anche l’interruzione
volontaria di gravidanza. Troppo poco, però, per i vescovi. Che,
soddisfatti per il primo passaggio alla Camera, ora puntano i piedi.
Il compromesso, hanno scritto, è «moralmente inaccettabile». E via
a una nuova mobilitazione, con una brochure inviata alle circa
19 mila parrocchie statunitensi che sprona i fedeli a protestare con
il senatore del proprio Stato. È spaccatura con gli ospedali
cattolici? «No», puntualizza suor Carol Keehan della Catholic
Health Association. «Pensiamo che sia molto probabile riuscire a
lavorare, al momento del passaggio in commissione, per una soluzione
che prevenga il finanziamento federale dell’aborto».
Iacopo Scaramuzzi
AMERICA LATINA
Haiti: anche le
Chiese, ferite dal sisma, si mobilitano
Il
devastante terremoto che il 12 gennaio ha sconvolto Haiti ha duramente
colpito il clero e le strutture della Chiesa cattolica, nonché di altre
confessioni cristiane. Sotto le macerie di chiese, conventi, scuole e
opere sociali è rimasto un numero ancora imprecisato di preti,
religiose, seminaristi e novizi (probabilmente qualche decina,
soprattutto nella famiglia monfortana), a cominciare dall’arcivescovo
di Port-au-Prince, monsignor Joseph Serge Miot, figura umile e di
grande sensibilità sociale, ucciso dal crollo della cattedrale. Un’altra
vittima illustre è stata la pediatra brasiliana Zilda Arns,
sorella dell’arcivescovo emerito di Sao Paulo, dom Paulo Evaristo
Arns, il quale ha commentato la notizia dicendo: «Zilda ha avuto
una bella morte perché stava lavorando per una causa in cui ha sempre
creduto». Era, infatti, nell’isola per presentare il lavoro della
Pastorale dell’infanzia, da lei fondata nel 1983, che oggi assiste 1,2
milioni di famiglie in Brasile e si è estesa a un’altra ventina di
nazioni. Un analogo impegno umanitario è costato la vita anche ai
pastori protestanti statunitensi Samuel Dixon e Clinton Rabb,
dirigenti dello United Methodist Committee on relief.
D’altro canto la mobilitazione mondiale per portare aiuto alla
popolazione haitiana ha visto da subito in prima fila le Chiese, a tutti
i livelli. Nel Paese, le comunità cristiane delle regioni risparmiate
dal sisma si sono attivate per rispondere all’emergenza e le strutture
religiose rimaste in piedi nelle aree colpite si sono aperte per fornire
riparo o assistenza alle persone ferite o senza tetto, svolgendo un
ruolo di supplenze rispetto a istituzioni statali già in precedenza
fragili e di fatto annientate dal terremoto (oltre al Palazzo
presidenziale, a Port-au-Prince sono crollati tutti i Ministeri, salvo
quello della Cultura). Dall’estero il Consiglio episcopale
latinoamericano (Celam), le Conferenze episcopali del continente, le
Chiese locali dell’Europa e degli Stati Uniti (ma in pratica di tutto
il mondo) hanno formato una rete di preghiera e raccolta fondi. Lo
stesso hanno fatto le Chiese evangeliche, a livello denominazionale o
nazionale, con i loro organismi diaconali e di cooperazione, a
cominciare da Action by Churches Together international, legata
al Consiglio ecumenico delle Chiese, a Diakonia, una federazione
interprotestante di agenzie umanitarie, alla Presbyterian Disasters
Assistance della Chiesa presbiteriana degli Stati Uniti.
In particolare la Caritas, sia quella haitiana, sia quella di altri
Paesi, sia quella internazionale, è intervenuta con grande rapidità ed
efficacia, inviando personale specializzato e distribuendo cibo, acqua,
coperte, tende, medicine, kit di sopravvivenza, non solo in notevole
quantità, ma con una capillarità senza paragoni. Molte organizzazioni
di cooperazione allo sviluppo legate alle Chiese hanno inoltre
evidenziato come gli effetti della calamità naturale siano stati
enormemente amplificati dalle gravi condizioni di miseria in cui versava
già la maggioranza della popolazione, in un Paese in cui il 76 per
cento dei cittadini ha un reddito non superiore ai due dollari al
giorno. «Quanto è avvenuto ad Haiti non è un disastro naturale, ma la
manifestazione dell’ingiustizia e dell’oblio cui è stato sottomesso
un popolo che vive a un’ora da Miami», ha dichiarato padre José
Miguel de Haro, redentorista spagnolo, presidente dell’ong Accogliere
e condividere, che ha molti progetti nell’isola. Tanti hanno
sottolineato come la necessità di «ricostruire da zero» debba
rappresentare un’occasione per rifondare il Paese su basi meno
ingiuste e sostenibili dal punto di vista umano e ambientale, «senza
perpetuare il controllo coloniale delle grandi potenze (Francia e Stati
Uniti in testa) su Haiti».
Intanto negli Usa il pastore Pat Robertson, predicatore
evangelico tra i più influenti nella destra religiosa, ha sostenuto che
il cataclisma sarebbe l’ennesima conseguenza del «patto col diavolo»
stretto due secoli fa dagli haitiani per ottenere l’indipendenza dalla
Francia. Secca la replica dello scrittore brasiliano Luis Verissimo:
«Il Dio vendicativo di Robertson non era di certo il Dio di Zilda Arns,
che è morta ad Haiti lavorando per aiutare i poveri. Il suo era un Dio
solidale. Purtroppo poca gente nel mondo è disposta a fare un patto
come quello che Zilda aveva fatto con questo altro Dio».
Mauro Castagnaro
AFRICA
Egitto: attacco
ai copti
Basta
una scintilla per fare esplodere l’incendio. E di scintille, in giro per
l’Egitto, ce ne sono molte. Difficile rendersene conto, finché non
succede il peggio. Come a Nag Hamadi, 60 chilometri da Luxor, dove sei
cristiani e un poliziotto sono stati uccisi da alcuni musulmani, all’uscita
dalla Messa di Natale, che i copti festeggiano il 6 gennaio. Una vendetta,
secondo le autorità locali, per lo stupro subìto in novembre da una
dodicenne musulmana da parte di un giovane cristiano. Ma anche il segno
che i rapporti tra le due comunità religiose sono molto tesi.
I fedeli copto-ortodossi sono circa otto milioni, il dieci per cento
della popolazione. Una minoranza orgogliosa delle proprie radici e della
propria appartenenza religiosa. Del resto, il cristianesimo in Egitto ha
origini antichissime: risale al I secolo, quando secondo la tradizione san
Marco arrivò a predicare il Vangelo all’epoca di Nerone. Attualmente i
copti-ortodossi sono guidati da Shenouda III, patriarca di
Alessandria e 117° Papa della Chiesa copta.
Quella egiziana è considerata numericamente la più importante
comunità cristiana del Medio Oriente. Ciononostante non ha vita facile in
Egitto. A parte una minoranza urbana, relativamente benestante, la maggior
parte dei copti vive nell’Alto Egitto, spesso in condizioni di estrema
povertà. Non diversamente dai musulmani. Accade allora che la religione
diventa sempre più spesso il pretesto per una guerra tra poveri e
disoccupati.
«È chiaro che l’estremismo viene dall’ignoranza e anche dalla
mancanza di lavoro», ha commentato il vescovo copto-cattolico di Guizeh,
monsignor Antonio Aziz Mina, che ha aggiunto: «Dobbiamo
innanzitutto educare la nostra gente, ma chiediamo anche più tolleranza e
comprensione delle differenze all’interno della nostra società». Il
vescovo non minimizza il problema degli estremisti, che stanno prendendo
sempre più piede in Egitto e rappresentano una minaccia anche per la
stragrande maggioranza di musulmani moderati. «Dobbiamo però ricordare»,
sottolinea, «che per secoli abbiamo vissuto accanto ai musulmani.
Guardare alla nostra storia ci dà fiducia per superare questi problemi».
Anna Pozzi
ASIA
Vietnam:
giro di vite governativo sui buddhisti
che fanno opposizione
I l
29 dicembre, gli ultimi monaci e monache di Bat Nha – seguaci del
maestro buddhista zen Thich Nhat Hanh – hanno abbandonato il
tempio di Phuoc Hue nella città di Bao Loc, in Vietnam. Testimoni
affermano che alcuni di loro sono stati picchiati e quattro stuprati,
mentre due si trovano tuttora agli arresti domiciliari senza che sia
stata formulata un’accusa. «Non è rimasto più nessuno», ha
confermato suor Natasha, parlando dal villaggio di Plum Village,
nel sud della Francia, dove Nhat Hanh si rifugiò oltre 40 anni fa,
subito dopo l’espulsione da parte del Governo dell’allora Vietnam
del Sud.
Un destino per certi versi simile a quello dei 379 confratelli e
consorelle – molti sotto i 25 anni – che, fino al 27 settembre,
vivevano nel vicino monastero di Bat Nha. Quel giorno, una folla di un
centinaio di persone, fra cui molti poliziotti in borghese e gente
assoldata per intimidire i religiosi, ha assalito i monaci
costringendoli alla fuga.
L’11 dicembre è stato sferrato un secondo attacco contro il
monastero di Phuoc Hue, sede di una comunità appartenente alla Chiesa
buddhista "ufficiale", dove la maggioranza dei monaci di Bat
Nha era stata accolta. L’abate, Thich Thai Thuan, è stato
anche costretto a firmare un documento con cui si impegnava ad
allontanare i monaci di Bat Nha entro il 31 dicembre.
Se all’inizio un portavoce del Governo aveva tentato di spiegare
gli eventi di Phuoc Hue come un conflitto fra due diverse fazioni
buddhiste, in un secondo momento ha invece apertamente accusato i
seguaci di Thich Nhat Hanh di aver violato la legge religiosa
vietnamita. «Cosa assolutamente falsa», replicano i monaci. «Tutto
è avvenuto nel rispetto della legge». Una legge, in realtà, molto
restrittiva che vede qualsiasi pratica religiosa – eccetto quella
della Chiesa buddhista "ufficiale" – come sospetta agli
occhi dello Stato. Per questa ragione, anche i cattolici, gli
evangelici, i riformati, i buddhisti della tradizione Hoa Hao, i
caodaisti subiscono regolarmente arresti e minacce di vario tipo.
Contro questa situazione si era levata alta la voce di Thich Nhat
Hanh. Rivolgendosi al Governo vietnamita, egli aveva chiesto di
smantellare la famigerata polizia religiosa A41 e di togliere la
parola «socialista» dalla dizione ufficiale del Paese. La reazione
negativa non s’è fatta attendere, contrariamente a quel che si
sperava. Quando il Governo di Hanoi, nel 2005, gli aveva concesso di
visitare il suo Paese dopo 39 anni di esilio, in molti avevano letto
questo come un segnale di apertura. Invece l’idillio è già finito:
ora la comunità di Bat Nha è dispersa; soltanto una ventina fra i
monaci hanno raggiunto la Thailandia e la Francia, mentre si attende
ancora una risposta da parte del presidente francese Sarkozy, al quale
il 17 dicembre era stato chiesto per i religiosi vietnamiti un visto
temporaneo.
Alessandra Garusi
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